Pubblichiamo una lettera del presidente della Società
psicoanalitica italiana, Stefano Bolognini, che riflette sul tema
freudiano del disagio della civiltà proposto da Eugenio Scalfari nella
sua rubrica “Vetro soffiato”
(”L’espresso” n. 9). Alle approfondite considerazioni di Scalfari sulla
psicologia collettiva e sul contrasto tra appagamento dei desideri
individuali e morale, Bolognini aggiunge la questione – oggi più che
mai attuale – della psicologia delle masse e dell’aggregazione
falsamente rassicurante e conformista in gruppi “ammalati”.
s.r.
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Caro dr. Scalfari,
il suo bell’articolo sull’”Espresso” ci ha stimolato ad intervenire
con un contributo diretto, riprendendo i suoi quesiti sull’Io e sulla
“socievolezza” degli esseri umani, alla luce del pensiero di Freud.
In due sue opere, che precedono il Disagio, la riflessione sull’Io
occupa un posto centrale: si tratta di Psicologia delle masse e analisi
dell’Io (1921) e L’Io e l’Es (1923).
L’Io è descritto come un’istanza centrale della soggettività che ha il
compito di mediare tra le spinte pulsionali dell’Es (libido ma anche
aggressività) e il Super-Io, la coscienza morale.
Ha anche il compito di presentare all’Es il mondo esterno e di far
valere il principio di realtà su quello di desiderio, facendo accettare
la frustrazione; compito arduo, dal momento che – come anche Lei ha
scritto – la nostra specie è continuamente desiderante.
L’Io è insomma nella difficile posizione di mediare – “essere servo di
tre padroni”, dice Freud – tra realtà esterna, mondo pulsionale e
divieti del Super-Io .
Freud ha sempre riflettuto sul funzionamento sociale, e lo ha fatto da psicoanalista.
Per lui la civiltà (o meglio, il processo di incivilimento) è, al tempo
stesso, causa di infelicità per via della rinuncia al soddisfacimento
delle pulsioni, e fonte di protezione rispetto al rischio di una
autodistruzione dell’umanità stessa.
Attraverso la “sublimazione” la meta di questi impulsi non è più il
loro soddisfacimento diretto, ma il raggiungimento di obiettivi sociali
positivi quali l’amicizia, la solidarietà, l’amore tenero e i prodotti
della cultura in generale.
Tuttavia Freud ci mette in guardia dal richiedere troppo alla
inibizione delle mete pulsionali: l’eccessiva plasmabilità può disporre
l’individuo a tradire se stesso, ad accettare qualunque cosa, in nome
del bisogno di sentirsi parte di una massa uniforme ed omogenea, fino
all’espropriazione della sua specificità.
In “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (uno degli scritti del
cosiddetto “Freud sociale”) egli descrive gruppi psicologicamente
primitivi, in cui il singolo rinuncia alla sua capacità di pensiero
critico individuale in cambio di una illusoria protezione; è come se il
gruppo prendesse il posto emotivo che i genitori avevano per il bambino
piccolo.
Questi gruppi, spesso razzisti, intolleranti delle differenze, spesso fondamentalisti, notava Freud, sono gruppi ammalati.
Per questi gruppi il senso è personificato dal leader o dalla ideologia dominante.
Si produce un funzionamento mentale pre-individuale, scisso
dall’umanità autentica di ognuno, che produce silenziosamente nei
singoli un senso profondo di impotenza.
Un gruppo così orientato isterilisce la possibilità di un pensiero
originale e creativo, e l’etica si degrada in un senso di conformismo e
complicità tra appartenenti alla stessa mentalità.
L’aggregazione in un gruppo ammalato non richiede che l’individuo
pensi, perché è promossa dalla paura di ciò che non sappiamo e che non
siamo in grado di fare. L’aggregazione non prevede la tensione verso la
felicità, ma verso la sicurezza; non promette la soddisfazione delle
pulsioni individuali, ma la sopravvivenza.
Questo vertice proposto da Freud nel 1920 va di pari passo con l’altro
da Lei citato e, in un certo senso lo completa; non dimentichiamo,
infatti, le drammatiche vicende che si vanno preparando in Europa negli anni in cui questi pensieri vengono formulati, a cavallo delle due disastrose guerre mondiali.
Le siamo grati, per avere richiamato all’attenzione dei lettori
questi temi freudiani: tra l’altro, in occasione del centenario della
fondazione dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (nata, se
vogliamo, anche dalle necessità “sociali” di Freud).
Cordiali saluti,
Stefano Bolognini
Presidente della Società Psicoanalitica Italiana
(Testo elaborato dall’Esecutivo della Società Psicoanalitica Italiana)
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