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L'adolescente "come se" Stampa E-mail
di Tommaso L. Senise

Questa relazione si riferisce ad un'elaborazione personale ed autobiografica degli stati "come se" nell'adolescenza o presunto "come se" nell'adolescenza. Su questo specifico argomento la letteratura psicoanalitica è povera; tuttavia per occuparsene non si può prescindere dall'evoluzione nel tempo del concetto "come se" elaborato da H. Deutsch dal '34 al '42 e da quello del "falso sé" elaborato da Winnicott dal '52 al '60, indipendentemente dal pensiero della Deutsch a cui non fa alcun riferimento.

I limiti di tempo mi permettono soltanto una breve e incompleta sintesi del significato originario dei due concetti, della loro differenziazione e della loro evoluzione nella letteratura psicoanalitica. Le personalità "come se" della Deutsch sono soggetti dall'apparenza normale, dalle capacità intellettive integre, con espressioni emotive apparentemente normali e che tuttavia suscitano nell'interlocutore un'indefinibile sensazione che li porta a chiedersi: "cosa c'è che non va?"

La psicoanalisi ci mostra che in esse c'è una vera perdita dell'investimento oggettuale, una disposizione del tutto passiva verso l'ambiente con una notevole prontezza plastica a percepire i segnali del mondo ester­no e a modellarne di conseguenza se stessi e il proprio comportamento. Nonostante la vischiosità delle loro relazioni, esse reagiscono all'abbandono con un'esplosione di reazioni affettive del tipo "come se", quindi non autentiche, e con una franca assenza di affettività. L'oggetto perduto viene sostituito da un altro alla prima occasione.

H. Deutsch attribuisce alla loro passività e alla tendenza automatica alla identificazione, la loro suggestibilità. La passività maschera quasi comple­tamente l'aggressività, conferendo caratteri di mitezza che, tuttavia, può bruscamente virare in cattiveria aperta.

Nei pazienti "come se" gli oggetti sono mantenuti all' esterno, viene così evitato un conflitto con il Super‑Io, perchè in ogni suo comportamento l'Io si uniforma, mediante l'identificazione, ai desideri e agli ordi­ni di un'autorità che non va mai introiettata.

L'eziologa della patologia "come se" risiederebbe in disturbi o anomalie dei processi d'identificazione della prima infanzia, indotti da eccessi o carenze di tenerezza.

Il vero e il falso sè di Winnicott hanno la loro origine nella relazione madre‑infante.

Nell'infante la gestualità spontanea è espressione di impulsi spontanei che indicano e rispecchiano l'esistenza di un vero sè potenziale. Una madre sufficientemente buona va incontro all'onnipotenza infantile rivelata in un gesto e, in una certa misura, le da un senso; fa questo più e più volte. Il vero sè sorge grazie alla forza data all'Io debole dell'infante dal supplemento offerto dalla madre alle sue espressioni onnipotenti. La madre non sufficientemente buona non è capace di sostenere l'onnipotenza del figlio e così fallisce ripetutamente nel rispondere al suo gesto; essa vi sostituisce invece il proprio gesto chiedendo al figlio di dare ad esso un senso tramite la sua condiscendenza. Questa condiscendenza è lo sta­dio primario precoce del "falso sè" e dipende dall'incapacità della madre di presentire i bisogni del figlio. Dall'efficacia o meno di questo aspetto della relazione madre‑infante dipende il costituirsi di una buona o cattiva base per i processi di simbolizzazione, stante l'acquisizione o meno di senso del gesto spontaneo. Se la madre non si adatta sufficientemente bene, l'infante viene indotto ad essere compiacente ad un falso sè condiscendente, reagisce alle richieste ambientali come se le accettasse. Il falso sè viene usato per nascondere e proteggere il vero sè e per conservare l'amore della madre. Stante e grazie al fatto che non esistono madri perfette, c'è anche un "falso sè" normale. L'estensione moderata del suo uso alle relazioni sociali, costituisce il compromesso necessario per un buon adattamento alle richieste ambientali e ha quindi una funzione evolutiva positiva.

Quando questo compromesso viene meno alla sua funzione protettiva del vero sè e rischia invece di soffocarlo, diviene patologico. Nell'adolescente abbastanza sano, in questi casi, il vero sé è capace di annullare il sé compiacente. Nell'adulto la personalità "falso sè" più tipica è quella dell'individuo ad alto potenziale intellettuale che fa dell'intelletto la sede del "falso sè", dissociando l'attività di pensiero dall'esistenza psicosomatica.

Questa persona appare e si comporta come se fosse del tutto normale e spesso è anche una persona di successo; mentre soggettivamente soffre di un grande disagio e si sente tanto più strana quanto più ha successo. Essa ha sostituito alla necessità di compiacere la madre, quella di compiacere a ideali dell'Io grandiosi ed esigenti. Questa personalità è sintomatologicamente simile a quella "come se" descritta dalla Deutsch, sal­vo che per la sofferenza.

Nathaniel Ross nel 1967 pubblica un articolo sul concetto "come se", in cui considera il fatto che è stato usato nella letteratura psicoana­litica nel senso restrittivo datole dalla Deutsch e si chiede se non val­ga la pena di estenderlo a stati e fenomeni "come se" tanto più in quanto la personalità "come se" in cultura pura è rara e di solito non chiede l'intervento dello psicoanalista. Stati "come se" possono verificarsi temporaneamente in un largo spettro di personalità che vanno da quelle apparentemente normali a quelle certamente psicotiche, nonchè nell'adole­scente.

Nel 1984 W.W.Meissner nel suo libro "The borderline spectrum" confronta tra loro i vari tipi di personalità borderline e tra esse quelle "come se" e quelle "falso sé", raggruppandone sinteticamente le caratteristiche di organizzazione in altrettante tabelle. Da un confronto tra le due tabelle che interessano risaltano gli aspetti di somiglianza e di differenziazione; i contenuti delle due tabelle sono i seguenti:

 

 

Organizzazione "falso sé"

Organizzazione "come se"

Coesione del sè

Ben mantenuta, intorno alla scissione vero-falso sé; vulnerabilità narcisistica; tendenza a un senso di sufficienza grandiosa del sè

Scarsa integrazione; dipendenza sull'oggetto d'attachment (legame); scarso senso d'identità; assume ruoli complementari; coesione mantenuta con meccanismi come se; la perdita dell'attachment dà dispersione dell'identità

Differenziazione tra sé e oggetto

Ben mantenuta

Di solito ben mantenuta, ma indebolita negli attachments intensi

Relazione di oggetto

dilemma schizoide; comunicazione attraverso il falso sé; complicità; molto spesso appare normale; limitata capacità di reale amore oggettuale

povertà di relazioni emotive; mancanza di genuinità; incapacità di investimento libidico dell'oggetto; relazioni superficiali e transitorie; complicità passiva;

attachement narcisistico

Internalizzazione

introiettiva; scarsa capacità di identificazione; può avvenire quando si dissolve il falso sè

imitativa; introiettiva;

scarsa capacità d'identificazione

Organizzazione dell'Io

ben preservata; difese generalmente molto efficaci

ben mantenuta; tendenza alla regressione quando viene perduto l'attachement

Esame di realtà

ben conservato

ben conservato

Controllo impulsi

buono,

generalmente nei limiti della norma

buono, può apparire normale

Ansietà

Si mobilita di fronte alla contestazione del falso sé; segnali di ansietà alle minacce di separazione; può diventare traumatica nella regressione

nelle minacce di separazione;

paura dell'abbandono

Super Io

consistente;

ragionevolmente bene integrato;

capacità di depressione per colpa

I modelli morali ideali tendono a essere imitativi; posizione facilmente ambigua di fronte alla contraddittorietà di un altro; dipendenza dagli oggetti esterni

Processi primari

non caratteristici

non caratteristici

Potenziale regressivo

può regredire per rinuncia al falso sé; potenziale regressivo variabile

generalmente medio per la perdita dell'oggetto di attachment; di solito facilmente reversibile per un nuovo attachment

 

La letteratura psicoanalitica da me consultata non fa riferimenti specifici ai fenomeni o stati "come se" nell'adolescenza; molti autori,fra cui A. Freud, Kuton, Meissner, N. Ross, A. Rejch, Sandler accennano alla loro possibile e temporanea presenza in questo periodo della vita, ma senza approfondire.

Leggendo la letteratura relativa al "come se" e al "falso sè", ho sempre avuto in mente la mia lunga esperienza psicoterapeutica con gli adolescenti e ho cercato, pertanto, di rintracciare nella memoria quelle situazioni in cui fosse evidente l'organizzazione di un "come se" o di un "falso sè"; di quest'ultimo ho più di un ricordo, ma non ho tracce relative a organizzazioni "come se". Molte invece le occasioni in cui ho nota­to fenomeni "falso sè" o "come se", ma senza chiedermi se si trattasse dell'uno o dell' altro. Evidentemente le mie idee non erano tanto chiare prima d'ora; ma anche leggendo la letteratura sull'argomento per preparare questa relazione ho constatato che benchè i due stati fossero abbastanza distinti fenomenologicamente, tuttavia c'è ancora confusione circa la genesi e i meccanismi usati quali l'identificazione primaria, l'imitazione, l'identificazione adesiva, l'incorporazione, l'introiezione, l'identificazione proiettiva. La confusione non è relativa a questi concetti, ma al fatto che l'uso in proporzioni diverse di questi meccanismi è connesso a tipologie e gravità diverse di "falso sè", ma non di quelle del "come se", organizzazione questa che si differenzia male dall'altra se ci si riferisce solo all'uso dei meccanismi riferiti.

Non trovando esemplificazioni cliniche soddisfacenti, mi sono riferito alla mia adolescenza durante la quale non solo ho fatto episodicamente uso come tutti, di "falso sè", ma anche mi sembra di poter ricostruire una vicenda tra i 16 e i 17 anni, inquadrabile in uno stato "come se".

Sono stato un adolescente timido, inibito, introverso, fine e gentile, un pò goffo, eritrofobico, solitamente mite, ma episodicamente impulsivo e collerico con esplosioni di rabbia distruttiva prevalentemente diretta contro persone care.

Durante gli anni scolastici delle medie e del ginnasio ero uno studente appena sufficiente, benchè passassi molte ore a studiare; bene adattato alla disciplina familiare a cui sovrastava mio padre, uomo retto, affettivamente ricco e caldo, ma autoritario e intransigente; gli spazi ludici erano utilizzati giocando con alcuni amici a carte, a bigliardo o a scacchi, raramente per qualche attività sportiva. La facciata, in casa, era quella di un buon ragazzo, obbediente e abbastanza disciplinato, che, benchè fosse ritenuto molto intelligente, non brillava a scuola per timidezza e inibizioni alla comunicazione orale e scritta.

Durante le vacanze estive, madre e figli, eravamo ospiti a Salerno da zii materni che godevano di uno status sociale prestigioso di cui ero orgoglioso, ma anche, credo, invidioso. Ero legatissimo a un cugino di un anno e mesi maggiore di me; egli era sveglio, disinibito, intraprendente e sportivo, un pò fannullone, molto affezionato a me e di buona indole. Era da me idealizzato e la sua compagnia mi galvanizzava, disinibendomi e catalizzando le mie potenzialità creative ed espressive.

Intorno ai miei 15 anni egli aveva fatto amicizia con due giovani di un anno più adulti di lui, anch'essi appartenenti a famiglie "bene" della città, allegri e vivaci, pronti a lazzi volgari e a burle esilaranti e a volte crudeli, turbolenti e animati, all'ingresso nell'Università, da uno spirito goliardico provinciale e male inteso, sguaiato e sopraffattore. Non avevo per essi alcuna simpatia, ma per non perdere la compagnia di mio cugino, mi toccava far gruppo con loro. A farla breve mi sono trovato a partecipare alle loro malefatte consistenti in atti di teppismo, burle con risvolti sadici e di sapore Boccaccesco, piccoli furti, barare al gioco. A questa affiliazione ho partecipato attivamente e, a volte, con ruoli preminenti.

Queste situazioni sono frequenti e caratteristiche nei gruppi di adolescenti; ma mi preme sottolineare alcuni aspetti della mia condizione e la risonanza emotiva a cui ho più volte pensato.

So di aver partecipato come se fossi del tutto sintonico ai comportamenti miei e dei miei amici; mi emozionavo e ridevo con loro, ero abile, accorto e intelligente nel contribuire alle trame e alla loro messa in atto; appena solo, rimaneva il ricordo dei fatti, ma le emozioni ad essi inerenti erario scialbe e distaccate, tuttavia potevo recuperarle se venivo in contatto con gli altri componenti del gruppo.

Nel gruppo, o da solo, non provavo nè senso di colpa, nè vergogna, pur essendo questi sentimenti per me frequenti e spesso angosciosi per infrazioni alle mie norme interne o familiari molto meno gravi di quelle che sapevo di avere perpetrate col gruppo e che mi erano, nel ricordo, come estranee. Non solo, ma se infrazioni di tipo usuale nell'adolescenza, come marinare la scuola, rientrare in ritardo, giocare a casa di un amico invece di studiare, venivano da me compiute attraverso adesioni ad altri gruppi di amici, usando a volte stati di "falso sè", queste mi davano ansia, sen­si di colpa e paura di essere scoperto.

Dunque devo pensare che dentro di me, nella dinamica del gruppo dei quat­tro accadesse qualcosa di peculiare che mi permetteva di assumere una identità che mi era estranea e che mi faceva pensare ed agire come se fossi un altro. Questo stato è piuttosto "come se" che non "falso sè". La teoria delle identificazioni precedenti l'omonimo libro di Grinberg del '76 non è sufficiente dar conto di quanto accaduto. Quando usavo una maschera "falso sè" c'era come una scelta dell'oggetto o modello di identificazione o comunque una posizione, sia pure inconsciamente attiva, verso l'adesione all'oggetto o modello d'identificazione.

In questa posizione i contatti fra falso sè e vero sè non erano del tutto perduti e il Super‑lo interveniva con la sua efficacia normativa e di contenimento se mi accadeva di oltrepassare i limiti.

La posizione "come se" sembra invece subita, sia pure opportunisticamente o per sostituire un vuoto o per altre ragioni da individuare. Nel mio caso è impensabile che desiderassi identificarmi con due giovani per i quali provavo antipatia; per poter pensare ed agire come se fossi loro, bisognava che io accogliessi dentro di me aspetti della loro identità senza che essi entrassero in contatto con i miei oggetti interni.

All'inizio si trattava di accettare passivamente il loro contatto per non perdere il rapporto con mio cugino; è stato in queste condizioni di passività che sono entrati in me aspetti della loro identità. E' probabile che mio cugino da me idealizzato avesse con loro un rapporto da identificazioni di prova, così frequenti nell'adolescenza, e che facesse da tramite per mettere poi in me, da lui amato, questi aspetti della loro identità, proprio perchè la mia diversità non diventasse incompatibile col nostro buon rapporto. La posizione passiva da me assunta permetteva a mio cugino, da me amato e idealizzato, di proiettare in me quegli aspetti che potevano farmi essere e sentire come se fossi quei due e lui stesso ad essi identificato (identificazioni proiettive con me). Ma questa è una posizione relazionale che noi conosciamo nel setting analitico e a cui Grinberg ha dato il nome di controidentificazione proiettiva (nel setting il paziente è il soggetto attivo e l'analista l'oggetto passivo).

Devo fare l'ipotesi che le identificazioni proiettive di mio cugino e dei suoi amici intrudessero violentemente nel mio mondo interno costituendosi come inclusioni tra loro connesse, ma senza comunicazioni con i miei oggetti interni a cui tuttavia si sostituivano, impadronendosi della mia mente, del mio corpo e delle mie emozioni, che passavano al loro servizio. Questa ipotesi mi è sembrata attendibile e importante in quanto promette sviluppi implicanti chiarezza in molti modelli di rapporto ancora confusi o ambigui, attinenti sia alle origini e all'evoluzione del sé che al narcisismo patologico.

Non mi sembra che il concetto di controidentificazione proiettiva dell'infante rispetto alla madre o a chi ne fa le veci sia stato finora usato, anche se spesso era implicito nella descrizione delle identificazioni proiettive della madre o di chi per lei. Nell'ambito della differenziazione del falso sè" dal "come se", seguendo la mia ipotesi, il falso sè si è caratterizzato all'origine dall'avere come fine il nascondere e salvaguardare il "vero sè"; esso si organizza attraverso l'uso preminente di identificazioni primarie (transitorie, imitative, temporanee); il falso sè può essere normale e patologico. Il "come se" ha sempre una connotazione patologica; esso può organizzarsi in mancanza di oggetti interni sufficientemente investiti e forse come difese da un potenziale aggressivo esplosivo e implosivo di tipo frantumante.

Quando la sua organizzazione è precoce e prelude allo strutturarsi di una personalità "come se", i rapporti primitivi con l'oggetto sono stati caratterizzati da massicce identificazioni proiettive operate da questi (madre o sostituto materno, protettiva ed incapace di comprendere i segnali). La struttura o posizione "come se" implica il rapporto con un oggetto che ha bisogno di identificazioni proiettive. Penso che l'individuo "come se" venga piuttosto scelto dall'oggetto che non lo scelga; occorre tuttavia che l'oggetto passivo sia disponibile a controidentificazioni proiettive e bisognoso di esse. In sintesi, l'oggetto attivo mette in atto identificazioni proiettive nei confronti dell'oggetto passivo che si controidentifica.

Penso che negli innamoramenti con intensa idealizzazione reciproca si possono avere transitoriamente posizioni "come se" nei due oggetti alternativamente: "io so che tu sei come sempre ho pensato dovesse essere il mio amore" o "tu sei 'l'uomo' o 'la donna' che sempre ho sognato di amare". L'oggetto d'amore preesisteva nel mondo interno come rappresentazione ideale di un oggetto concreto inesistente. Nella fase adolescenziale le condizioni "falso sè" e "come se" possono verificarsi con una certa facilità, specialmente la prima, a causa del notevole temporaneo disinvestimento degli oggetti interni, della scarsa consistenza e coesione del sè, dell'attività difensiva contro i processi d'individuazione, dell'intensità dei desideri inconsci di passività e di dipendenza, della facilità all'uso di meccanismi di difesa primitivi.

Nell'adolescenza l'uso temporaneo di un "falso sé" può agevolare l'evoluzione normale sottraendo il "vero sè" ad attacchi che l'Io non sarebbe ancora in grado di sopportare. Inoltre le identificazioni primarie, che lo caratterizzano, possono anche evolvere verso identificazioni secondarie strutturanti.

Condizioni "come se" sono invece sempre potenzialmente nocive; esse, per il tempo che durano, arrestano o rallentano i processi evolutivi; le controidentificazioni proiettive non hanno potere modificante sugli oggetti interni; sono estranee a ogni esperienza autentica, possono indurre a condotte autolesive o delinquenziali, a volte a vissuti megalomanici o di onnipotenza se i "proietti" sono ideali infantili del partner. Nella migliore delle ipotesi, quando lo pseudo rapporto con l'oggetto va in crisi, la controidentificazione proiettiva fino ad allora vissuta può diventare, a posteriori, strumento per la conoscenza dell'altro (come accade nel­la relazione analitica).

La rottura della mia controidentificazione proiettiva di cui ho parlato avvenne durante l'inverno successivo alle seconde vacanze estive in cui i miei episodici stati "come se" avevano raggiunto l'acme. Mio cugino e i suoi due amici, con un gruppo di altri studenti, erano diretti in treno ad una stazione sciistica del Nord e io andai a salutarli alla stazione ferroviaria di Napoli, dove dovevano aspettare una coincidenza. I due amici avevano tramato nei miei confronti uno dei loro scherzi volgari e umilianti che misero in atto appena c'incontrammo. La sorpresa, l'umiliazione, l'indignazione, il disgusto e forse una mia maggiore maturità permisero a me di sottrarmi di colpo e definitivamente alle loro suggestioni; mi rimase la sensazione sconcertante del ricordo di condotte ed azioni che sapevo essere state mie, ma che sentivo estranee e distaccate, prive di risonanza emotiva, come se fossero state condotte ed azioni di un altro, diverso da me.

Circa la genesi degli stati "falso sè" e "come se", è ovvio che vada ricercata in modalità relazionali della primissima infanzia e pressoché esclusivamente nel rapportomadre‑bambino,

Nel concetto di Winnicott di madre "sufficientemente" buona e non "sufficientemente" buona è implicito in quel "sufficientemente" che a ogni madre accade di operare identificazioni proiettive con il figlio; sono le proporzioni, la frequenza, l'intensità, le circostanze, le esperienze successive, correttive e rafforzanti o peggiorative, che determinano il potenziale patogeno di queste esperienze di rapporto. Penso che le identificazioni proiettive inducano controidentificazioni proiettive sulla base di variabili che si riferiscono all'intensità delle proiezioni e al grado di passività del­l'oggetto, pur senza consonanze ricettive di questo.

Ritengo che nessuno possa essere del tutto estraneo a questo tipo di esperienze infantili e che ognuno di noi ha certamente fatto uso di posizioni "falso sè" e ha rischiato di subire e ha subito posizioni "come se".

Per gentile concessione del dott. Giuseppe Senise  che conserva i diritti d’autore 

 

 

 

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