Questa relazione si riferisce ad un'elaborazione personale
ed autobiografica degli stati "come se" nell'adolescenza o presunto
"come se" nell'adolescenza. Su questo specifico argomento la
letteratura psicoanalitica è povera; tuttavia per occuparsene non si può
prescindere dall'evoluzione nel tempo del concetto "come se"
elaborato da H. Deutsch dal '34 al '42 e da quello del "falso sé"
elaborato da Winnicott dal '52 al '60, indipendentemente dal pensiero della Deutsch
a cui non fa alcun riferimento.
I limiti di tempo mi permettono soltanto una breve e
incompleta sintesi del significato originario dei due concetti, della loro
differenziazione e della loro evoluzione nella letteratura psicoanalitica. Le
personalità "come se" della Deutsch sono soggetti dall'apparenza
normale, dalle capacità intellettive integre, con espressioni emotive
apparentemente normali e che tuttavia suscitano nell'interlocutore
un'indefinibile sensazione che li porta a chiedersi: "cosa c'è che
non va?"
La psicoanalisi ci mostra che in esse c'è una vera perdita
dell'investimento oggettuale, una disposizione del tutto passiva verso
l'ambiente con una notevole prontezza plastica a percepire i segnali del mondo
esterno e a modellarne di conseguenza se stessi e il proprio comportamento.
Nonostante la vischiosità delle loro relazioni, esse reagiscono all'abbandono
con un'esplosione di reazioni affettive del tipo "come se", quindi
non autentiche, e con una franca assenza di affettività. L'oggetto perduto
viene sostituito da un altro alla prima occasione.
H. Deutsch attribuisce alla loro passività e alla tendenza
automatica alla identificazione, la loro suggestibilità. La passività maschera
quasi completamente l'aggressività, conferendo caratteri di mitezza che,
tuttavia, può bruscamente virare in cattiveria aperta.
Nei pazienti "come se" gli oggetti sono mantenuti
all' esterno, viene così evitato un conflitto con il Super‑Io, perchè in ogni
suo comportamento l'Io si uniforma, mediante l'identificazione, ai desideri e
agli ordini di un'autorità che non va mai introiettata.
L'eziologa della patologia "come se" risiederebbe
in disturbi o anomalie dei processi d'identificazione della prima infanzia,
indotti da eccessi o carenze di tenerezza.
Il vero e il falso sè di Winnicott hanno la loro origine
nella relazione madre‑infante.
Nell'infante la gestualità spontanea è espressione di
impulsi spontanei che indicano e rispecchiano l'esistenza di un vero sè
potenziale. Una madre sufficientemente buona va incontro all'onnipotenza
infantile rivelata in un gesto e, in una certa misura, le da un senso; fa
questo più e più volte. Il vero sè sorge grazie alla forza data all'Io debole
dell'infante dal supplemento offerto dalla madre alle sue espressioni
onnipotenti. La madre non sufficientemente buona non è capace di sostenere
l'onnipotenza del figlio e così fallisce ripetutamente nel rispondere al suo
gesto; essa vi sostituisce invece il proprio gesto chiedendo al figlio di dare
ad esso un senso tramite la sua condiscendenza. Questa condiscendenza è lo stadio
primario precoce del "falso sè" e dipende dall'incapacità della madre
di presentire i bisogni del figlio. Dall'efficacia o meno di questo aspetto
della relazione madre‑infante dipende il costituirsi di una buona o cattiva
base per i processi di simbolizzazione, stante l'acquisizione o meno di senso
del gesto spontaneo. Se la madre non si adatta sufficientemente bene, l'infante
viene indotto ad essere compiacente ad un falso sè condiscendente, reagisce
alle richieste ambientali come se le accettasse. Il falso sè viene usato per
nascondere e proteggere il vero sè e per conservare l'amore della madre. Stante
e grazie al fatto che non esistono madri perfette, c'è anche un "falso sè"
normale. L'estensione moderata del suo uso alle relazioni sociali, costituisce
il compromesso necessario per un buon adattamento alle richieste ambientali e
ha quindi una funzione evolutiva positiva.
Quando questo compromesso viene meno alla sua funzione
protettiva del vero sè e rischia invece di soffocarlo, diviene patologico.
Nell'adolescente abbastanza sano, in questi casi, il vero sé è capace di
annullare il sé compiacente. Nell'adulto la personalità "falso sè"
più tipica è quella dell'individuo ad alto potenziale intellettuale che fa
dell'intelletto la sede del "falso sè", dissociando l'attività di
pensiero dall'esistenza psicosomatica.
Questa persona appare e si comporta come se fosse del tutto
normale e spesso è anche una persona di successo; mentre soggettivamente soffre
di un grande disagio e si sente tanto più strana quanto più ha successo. Essa
ha sostituito alla necessità di compiacere la madre, quella di compiacere a
ideali dell'Io grandiosi ed esigenti. Questa personalità è sintomatologicamente
simile a quella "come se" descritta dalla Deutsch, salvo che per la
sofferenza.
Nathaniel Ross nel 1967 pubblica un articolo sul concetto
"come se", in cui considera il fatto che è stato usato nella
letteratura psicoanalitica nel senso restrittivo datole dalla Deutsch e si
chiede se non valga la pena di estenderlo a stati e fenomeni "come
se" tanto più in quanto la personalità "come se" in cultura pura
è rara e di solito non chiede l'intervento dello psicoanalista. Stati
"come se" possono verificarsi temporaneamente in un largo spettro di
personalità che vanno da quelle apparentemente normali a quelle certamente
psicotiche, nonchè nell'adolescente.
Nel 1984 W.W.Meissner nel suo libro "The borderline
spectrum" confronta tra loro i vari tipi di personalità borderline e tra
esse quelle "come se" e quelle "falso sé", raggruppandone
sinteticamente le caratteristiche di organizzazione in altrettante tabelle. Da
un confronto tra le due tabelle che interessano risaltano gli aspetti di
somiglianza e di differenziazione; i contenuti delle due tabelle sono i
seguenti:
Organizzazione
"falso sé"
Organizzazione
"come se"
Coesione
del sè
Ben mantenuta, intorno alla scissione
vero-falso sé;
vulnerabilità narcisistica; tendenza a un senso di sufficienza grandiosa del
sè
Scarsa integrazione; dipendenza sull'oggetto d'attachment
(legame); scarso senso d'identità; assume ruoli complementari; coesione
mantenuta con meccanismi come se; la perdita dell'attachment dà dispersione
dell'identità
Differenziazione
tra sé e oggetto
Ben mantenuta
Di solito ben mantenuta, ma indebolita negli attachments
intensi
Relazione
di oggetto
dilemma schizoide; comunicazione
attraverso il falso sé;
complicità; molto spesso appare normale; limitata capacità di reale amore
oggettuale
povertà di relazioni emotive;
mancanza di genuinità; incapacità di investimento libidico dell'oggetto; relazioni superficiali e
transitorie; complicità passiva;
attachement narcisistico
Internalizzazione
introiettiva; scarsa capacità di
identificazione; può avvenire quando si dissolve il falso sè
imitativa; introiettiva;
scarsa capacità d'identificazione
Organizzazione
dell'Io
ben preservata; difese generalmente
molto efficaci
ben mantenuta; tendenza alla
regressione quando viene perduto l'attachement
Esame
di realtà
ben conservato
ben conservato
Controllo
impulsi
buono,
generalmente nei limiti della norma
buono, può apparire normale
Ansietà
Si mobilita di fronte alla
contestazione del falso sé; segnali di ansietà alle minacce di separazione;
può diventare traumatica nella regressione
nelle minacce di separazione;
paura dell'abbandono
Super
Io
consistente;
ragionevolmente bene integrato;
capacità di depressione per colpa
I modelli morali ideali tendono a
essere imitativi; posizione facilmente ambigua di fronte alla contraddittorietà
di un altro; dipendenza dagli oggetti esterni
Processi
primari
non caratteristici
non caratteristici
Potenziale
regressivo
può regredire per rinuncia al falso
sé; potenziale regressivo variabile
generalmente medio per la perdita
dell'oggetto di attachment; di solito facilmente reversibile per un nuovo
attachment
La letteratura psicoanalitica da me consultata non fa
riferimenti specifici ai fenomeni o stati "come se" nell'adolescenza;
molti autori,fra cui A. Freud, Kuton, Meissner, N. Ross, A. Rejch, Sandler
accennano alla loro possibile e temporanea presenza in questo periodo della
vita, ma senza approfondire.
Leggendo la letteratura relativa al "come se" e al
"falso sè", ho sempre avuto in mente la mia lunga esperienza
psicoterapeutica con gli adolescenti e ho cercato, pertanto, di rintracciare
nella memoria quelle situazioni in cui fosse evidente l'organizzazione di un
"come se" o di un "falso sè"; di quest'ultimo ho più di un
ricordo, ma non ho tracce relative a organizzazioni "come se". Molte
invece le occasioni in cui ho notato fenomeni "falso sè" o
"come se", ma senza chiedermi se si trattasse dell'uno o dell' altro.
Evidentemente le mie idee non erano tanto chiare prima d'ora; ma anche leggendo
la letteratura sull'argomento per preparare questa relazione ho constatato che
benchè i due stati fossero abbastanza distinti fenomenologicamente, tuttavia
c'è ancora confusione circa la genesi e i meccanismi usati quali
l'identificazione primaria, l'imitazione, l'identificazione adesiva, l'incorporazione,
l'introiezione, l'identificazione proiettiva. La confusione non è relativa a
questi concetti, ma al fatto che l'uso in proporzioni diverse di questi
meccanismi è connesso a tipologie e gravità diverse di "falso sè", ma
non di quelle del "come se", organizzazione questa che si differenzia
male dall'altra se ci si riferisce solo all'uso dei meccanismi riferiti.
Non trovando esemplificazioni cliniche soddisfacenti, mi
sono riferito alla mia adolescenza durante la quale non solo ho fatto episodicamente
uso come tutti, di "falso sè", ma anche mi sembra di poter
ricostruire una vicenda tra i 16 e i 17 anni, inquadrabile in uno stato
"come se".
Sono stato un adolescente timido, inibito, introverso, fine
e gentile, un pò goffo, eritrofobico, solitamente mite, ma episodicamente
impulsivo e collerico con esplosioni di rabbia distruttiva prevalentemente
diretta contro persone care.
Durante gli anni scolastici delle medie e del ginnasio ero
uno studente appena sufficiente, benchè passassi molte ore a studiare; bene
adattato alla disciplina familiare a cui sovrastava mio padre, uomo retto,
affettivamente ricco e caldo, ma autoritario e intransigente; gli spazi ludici
erano utilizzati giocando con alcuni amici a carte, a bigliardo o a scacchi,
raramente per qualche attività sportiva. La facciata, in casa, era quella di un
buon ragazzo, obbediente e abbastanza disciplinato, che, benchè fosse ritenuto
molto intelligente, non brillava a scuola per timidezza e inibizioni alla
comunicazione orale e scritta.
Durante le vacanze estive, madre e figli, eravamo ospiti a
Salerno da zii materni che godevano di uno status sociale prestigioso di cui
ero orgoglioso, ma anche, credo, invidioso. Ero legatissimo a un cugino di un
anno e mesi maggiore di me; egli era sveglio, disinibito, intraprendente e
sportivo, un pò fannullone, molto affezionato a me e di buona indole. Era da me
idealizzato e la sua compagnia mi galvanizzava, disinibendomi e catalizzando le
mie potenzialità creative ed espressive.
Intorno ai miei 15 anni egli aveva fatto amicizia con due
giovani di un anno più adulti di lui, anch'essi appartenenti a famiglie
"bene" della città,
allegri e vivaci, pronti a lazzi volgari e a burle esilaranti e a volte
crudeli, turbolenti e animati, all'ingresso nell'Università, da uno spirito
goliardico provinciale e male inteso, sguaiato e sopraffattore. Non avevo per
essi alcuna simpatia, ma per non perdere la compagnia di mio cugino, mi toccava
far gruppo con loro. A farla breve mi sono trovato a partecipare alle loro
malefatte consistenti in atti di teppismo, burle con risvolti sadici e di
sapore Boccaccesco, piccoli furti, barare al gioco. A questa affiliazione ho
partecipato attivamente e, a volte, con ruoli preminenti.
Queste situazioni sono frequenti e caratteristiche nei gruppi
di adolescenti; ma mi preme sottolineare alcuni aspetti della mia condizione e
la risonanza emotiva a cui ho più volte pensato.
So di aver partecipato come se fossi del tutto sintonico ai
comportamenti miei e dei miei amici; mi emozionavo e ridevo con loro, ero
abile, accorto e intelligente nel contribuire alle trame e alla loro messa in
atto; appena solo, rimaneva il ricordo dei fatti, ma le emozioni ad essi
inerenti erario scialbe e distaccate, tuttavia potevo recuperarle se venivo in
contatto con gli altri componenti del gruppo.
Nel gruppo, o da solo, non provavo nè senso di colpa, nè
vergogna, pur essendo questi sentimenti per me frequenti e spesso angosciosi
per infrazioni alle mie norme interne o familiari molto meno gravi di quelle
che sapevo di avere perpetrate col gruppo e che mi erano, nel ricordo, come
estranee. Non solo, ma se infrazioni di tipo usuale nell'adolescenza, come
marinare la scuola, rientrare in ritardo, giocare a casa di un amico invece di
studiare, venivano da me compiute attraverso adesioni ad altri gruppi di amici,
usando a volte stati di "falso sè", queste mi davano ansia, sensi di
colpa e paura di essere scoperto.
Dunque devo pensare che dentro di me, nella dinamica del
gruppo dei quattro accadesse qualcosa di peculiare che mi permetteva di
assumere una identità che mi era estranea e che mi faceva pensare ed agire come
se fossi un altro. Questo stato è piuttosto "come se" che non
"falso sè". La teoria delle identificazioni precedenti l'omonimo
libro di Grinberg del '76 non è sufficiente dar conto di quanto accaduto.
Quando usavo una maschera "falso sè" c'era come una scelta
dell'oggetto o modello di identificazione o comunque una posizione, sia pure
inconsciamente attiva, verso l'adesione all'oggetto o modello d'identificazione.
In questa posizione i contatti fra falso sè e vero sè non
erano del tutto perduti e il Super‑lo interveniva con la sua efficacia
normativa e di contenimento se mi accadeva di oltrepassare i
limiti.
La posizione "come se" sembra
invece subita, sia pure opportunisticamente o per sostituire un vuoto o per
altre ragioni da individuare. Nel mio caso è impensabile che desiderassi
identificarmi con due giovani per i quali provavo antipatia; per poter pensare
ed agire come se fossi loro, bisognava che io accogliessi dentro di me aspetti
della loro identità senza che essi entrassero in contatto con i miei oggetti
interni.
All'inizio si trattava di accettare passivamente il loro
contatto per non perdere il rapporto con mio cugino; è stato in queste
condizioni di passività che sono entrati in me aspetti della loro identità. E'
probabile che mio cugino da me idealizzato avesse con loro un rapporto da
identificazioni di prova, così frequenti nell'adolescenza, e che facesse da
tramite per mettere poi in me, da lui amato, questi aspetti della loro
identità, proprio perchè la mia diversità non diventasse incompatibile col
nostro buon rapporto. La posizione passiva da me assunta permetteva a mio
cugino, da me amato e idealizzato, di proiettare in me quegli aspetti che potevano
farmi essere e sentire come se fossi quei due e lui stesso ad essi identificato
(identificazioni proiettive con me). Ma questa è una posizione relazionale che
noi conosciamo nel setting analitico e a cui Grinberg ha dato il nome di
controidentificazione proiettiva (nel setting il paziente è il soggetto attivo
e l'analista l'oggetto passivo).
Devo fare l'ipotesi che le identificazioni proiettive di mio
cugino e dei suoi amici intrudessero violentemente nel mio mondo interno
costituendosi come inclusioni tra loro connesse, ma senza comunicazioni con i
miei oggetti interni a cui tuttavia si sostituivano, impadronendosi della mia
mente, del mio corpo e delle mie emozioni, che passavano al loro servizio.
Questa ipotesi mi è sembrata attendibile e importante in quanto promette
sviluppi implicanti chiarezza in molti modelli di rapporto ancora confusi o
ambigui, attinenti sia alle origini e all'evoluzione del sé che al narcisismo
patologico.
Non mi sembra che il concetto di controidentificazione
proiettiva dell'infante rispetto alla madre o a chi ne fa le veci sia stato
finora usato, anche se spesso era implicito nella descrizione delle
identificazioni proiettive della madre o di chi per lei. Nell'ambito della
differenziazione del falso sè" dal "come se", seguendo la mia
ipotesi, il falso sè si è caratterizzato all'origine dall'avere come fine il
nascondere e salvaguardare il "vero sè"; esso si organizza attraverso
l'uso preminente di identificazioni primarie (transitorie, imitative,
temporanee); il falso sè può essere normale e patologico. Il "come
se" ha sempre una connotazione patologica; esso può organizzarsi in
mancanza di oggetti interni sufficientemente investiti e forse come difese da
un potenziale aggressivo esplosivo e implosivo di tipo frantumante.
Quando la sua organizzazione è precoce e prelude allo
strutturarsi di una personalità "come se", i rapporti primitivi con
l'oggetto sono stati caratterizzati da massicce identificazioni proiettive
operate da questi (madre o sostituto materno, protettiva ed incapace di
comprendere i segnali). La struttura o posizione "come se" implica il
rapporto con un oggetto che ha bisogno di identificazioni proiettive. Penso che
l'individuo "come se" venga piuttosto scelto dall'oggetto che non lo
scelga; occorre tuttavia che l'oggetto passivo sia disponibile a controidentificazioni
proiettive e bisognoso di esse. In sintesi, l'oggetto attivo mette in atto
identificazioni proiettive nei confronti dell'oggetto passivo che si
controidentifica.
Penso che negli innamoramenti con intensa idealizzazione
reciproca si possono avere transitoriamente posizioni "come se" nei
due oggetti alternativamente: "io so che tu sei come sempre ho pensato
dovesse essere il mio amore" o "tu sei 'l'uomo' o 'la donna' che sempre
ho sognato di amare". L'oggetto d'amore preesisteva nel mondo interno come
rappresentazione ideale di un oggetto concreto inesistente. Nella fase
adolescenziale le condizioni "falso sè" e "come se" possono
verificarsi con una certa facilità, specialmente la prima, a causa del notevole
temporaneo disinvestimento degli oggetti interni, della scarsa consistenza e
coesione del sè, dell'attività difensiva contro i processi d'individuazione,
dell'intensità dei desideri inconsci di passività e di dipendenza, della
facilità all'uso di meccanismi di difesa primitivi.
Nell'adolescenza l'uso temporaneo di un "falso sé" può
agevolare l'evoluzione normale sottraendo il "vero sè" ad attacchi
che l'Io non sarebbe ancora in grado di sopportare. Inoltre le identificazioni
primarie, che lo caratterizzano, possono anche evolvere verso identificazioni
secondarie strutturanti.
Condizioni "come se" sono invece sempre
potenzialmente nocive; esse, per il tempo che durano, arrestano o rallentano i
processi evolutivi; le controidentificazioni proiettive non hanno potere
modificante sugli oggetti interni; sono estranee a ogni esperienza autentica,
possono indurre a condotte autolesive o delinquenziali, a volte a vissuti
megalomanici o di onnipotenza se i "proietti" sono ideali infantili
del partner. Nella migliore delle ipotesi, quando lo pseudo rapporto con l'oggetto
va in crisi, la controidentificazione proiettiva fino ad allora vissuta può
diventare, a posteriori, strumento per la conoscenza dell'altro (come accade
nella relazione analitica).
La rottura della mia controidentificazione proiettiva di cui
ho parlato avvenne durante l'inverno successivo alle seconde vacanze estive in
cui i miei episodici stati "come se" avevano raggiunto l'acme. Mio
cugino e i suoi due amici, con un gruppo di altri studenti, erano diretti in
treno ad una stazione sciistica del Nord e io andai a salutarli alla stazione
ferroviaria di Napoli, dove dovevano aspettare una coincidenza. I due amici avevano
tramato nei miei confronti uno dei loro scherzi volgari e umilianti che misero
in atto appena c'incontrammo. La sorpresa, l'umiliazione, l'indignazione, il
disgusto e forse una mia maggiore maturità permisero a me di sottrarmi di colpo
e definitivamente alle loro suggestioni; mi rimase la sensazione sconcertante
del ricordo di condotte ed azioni che sapevo essere state mie, ma che sentivo
estranee e distaccate, prive di risonanza emotiva, come se fossero state
condotte ed azioni di un altro, diverso da me.
Circa la genesi degli stati "falso sè" e
"come se", è ovvio che vada ricercata in modalità relazionali della
primissima infanzia e pressoché esclusivamente nel rapportomadre‑bambino,
Nel concetto di Winnicott di madre
"sufficientemente" buona e non "sufficientemente" buona è
implicito in quel "sufficientemente" che a ogni madre accade di
operare identificazioni proiettive con il figlio; sono le proporzioni, la
frequenza, l'intensità, le circostanze, le esperienze successive, correttive e
rafforzanti o peggiorative, che determinano il potenziale patogeno di queste
esperienze di rapporto. Penso che le identificazioni proiettive inducano
controidentificazioni proiettive sulla base di variabili che si riferiscono
all'intensità delle proiezioni e al grado di passività dell'oggetto, pur senza
consonanze ricettive di questo.
Ritengo che nessuno possa essere del tutto estraneo a questo
tipo di esperienze infantili e che ognuno di noi ha certamente fatto uso di posizioni
"falso sè" e ha rischiato di subire e ha subito posizioni "come
se".
Per gentile concessione del dott. Giuseppe Senise che conserva i diritti d’autore