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Il buon uso della depressione

FEDIDDAPierre Fédida (2002)

Il buon uso della depressione

Biblioteca Einaudi

Questo saggio di Pierre Fédida pubblicato nel 2002 (anno della sua scomparsa) e ancora attuale  e  originale nei contenuti già dal titolo preannuncia una visione diversa, un'interpretazione più aperta che rifugge a ogni banalizzazione sul tema della depressione e dei possibili modi con cui affrontarla sul piano terapeutico.

Come farne un buon uso? Ovvero come trasformare questa forza potente quanto  annichilente  nella capacità della persona sofferente di attraversarla  e pur tuttavia di riuscire a mantenere viva o di riaccendere quella che  Freud definiva “la scintilla divina” - il desiderio di vita – che nella depressione sembra essersi spenta. 

Stefano Mistura nella sua introduzione al saggio di Pierre Fédida riprende un'immagine fortemente evocativa tratta da Moby Dick il capolavoro di Melville. Chi parla è Ismaele, un marinaio che partecipa all'impresa del capitano Achab,  il quale ci descrive i suoi stati depressivi e il suo “andar per mare” come la ricerca di una  soluzione al suo mal di vivere.

“Ogni volta che mi accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l'altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l'oceano”. (H. Melville, 72)

Che la depressione sia una “malattia dell'umano” è ormai da tempo riconosciuto. La stessa OMS dedica la Giornata Mondiale della Salute al tema della Depressione a fronte della sua allarmante diffusione e degli interrogativi che pone di conseguenza sui metodi di cura (farmacologici, psicoterapici).

Entriamo quindi nel merito del libro di Fédida, autore aderente alla tradizione fenomenologica e psicoanalitica, il quale per evitare generalizzazioni sul piano clinico e teorico mette in evidenza un punto centrale: “[...] la differenza che occorre tracciare la depressività inerente la vita psichica (la vita psichica è depressiva perché assicura la protezione, l'equilibrio e la regolazione della vita) e lo stato depressivo che rappresenta una sorte di identificazione con la morte o con un morto” (9).

La capacità depressiva, “necessaria alla vita per restare in vita e sottrarsi in tal modo all'eccesso delle eccitazioni” (215),  ha a che vedere con l'elaborazione  dei lutti, delle separazioni, dei traumi senza che questi intacchino il soggetto nella sua integrità psichica. Ricorda, a questo proposito, il gioco del rocchetto di cui parla Freud in “Al di là del principio di piacere” che consiste “nel far scomparire e riapparire l'oggetto, così da interiorizzare l'assenza dell'altro” (24). Di dare un nome all'assenza.

Altra cosa è lo stato depressivo, che si esprime con  una violenza, anche se silente, che lascia la persona  inanimata, in preda a una sofferenza innominabile. Fédida, lo descrive come un effetto di “glaciazione”. Pur riconoscendo l'importanza e la necessità dell'uso dei farmaci in questo tipo di psicopatologia egli segnala il rischio di un eccesso di medicalizzazione (finalizzata alla scomparsa del sintomo) che non rispetti i tempi, i ritmi della persona;  in altri termini che non tenga conto della sua soggettività.

Ma la via che Fédida ritene fondamentale percorrere con il paziente depresso è senza dubbio quella della psicoterapia psicoanalitica. Una strada irta di difficoltà date le caratteristiche di questi pazienti nei quali la lamentazione sostituisce la parola, l'effetto di farmaci o droghe, di cui spesso abusano, viene confuso con la realtà psichica, l'agire sostituisce il pensiero. “[...] la capacità del paziente di descrivere il proprio stato depressivo non rende la sua parola capace di denominare gli affetti che contraddistinguono tale stato. La potenza livellante e massificante della depressione è infatti qualcosa che alla lettera afferra: essa abolisce tutte le parole che permettono di distinguere quanto sente”(43). Che posizione viene ad occupare lo psicoterapeuta in questo contesto, quando la stessa relazione terapeutica viene negata ma allo stesso tempo ricalca una sorte di matrice originaria determinata dalla difficoltà del paziente depresso di entrare in contatto con l'altro oltre che con se stesso?

Nel capitolo “Bisogna essere in due per guarire” Fédida descrive il il complesso processo di cura. Il corpo (e i suoi aspetti ipocondriaci), il silenzio, l'ascolto e il tempo, assumono in questi casi “[…] una consistenza così come la presenza dell'analista che deve sapere entrare in contatto con le “parti morte del paziente”, e i fantasmi rivissuti  nel transfert.

Tuttavia, è la stessa idea di guarigione che Fédida (sulla scia di Ferenczi) rivede in senso critico, “rivalutando”, per così dire, il concetto di falso self che in una certa misura, per questo tipo di pazienti, può diventare garante della identità personale, della mobilità psichica e dell'adattamento creativo” (132).

Conviene, secondo lo psicoanalista francese, riformulare il problema della guarigione, in termini di “guarigione dei sintomi”  e di permettere “la capacità di far coesistere nel soggetto percezione interna della propria identità e follia creativa” (134) oltre ad aiutare il paziente a riappropriarsi di una “parola” che si dispieghi nelle sue potenzialità affettive.

Bibliografia

Fédida P. Il buon uso della depressione, Biblioteca Einaudi, 2002

Melville H. Moby Dick, Mondadori, 1972

Laura Contran

Aprile 2017

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