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3-4 Dicembre 2016 CVP VII Colloquio. “Coazione a ripetere, ripetizione, trasformazione”

3-4 Dicembre 2016 CVP VII Colloquio

“Coazione a ripetere, ripetizione, trasformazione”

Report a cura di Daniela Lagrasta e Celestina Pezzola

“Ciò che si ripete, ciò che insiste, è ciò che non ha avuto luogo...” (J.B.Pontalis)   

Si è svolto a Venezia il VII Colloquio del CVP, secondo la tradizione quadriennale inaugurata dall’allora Presidente e fondatore del Centro, Giorgio Sacerdoti. Nella prestigiosa cornice dell’Ateneo Veneto, gremita di un pubblico numeroso e particolarmente partecipe nei molti spazi programmati per la discussione, i Relatori erano stati invitati a ri-tornare e ri-pensare su aspetti ed interrogativi relativi allostatuto teorico della ripetizione, a partire dal celebre saggio freudiano  “Ricordare, ripetere, rielaborare” e dal successivo “Al di là del principio del piacere”, in cui Freud si interrogherà sul carattere conservatore delle pulsioni e sull’apparente contraddizione tra principio del piacere e coazione a ripetere esperienze spiacevoli, fino a postulare un bisogno di ripetizione connesso all’elemento “demoniaco” della pulsione di morte.

Ad avviare il convegno lungo questo filo rosso, che seguiremo anche noi nella sequenza del nostro report, alcune prime riflessioni della Presidente del Centro Veneto, Vittoria Costantini, che hanno posto l’accento sull’ineludibilità dell’intreccio ripetizione/trasformazione. Costantini ha messo in evidenza il valore del processo di ripetizione utile a far giungere all’analista, attraverso il lavoro transferale e controtransferale, tracce di eventi muti ancora in attesa di trovare espressione per poter essere trasformati. Ha posto, inoltre, l’accento sull’importanza della trasformazione quale necessario lavoro affinché quell’elemento muto, traumatico, che poteva essere ripetuto dal paziente soltanto come azioni, relazioni, comportamenti, e dall’analista come identificazione proiettiva e transfert sul paziente, giunga invece ad acquisire quella possibilità rappresentativa tale da poter essere sentito e pensato.

Le tormentate coloriture psichiche della coazione a ripetere sono state mostrate in ogni sfumatura d’espressione attraverso la copiosa opera di Claude Monet le cui tele, proiettate in sala lungo una precisa successione storica ed artistica, hanno corredato la relazione di Pierri. La quale ha rilevato come dietro alle ripetitive, quasi identiche, pervicaci riproduzioni dal reale delle famose ninfee, delle cattedrali, dei palazzi veneziani, dei covoni di fieno e dietro alla decostruzione, scomposizione e ripetizione dell’oggetto, vi sia il desiderio di un oggetto vivo ri-costruito in un oggetto altro, trasformato e vitale. La Relatrice andava evidenziando come Monet, con l’idea delle “serie”, fosse alla ricerca di rendere la continuità dell’esistere, di approfondire il rapporto con quanto rappresentato e ad impossessarsene, evitando il confronto con un oggetto che sente perduto. Come non cogliere il senso di morte nella stremante ed infinita coazione? Ci appare la tormentata sfida dell’Artista alla caducità, nel suo desiderio difar coincidere quanto raffigura con la natura vivente. Allo stesso modo, l’adulto che nel gioco riporta e ripresenta ogni volta l'oggetto al bambino gli insegna non soltanto il valore del replicare l’esperienza, ma che nel vuoto non sta ‘gettando’  se stesso, come gli oggetti che getta lontano. E in questa rinnovata riproposizione, l’adulto diviene responsabile della quota di piacere nella ricomparsa. Anche il setting analitico, ha esemplificato Pierri con un caso clinico, ripropone la memoria vivida del contesto e della quotidianità dei ritmi della prima relazione, rimette in scena la storia infantile portandola a dispiegarsi nella relazione transfert-controtransfert. Il setting assume, inoltre, la funzione di luogo di costruzioni vive, di nascita, in cui il non conscio si fa evento, dove soggetto e oggetto possono insieme tornare a nascere.

La lectio magistralis, affidataad Alberto Semi, ha rappresentato il pregevole e rilevante momento dedicato all’approfondimento metapsicologico. A partire dal processo di elaborazione, durcharbeitung, del testo inconscio e conscio del paziente in seduta, si può trasformare la ripetizione coattiva della scena inconscia del trauma in una pressione verso la ricerca di nuove rappresentazioni che consentano alla coppia analitica di poter rendere via via pensabile l'irrappresentabile. Nella ripetizione della componente rappresentativa di origine sensoriale e motoria, originatasi nella relazione madre-bambino, il soggetto costruisce il suo patrimonio di rappresentazioni di parola tramite il suo processo elaborativo. Secondo l'ipotesi economica, il desiderio inconscio tende a strutturare configurazioni, rappresentazioni che indirizzano il soggetto verso ripetitive vie di soddisfazione del desiderio e della fantasia inconscia. Si tratta di percorsi elaborativi in parte destinati al fallimento della gratificazione, che possono però, in analisi, condurre ad una attualizzazione da parte dell'Io nella sua attività preconscia e permettere di indagare l'unità e l'unicità dell’attività psichica. Le rappresentazioni degli oggetti di amore infantili non sono solo un deposito di ricordi, ma elementi attuali di ogni processo di pensiero.

E’ l’esperienza del “Fort-Da” nella stanza d’analisi che, nel gettar lontano e ritrovare, segna la ripresa di contatto con contenuti mentali e con parti del Sé che erano state conosciute, poi distanziate o quasi perdute. Questo è il tema del lavoro presentato da Petrelli che, a partire da Freud, ha mostrato la ri-lettura del “gioco del rocchetto” da parte di Autori quali Klein, Winnicott, Lacan, Fachinelli, Roussillon, nella quale ognuno si era ispirato ad aspetti differenti dello scritto originario. La Relatrice si è domandata che cosa ognuno di loro abbia cercato in quel primo Freud e quale personale esigenza lo abbia spinto a quel re-interrogarsi sul testo.  Lei stessa si è messa ‘in gioco con’ il lavoro freudiano. Ha così illustrato ‘quale rocchetto sia il rocchetto di ognuno’ degli Autori e si è soffermata sulle molteplici letture che hanno spostato via via l’interesse dal rocchetto alla cordicella che lo tiene legato, al ritmo, al suono che accompagnano l’azione del lanciare via, ed alla relazione madre-bambino. Il bambino, nella ripetitività di quel proprio gioco, sempre cerca di limitare l’angoscia quale minaccia interiore, come pure prova a dominarla nel proiettarla verso il mondo esterno: un tentativo dunque di elaborare la presenza-assenza. Ed in sintonia con Winnicott, Petrelli è andata concludendo come la trasposizione ed esternalizzazione nel gioco di tale angoscia procuri al bimbo un effetto rassicurante: non si tratta più soltanto di un controllo sull’oggetto, bensì di un rassicurarsi nel ri-vedere l’oggetto che temeva di aver perduto/distrutto.

Il contributo teorico-clinico di Mangini ha prospettato la coazione a ripetere quale possibile ‘palestra di pensabilità’ all’insegna di una trasformazione di tracce messe in contatto e confronto, quindi ri-significate, nell’attento incontro con un Altro. La traccia traumatica diviene traccia mnestica investita, mentre, nell’ordito reiteratamente creato e cancellato sono tessute le fila di un oggetto, assente o traumatico, che va disvelandosi alla coscienza. Rispetto alla tendenza di gran parte della letteratura psicoanalitica, che la fa coincidere con una pulsione distruttiva all’insegna della non trasformabilità, Mangini si è riferito alla coazione così come è intesa da Freud (1920, 222)qualespinta a “ripristinare uno stato precedente” verso la “quiete”; al pari di quel fedele e reiterato notturno sciogliere la propria tessitura della Regina Penelope, o al pari di quei momenti, a volte di ritiro, a volte di pausa, durante l’andamento delle sedute. Pertanto, quelli che vengono indicati come elementi distruttivi in analisi, costituiscono una pulsionalità certamente slegata, nella quale Eros ha però un ruolo determinante, mentre le pulsioni di morte, opportunamente definite da Green (1995) “de-oggettualizzanti”, avrebbero al contrario evidenziato la tendenza a fare a meno dell’oggetto e a condurre piuttosto verso l’afanisi e l’indifferenza.

Ne ha dato ulteriore chiarimento l’esposizione clinico-teorica di Roussillon, il quale è andato enucleando come le ripetizioni de-soggettivanti e disorganizzanti, traumaticamente escluse dalla simbolizzazione del soggetto, torneranno a ripresentarsi minacciose, differenziandosi dalle ripetizioni strutturanti l’integrazione soggettiva. Nel riportare la famosa “situazione clinica dell’abbassalingua” di Winnicott, il Relatore francese ha mostrato come nel setting analitico le ripetizioni rimettano in contatto con le aree non integrate.  Queste replicano il fallimento, ma contemporaneamente introducono una minima re-integrazione, anche e soprattutto, grazie all’esperienza condivisa nel legame transferale. È quindi possibile pure nei casi più gravi, un recupero della soggettività nell’ascolto condiviso da parte dell’analista anche del più piccolo e furtivo movimento nel transfert. Il divenire dell’esperienza dipenderà da movimenti bidirezionali, sia dai movimenti propri del soggetto, sia dal modo in cui l’oggetto tratterà ciò che nel soggetto cerca di assumere una forma rappresentativa e simbolica. Nel momento in cui l’oggetto sarà in grado di dare una risposta adeguata, la possibile trasformazione delle ripetizioni coatte avrà un senso di apertura al tempo e allo spazio, finora bloccati nella scissione. Il ritiro difensivo del soggetto, atto ad escludere un’esperienza troppo precoce che non è stato possibile attraversare da un Io ancora immaturo, rappresenta un movimento de-soggettivante e desimbolizzante che permane nell’Es riemergendo in ripetizioni che non esprimono desiderio, bensì l’attacco e la protezione da ciò che le ha escluse.

Lucchetti, nelle sue ‘Suggestioni in dialogo con René Roussillon’, ha affermato che, lasciate lettera morta, le esperienze de-soggettivanti torneranno alla cieca ed assilleranno il soggetto nel cercare di attualizzarsi come spettri in attesa di una sepoltura integrativa, questa darebbe loro un riconoscimento attuale. I processi di simbolizzazione primaria devono infatti essere condivisi per potersi inscrivere ed integrare perché “ciò che si ripete, ciò che insiste, è ciò che non ha avuto luogo”, ha ricordato il Relatore con Pontalis. Ha inoltre descritto una prima forma di soggettivazione che, attraverso il masochismo primario, trasforma l’esperienza traumatica in esperienza di piacere e di soddisfacimento. Si ripete quindi nell’attualità, per il piacere, ciò che inizialmente non ne comportava, così permettendo di deflettere verso l’esterno l’esperienza non soddisfacente. D’altro parte viene assicurata una funzione simbolizzante che consente all’esperienza cattiva da evacuare di poter diventare una esperienza buona da simbolizzare.

L’importanza della risposta adeguata e del buon utilizzo degli oggetti è stata ripresa da Paiola: compito dell’analisi è cogliere in questi oggetti furtivi, ossia in ciò che si separa e sparisce, la traccia di quello che apparve storicamente in una immagine rimasta muta e la traccia di ciò che il soggetto ha fatto subire a tale immagine.Ridare la possibilità di movimento trasformativo è funzione dell’analisi. Le  ripetizioni e i rituali nel transfert riavviano il movimento alla ricerca di una nuova modalità d’uscita, con la necessità di evocare un oggetto in una dinamica per nulla inquadrata in ciò che più spesso le consuetudini vorrebbero. Nell’atto creativo malleabilità e resistenza sono qualità che si trasferiscono tra oggetto e soggetto, e viceversa, aprendo a reciproche trasformazioni. Ed è lì che diventa possibile affermare che gli oggetti che incontriamo in questo modo speciale, pur nella loro alterità, conservino la nostra impronta (e noi la loro): essi hanno pieghe umane.

Si evince da quanto abbiamo finora riportato, come le esperienze non integrate possano andare incontro a tre evenienze: una via patologica e cieca, ripetizione uguale all’identico; una via di trasformazione e di integrazione attraverso la condivisione nel processo analitico; una via che si mostra nella rappresentazione artistica. Questa ancora la ritroviamo nell’esposizione di Munari a partire dalle forme d’arte che organizzano e rilanciano la ripetizione non solo per gli artisti, ma anche per i fruitori delle opere. Allorquando esse siano espressione del trauma, qui inteso nella sua forma più ampia ed inevitabile dell’umano percorso, nel costituirsi e nel significarsi del trauma nell’aprés-coup, o quando invece siano il tentativo di annullare retroattivamente l’evento traumatico effrattivo già avvenuto. Le vie della ripetizione sono ovviamente molteplici in qualunque percorso artistico, ma l’Autrice approfondisce la via originaria del soddisfacimento allucinatorio del desiderio, prima inaugurale forma di ripetizione dell’esperienza gratificante, come descritto da Freud ( 1895,1899).

Bolognini, nel riprendere in tutta la sua profondità e complessità il testo freudiano del 1914, ha suggerito la distinzione, nella discontinua periodicità dell’esperienza soggettiva, tra ciò che si ripete, ciò che ricorre e ciò che si ritrova. Il Relatore ritiene utile che si possano registrare e riconoscere i passaggi intermedi tra il mortifero e il vitale, tra l’immobile e l’evolutivo, tra la malattia e la relativa sanità. Ha quindi presentato l’accurata analisi di quei lavori dopo Freud, che hanno posto le differenze fra la ripetizione relativamente ‘sana’ al servizio delle possibilità di rielaborazione dell’Io, e la coazione a ripetere nella sua versione più mortifera, fino al rovesciamento di prospettiva proposto da Daniel Lagache, il quale sostituì il concetto di “ripetizione del bisogno” a quello originario di “bisogno di ripetizione” (1952). Una concezione che recupera il senso teorico positivo del fenomeno, mostrandone la possibile utile funzione celata da una modalità che appare invece patologica e disfunzionale. Certamente ciò che si ripete può talvolta appartenere al non sano, in una dimensione coattiva, irrisolta e tendente al mortifero; ma altre volte può suggerire una vitalità profonda del ri-presentarsi dell’irrisolto, attraverso un processo in cerca di nuove declinazioni contattabili, di rappresentazioni metabolizzabili e integrabili nel Sé. Bolognini ha quindi approfondito quanto ciò che ricorre rientri nella fisiologia e nei naturali ritmi delle vicende mentali, pulsionali e inter-generazionali, che a differenza di quelle trans-generazionali, le quali sono traumatiche e non ricorrono, ma intrudono con ripetitività come elementi indigeriti e identificazioni alienanti.

In continuità con il riferimento al transgenerazionale introduciamo il contributo di Braun e Polojaz.  Il trauma non elaborato, non rappresentabile, a volte negato, può attraversare generazioni e tendere a ripetersi da una all’altra attraverso la coazione a ripetere. Appoggiandosi a questa chiave di lettura e ai dati della ricerca svolta a Trieste presso gli alunni di una scuola slovena, provenienti da famiglie miste o non slovene, le due Relatrici hanno rilevato come l’emergere di inquietudini ed apprensioni espresse dai soggetti, sia difficilmente spiegabile in riferimento esclusivo all’attualità e invece acquisisca senso se considerato alla luce di esperienze traumatiche lontane, delle quali non c’è memoria o associazione consapevole nel presente. È stato così possibile fare il collegamento fra due eventi profondamente traumatici: l’incendio doloso che nel 2001 aveva distrutto la sede della scuola di lingua slovena, mai più ricostruita, con l’incendio che distrusse la Casa del Popolo durante il periodo fascista. Quel rogo, durato giorni e giorni perché venne impedito ai pompieri di intervenire, divenne il segno, ‘impresso a fuoco’ nella memoria vorremmo aggiungere noi, dell’inizio della pressione genocida del Regime; segno di un trauma che danneggia ed alimenta lo stato di paura, che distrugge e destabilizza affetti e legami sociali.

Ed ancora a proposito della complessità dei legami di trasmissione ed integrazione storico-etiche tra passato e presente nella “catena delle generazioni” (R.Kaes), si è sviluppato il dialogo intercorso fra Campanile ed Armando Spataro (Magistrato e Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, chiamato a rappresentare i Pubblici Ministeri italiani dinanzi alla Commissione Affari Legali e Diritti Umani del Consiglio d’Europa, in qualità di esperto sul tema del segreto di Stato e per il suo profondo impegno e specifica esperienza nella lotta al terrorismo interno ed internazionale). Ascoltarne il pensiero ha permesso ai presenti di ampliare lo sguardo e di riflettere sui possibili intrecci tra il segreto di Stato, il non detto e la ripetizione, sui limiti dell’uso del segreto come forma di protezione dello Stato e sui rischi di un uso degenerato. L’appassionante contrappunto è stato sollecitato dalle articolate domande ed analisi di Campanile su quanto il tema della ripetizione lo portasse inevitabilmente a considerare percorsi in cui le persone si trovino ‘incastrate nella propria sorte’ che si ripete con il ripetersi di azioni e di fallimentari tentativi nel trovare vie d’uscita da difficoltà altrimenti inaffrontabili. Ancor più perché, oltre che muoversi entro i propri vincoli, incontrano quellideterminati dai segreti che strutturano quelle relazioni in cui il non detto, costringe a sempre più pericolose manovre di tutela del segreto che danneggiano non solo la fiducia nelle relazioni e quindi il senso di sicurezza, ma l’esercizio stesso del pensiero. Ne abbiamo tristi esempi, confermava Campanile, nelle vicende di chi si trova esposto a segreti di famiglia. Va dunque compreso come tutto questo possa verificarsi anche nelle ampie comunità ed in particolare nelle compagini statali.I due interlocutori hanno poi affrontato il fenomeno di WikiLeaks, sul nesso che intercorre tra la degenerazione dell’istituto del segreto ed il possibile uso dell’informazione anche da parte di quegli organi che sono vincolati al segreto.

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