Edoardo Sanguineti

Il viatico naturale, per me ancora ventenne, fu naturalmente il “Trattato” (1949) di Musatti. Ma per il poeta che, proprio in quel tempo, tentavo di diventare, fu capitale anche la collana di Astrolabio, segnatamente quando prendo a scrivere il mio primo libro di versi, nel 1951, “Laborintus”, per il quale mi avvalgo largamente (anche citazionalmente) di “Psicologia e alchimia” di Jung (1950). Gli archetipi, pur lontano e diffidente dalla posizioni di Jung, mi attraggono come uno straordinario dizionario di immagini, di figure, di simboli. E continuerò a farne uso, pur come fruitore eretico, nelle poesie, nelle prose e nel teatro, per molti e molti anni. Il resto, poi, verrà da sé. Con una sfrenata passione per Groddeck. E leggerò Frenczi e Kerényi, Binswanger e David, Lacan e Klein. Ma l’inventario, che sarebbe superfluo, sarebbe anche lunghissimo.
Ma non soltanto, posso dire, non c’è un mio verso, un mio capitolo di romanzo, una mia battuta teatrale, che non abbia qualche debito verso l’esperienza psicoanalitica. In debito c’è anche quasi ogni mia pagina critica, ogni mia analisi letteraria. E anche in modi giocosi, devo almeno ricordare una mia intervista possibile, radiofonica, direttamente con Freud. Ma, a partire dalle mie prime avide letture dei testi canonici e classici della psicoanalisi, non c’è episodio della mia vita, oso dire, che non porti traccia, almeno ai miei occhi, alla mia riflessione, alla mia ostinata vocazione all’autoanalisi, dell’insegnamento di Freud e, forse altrettanto, e per certi versi anche più, di Groddeck.
A questo punto mi fermo, perché dovrei, onestamente, distendermi sopra il lettino analitico. E questo, lo confesso, non l’ho fatto mai.

Edoardo Sanguineti