Albert Nobbs

Rodrigo Garcia, GB, 2011, 113 min.

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Commento di Rossella Valdrè

"Una maschera ci dice più di una faccia"

(Oscar Wilde)

Nessuno, tra i camerieri del Morrison’s Hotel di Dublino, possiede la naturale eleganza, la grazia e la perfezione di Albert Nobbs. Mr. Nobbs, come tutti lo chiamano, si muove tra i tavoli sottile e statuario come un gran ballerino di scena, intuendo i desideri degli ospiti, ricchi e viziati, non concedendosi alle chiacchere, opponendo il suo sobrio corpo in perenne abito nero agli svolazzi inutili di una nobiltà già in decadenza. Lo si direbbe un gran signore, il maggiordomo che tutti vorrebbero avere (torna alla mente il rigido e perfetto Stevens di ‘Quel che resta del giorno’). Ma Mr. Nobbs, che ha in effetti forse un antico e nobile pedigree, sotto il compunto abito di lavoro nasconde un seno compresso in un bustino, un florido seno femminile di cui non c’è quasi più ricordo, vestigia quasi di un’identità che Nobbs tenterà inutilmente di ritrovare, ma ormai perduta irremediabilmente.
In poche parole, questo il cuore della trama di Albert Nobbs, diretto da Rodrigo Garcia e interpretato da Glenn Close che, anche co-sceneggiatrice e co-produttrice, ha fortemente voluto la non facile uscita del film. Tuttavia, sebbene l’elemento più appariscente e certamente più intrigante del film sia proprio il travestimento che Albert compie, per tutta la vita, per sfuggire alla miseria della condizione femminile e "guadagnarsi da vivere" come uomo, ho personalmente trovato molto interessante tutto lo spaccato sociale, tutto il miserabile quadro di un’epoca che, attraverso la triste vicenda di Nobbs, viene qui fotografata, senza particolari approfondimenti.

Siamo nell’Irlanda di fine ‘800, Dublino. La Duchessa Baker si guadagna di vivere dirigendo il decadente Hotel Morrison’s, dove appunto si svolge l’intero sviluppo del film, senza quasi scene d’esterno. Il mondo è lì, all’Hotel Morrison’s. Vi si incrociano storie, destini, incontri; ciascuno dei personaggi, in particolare il gruppo dei camerieri, rappresenta appunto uno spaccato di mondo, piccolo microcosmo autosufficiente in sè, dove non manca nessuna delle dinamiche della vita.
E’ una Dublino estremamente povera, però, nonostante i tentativi di fasto della Duchessa e dei suoi ospiti: si muore di tifo, si cade in disgrazia velocemente, le donne non hanno destino possibile, i poveri restano poveri (se non tentando la via dell’America) e i ricchi un mondo a parte, la servitù è ancora uno strato sociale a cui si possono dare calci, umiliare quando si vuole. Nobbs nasce in questo mondo, "una bastarda" confiderà a Hubert, imbianchino apprezzato dalla duchessa e suo unico amico, perchè serba in sè un segreto come il suo, anche lui donna mascherata per sbarcare il lunario. E’ proprio a partire dallo smascheramento del segreto che, in fondo, inizia la deriva di Albert, come se il segreto fosse stato un rifugio necessario, sempre precario e minacciato, sì, ma pur sempre unica dimensione possibile al mantenimento dell’illusione; come scrive Masud Khan, "una persona può anche assentarsi in un segreto". Chi era Albert, prima di diventare Albert? Una bastarda, senza genitori, violentata da ragazzina, ma con qualche anno di collegio dove ha avuto la possibilità di studiare, e da lì immaginiamo nasce la fantasia, il progetto orgoglioso di non piegarsi, di poter accedere ad una mestiere che, pur modesto, se fatto bene potesse dare da vivere e mettere anche qualche risparmio da parte, libera dall’incubo di prender botte da mariti ubriachi, di subire continue gravidanze e abbandoni. Libera da un corpo, quello femminile, segnato dalla nascita – l’anatomia è destino – , sempre esposto alla mercè dell’altro.
E così Nobbs, tutte le sere, dopo la dura e silenziosa giornata di lavoro, nasconde le mance e i piccoli risparmi di cui tiene un accurato e segretissimo conto, sotto il pavimento, anno dopo anno, tanto che ora sta finalmente raggiugendo la cifra agognata per comprare un’attività propria, un negozio di tabaccaio. Tutta la vita passata a coltivare questo sogno: la bottega del tabaccaio. Il suo nome, Albert Nobbs, a grossi caratteri sulla porta, un bel bancone dove il sogno si arricchisce dell’idea di una moglie, qualcuno per non morire da solo; libero, finalmente. Padrone in casa propria, non più servo, non più ad ingoiare ed obbedire.
Realizzerà Albert Nobbs il meticoloso e solitario progetto cui ha dedicato tutta la vita? Una vita miserabile, la definisce il dottore quando ne attesta la morte, alla fine. Una vita miserabile: costretta dentro una tragica finzione, derubata d’identità, e senza riuscire a realizzare il sogno. Nobbs morirà prima, ad un passo dal sogno realizzato ma in realtà irrealizzabile, poichè come imprigionato nella sua maschera di cameriere, non vi è più alcuna altra identità possibile per lui. Il piccolo tesoro nascosto sotto le mattonelle risulta non solo inutile, ma in una tragica doppia beffa verrà depredato dalla contessa, che ne abbellirà il suo hotel. Vita miserabile poichè precocemente castrata, violata, senza la realizzazione finale. Il tristissimo sacrificio, forse il più grande per un essere umano, di rinunciare al proprio essere, reso infine vacuo e persino ridicolo da una morte senza gloria, dal disprezzo degli altri che hanno scoperto il segreto, da un tesoro simbolicamente depredato e sprecato.

Ma è davvero Mr. Nobbs l’unico a vivere in una maschera? "Portiamo tutti la maschera di ciò che siamo", dirà amaramente il dottore, travestito "da dottore" a carnevale. Nobbs ne resta prigioniero: ad un passo dal realizzare il sogno – lasciare l’hotel e diventare padrone della tabaccheria, riprendendosi l’identità femminile – soccombe. Troppo tardi! Ormai non fa Albert, è Albert. Diventato il suo personaggio, la maschera è confusa con il sè originario: tristissimo ibrido, è come se Albert non fosse ormai nè uono nè donna, nè cameriere nè padrone. Soggetto strozzato in ogni suo aspetto vitale, in questa totale spogliazione di identità, di speranza, il significato quel miserabile con cui lo definisce il medico; pietoso, più che dispregiativo. In una lunga finzione, disperatamente spinta dal bisogno, è come se il soggetto autentico si fosse identificato con il ruolo imitato, aderendovi infine completamente.

"La realtà che io ho per voi, è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi dò; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto"

(Uno, nessuno, centomila. L. Pirandello)

Sullo sfondo, la tragica condizione femminile di fine ‘800 e la povertà economica, che nel film è la vera spinta ad ogni relazione e ad ogni scelta; sopravvivere, più che vivere, è la necessità.
Tratto dalla novella dello scrittore irlandese Goerge Moore, The singular life of Albert Nobbs, e portato sulle scene teatrali off-brodway dalla stessa Glenn Close negli anni ’80, certo è che l’attrice, nel pieno della sua maturità artistica drammatica, presta al personaggio di Albert una delle sue interpretazioni più complesse, meno immediate. Le piccole spalle ricurve, il volto magro e scavato, quasi amimico nella maschera che lo imprigiona, gli occhi acquosi, infantili e vecchi ad un tempo, il linguaggio essenziale, ne fanno un personaggio lontano dalle mode, complesso, bizzaro, alieno a ogni stereotipo, e tuttavia emblematico della condizione umana, aldilà del caso in sè: siamo tutti un pò Albert Nobbs? Siamo tutti tenuti a proteggere saldamente il nostro vero sè per non perderci di vista?

"Sapere dov’è l’identità….è una domanda senza risposta"

(Josè Saramago)

 

marzo 2012


(pubblicato anche in psychiatryonline)