An Education

di Lone Scherfig, Gran Bretagna, 2009, 100 min.

commento di Cristina Saottini

“An Education” è un film talmente ricco e stratificato nella sua apparente semplicità che mi sono chiesta da che parte potevo iniziare un commento.

Non è un film moralistico, benché tratti di un argomento che riguarda anche morale ed etica e, dal punto di vista della legge, per esempio, non lascerebbe campo al dubbio, non offre un vertice dal quale leggerlo in maniera univoca. È un film pieno di pudore, malgrado il tema sia impudico: parla di trasgressioni che si stemperano, tuttavia, in trasformazioni che arrivano a loro volta a gran velocità. Costringe a giravolte che, senza accondiscendenza, spingono a fare propri punti di vista differenti e non permette di schierarsi comodamente e senza ambiguità dalla parte dei presunti deboli.

Insomma è un film che fa pensare alla complessità del desiderio e questo è il suo pregio.

È tratto dallo scritto autobiografico di una donna, Lynn Barber, famosa giornalista inglese conosciuta per l’acutezza e il brio delle sue interviste a personaggi famosi, ed è sceneggiato da un uomo, Nick Hornby, scrittore considerato tra i maggiori inglesi, autore di ‘About a boy’ e di ‘Come diventare buoni’.

La regista è la svedese Lone Sherfig, che ricordiamo per “Italiano per principianti”, film con cui “An Education” condivide lo sguardo dolente, ma non sfiduciato, sull’umana natura.

“An Education” è un film dall’apparenza intima, biografica, ma i piani si intersecano, come già si vede in questo trio di autori, di età e provenienze culturali diverse, che sembra abbiano lavorato insieme con grande piacere.

E’ ambientato in un periodo, il pre ’68, che di solito fa da sfondo a film che hanno un maggiore taglio storico o di denuncia sociale e che si interrogano più esplicitamente alla necessità degli eventi sessantottini.

Parla delle trasformazioni e dell’ingresso nell’età adulta, tra rotture e ricomposizioni, di una giovane donna in un periodo in cui pressioni sociali e culturali stanno per rompere l’uovo dell’isolazionismo inglese e trasformare la Londra noiosa e doveristica di cui ci parla il film, nella swinging London dei Beatles. Che iniziano la loro carriera proprio nel 1960.

Non è una storia d’amore e non è, almeno non esclusivamente, la storia della seduzione di un uomo maturo nei confronti di una ragazza ingenua, anche se questa è forse la prima delle letture possibili in cui lo spettatore è invitato a prendere posizione. Tuttavia lo sguardo, che si fa istintivamente severo, viene anche condotto verso altri obiettivi, come si fa nei gialli, in cui il colpevole non è sempre il maggiordomo.

E Jenny non è una ragazza facilmente seducibile dall’interesse maschile nei suoi confronti: la colpisce più la Bristol, l’automobile sulla quale David ricovera il suo violoncello per proteggerlo dalla pioggia, dopo aver pazientemente atteso che una mamma e i suoi bambini attraversassero la strada e sulla quale lei stessa vorrà poi salire, più di quanto non la colpisca David.

La colpisce la Bristol non perché sia una macchina di lusso, ma perché è una macchina rara, che nel film fa da contraltare alla Mini Morris verde spesso inquadrata, che è così tradizionalmente macchina inglese per famiglie. E forse, nella lunga sequenza dell’attraversamento, la colpisce David che sa aspettare, non è iroso e impaziente come suo padre.

Jenny non cerca nell’incontro con David l’amoroso erotico, forse nemmeno una storia sentimentale. Certamente nella precoce relazione sessuale non cerca una compensazione a deprivazioni infantili, come accade alle ragazze che tante volte incontriamo o di cui leggiamo. Il suo non è nemmeno un modo magico e onnipotente per risolvere un blocco evolutivo nella costruzione della sua identità di genere femminile. Jenny è molto femminile ed è corteggiata da tutti, amiche, ragazzo, insegnanti.

Quello che Jenny cerca è più un Pigmalione, un uomo adulto che la valorizzi, come suo padre, ossessionato dalla paura di non avere abbastanza: denaro, posizione sociale, futuro, non è capace di fare.

Un uomo che la guardi con interesse e curiosità, anche con nostalgica invidia, permettendole di provare e legittimare per sé questo interesse e curiosità e che le possa offrire, insieme a molte esperienze, buone e non buone, l’apertura a nuove rappresentazioni di sé. Un uomo che le faccia conoscere il mondo, i suoi intrighi, le sue miserie ma anche il suo splendore.

Se poi questo comporterà anche un’iniziazione sessuale … Parigi val bene una messa! E l’iniziazione sarà, in fondo da lei decisa e da lei programmata nei tempi e nei modi.

Certo a David si possono attribuire tratti perversi, tradisce, seduce, mistifica, ruba. Più bambino che adulto gioca con Jenny a Minnie e Topolino dimentico, come si vedrà alla fine, dei propri figli. Ma l’immagine che il film ne offre non è quella del mostro, sembra piuttosto dell’espressione del mondo che sta per essere spazzato via dal ‘68.

Forse una visone filmica troppo indulgente nei confronti del seduttore maturo di una diciassettenne? Certo, ma non bisogna dimenticare che l’Inghilterra è la patria di Jane Austen e degli amori tra poco più che adolescenti e maturi colonnelli, tra ragione e sentimento.

In questa avventura Jenny cerca anche il confronto con altri modelli femminili diversi da quello che le propone sua madre, troppo arresa alla vita e al ruolo domestico. L’affascinante Helen, svampita ma bella ed elegante e forse non così sciocca come la sua mancanza di cultura sembrerebbe far pensare, che contrasta in modo stridente con l’insegnante che, pur bella, ha rinunciato alla propria femminilità per la cultura (e perché mai bisogna scegliere tra essere belle o intelligenti, pensa Jenny) o alla direttrice, che chiusa nelle regole come in una cassaforte non si ricorda più, o non ha mai saputo, a quale obiettivo di crescita siano rivolte.

Nessuno di questi modelli viene esplicitamente stigmatizzato dal film, (nemmeno la direttrice, splendidamente interpretata da Emma Thompson,  che ricorda un po’ Tata Matilda, altra spiritosissima interpretazione della Thompson, per chi la ricorda). Questo ci fa pensare che siano tutti modelli parziali e che in questa storia di formazione dell’identità femminile quello che conta, sia la ribellione, ancora privata, ma siamo all’alba della rivoluzione del ’68, agli stereotipi femminili. Jenny vuole tutto dalla vita!

Invece i genitori la vogliono studiosa e studente di Oxford, non per amore della cultura e nemmeno perché condividano la sua passione e curiosità per la letteratura e la musica. Quello che conta per loro è la posizione sociale e Oxford la promette. Dice il padre: è meglio conoscere uno scrittore che scrivere un libro.

Oxford è stata forse per i genitori (lo si capisce leggendo l’intera biografia della Barber) quello che Parigi è per Jenny, l’espressione di uno slancio ideale che loro stessi non hanno osato o potuto sognare e di cui ora, ridotto a merce vorrebbero lei si appropriasse.

Ma proprio la loro rinuncia al progetto ideale rende oppressivo l’investimento che fanno sulla figlia. Forse avrebbero voluto che facesse propri i loro sogni perduti, ma in realtà le propongono una merce truccata.

Ed è questa la svolta del film, quella in cui viene esplicitato come i veri sedotti da David, o meglio dagli aspetti più torvi e volgari di David, siano proprio i genitori.

La loro paura e vulnerabilità li rende seducibili all’inganno di David, perché ne condividono l’atteggiamento predatorio nei confronti della vita e di Jenny in particolare.

David vorrebbe rubarle la curiosità e l’entusiasmo che lui ha perso, trasformato in cinica avidità di oggetti, e loro vogliono che lei realizzi la loro aspirazione a voler raggiungere una buona posizione, costi quel che costi.

E così la più forte, pur nell’attraversamento delle paludi, resta Jenny, perché lei sa sognare, a differenza dei suoi tutto sommato smunti o prevedibili partner.

L’azione è carattere, se non facciamo mai niente non saremo nessuno

“Il tuo Rochester” così chiamano David le amiche di Jenny, come il protagonista di Jane Eire Charlotte Bronte, autrice che è considerata una femminista ante litteram.  Jane Eire (Jenny è il diminutivo di Jane, forse non a caso) non si fa sedurre dalle ricchezza e dal fasto, non vuole un matrimonio che la sistemi, Rochester sarà amato quando, anche attraverso la disillusione, diventerà un partner paritario. 

Così come lo sbandierato amore di Jenny per i Preraffaelliti e per Burne-Jones, che era letterato e pittore, sembra un altro tratto che delinea il suo ideale: i Preraffaelliti volevano abolire i modelli estetici dell’arte vittoriana per riaffermare l’unicità di vita, arte e bellezza. Nella coppia nuda del quadro di Burne-Jones c’è l’elemento più sensuale del film, che contrasta con il timido sguardo sul seno nudo che le rivolge David e anche con la proposta  indecente e infantile della banana.

Come in ogni viaggio iniziatico, anche nel suo Jenny deve confrontarsi con un antagonista, deve fare i conti con l’avidità che mercifica il suo desiderio di essere pienamente viva e li farà, senza perdersi.

Non è solo la scoperta che David è sposato che farà crollare il suo progetto di diventare sua moglie (che già stava trasformandola in una bella statuina), ma è soprattutto il doversi confrontare con la sua vigliaccheria, che ne svela l’animo mostrandone la falsità.

“Per la vita che voglio non esistono scorciatoie”, con questa frase Jenny torna agli studi, e non è un ripiego alla delusione del romanzo sentimentale che credeva di vivere.

Io credo sia il primo gesto di sofferta libertà di una giovane donna che, attraverso esperienze anche dolorose, ha costruito una dimensione soggettiva che ora rende consapevoli le sue scelte.

Sceglie di essere ciò che è e si riappropria così attivamente del proprio desiderio.

Nella sua autobiografia Lyn Barber parlando dei suoi primi anni a Oxford ricorda soprattutto i suoi appassionati amori con i coetanei, moltissimi in realtà……

Ha poi avuto un matrimonio felice e due figlie che, immagino, abbia aiutato a diventare, senza paura, libere senza dover pagare prezzi inutilmente dolorosi.

Novembre 2013

Presentato alla Rassegna “Buio in Sala” – Firenze 2013