Another Year

Mike Leigh, 2010, Gran Bretagna, 129 min

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Commento di Rossella Valdrè


"Gli incidenti dell’amore sono più dei suoi successi" (E. Dickinson)

 

Le stagioni si succedono lente ma inesorabili, dolci ed amare, nel microcosmo londinese che ruota attorno alla casa e alla vita di Tom e Gerry, affiatatissima coppia di coniugi non più giovani, psicologa di un consultorio lei, geologo lui.
Il figlio Joe, la fidanzata di lui, l’amico Ken in una visita sporadica, la collega Mary, assidua frequentatrice della casa, infine il fratello di Tom, Ronny…..una ristretta girandola di personaggi perfettamente ed intensamente caratterizzati, entrano ed escono dalla casa di Tom e Gerrry, dalle loro menti e dalle loro giornate, componendo un puzzle che si snoda lungo lo scorrere di un anno – another year – intessuto unicamente di parole, semplici gesti quotidiani, emozioni.

Il regista Mike Leigh, originale protagonista, da sempre, del filone del realismo inglese inaugurato da Ken Loach, ci regala la sua opera più matura, profonda, intensa, stupendamente semplice e complessa, recitata così magistralmente da non sembrare recitata, ma semplicemente vissuta. Un film da non perdere. Di impianto teatrale, interamente scandito entro la sequenza temporale delle quattro stagioni e concentrato all’interno della scena spaziale della casa dei coniugi, con pochissmi esterni, film di parola, pressochè privo d’azione, Another year fa tornare alla mente echi di un certo Bergman (Scene da un matrimonio), o di un certo Allen (Interiors); ma soltanto echi, vaghe assonanze. Leigh, infatti, insieme al corpo vivente degli attori, riesce a fare della narrazione una sinstesi originale e personalissima, dove non manca mai il dialogo vivace della commedia intessuto all’amarezza della storia, la fissità dell’immagine calata però nel dinamismo interno dei personaggi, lo sfondo sociale di un mondo anglosassone pesantemente colpito dalla crisi, che è tuttavia solo accennato, lasciando sempre il primo piano alla parola. Film di parola, abbiamo detto. Tuttavia, uno di quei rari rari film dove il parlato non scivola nella parola vuota, nel vezzo intellettualistico, nella seduzione dei monologhi; la parola, vera protagonista del film, è qui incarnazione del sentimento, degli affetti, tentativo incessante di comunicare all’altro l’emozione da cui si è oppressi, il bisogno da cui si è abitati.
Un film parlato dagli affetti, potremmo dire.

E’ la famiglia, la coppia, il tema dominante. La scena si apre sul volto sofferente di una paziente al consultorio, afflitta da un matrimomio "che non potrà mai cambiare", e si chiude sempre su un volto, quello di Mary (magnifica Lesley Manville), che progressivamente smette di ascoltare i rumori del mondo…Totale assogggettamento alla rinuncia, all’inizio; forse il barlume di speranza di una possibile amicizia con Ronny, alla fine. La casa di Tom e Gerry, come detto, è il luogo fisico e simbolico intorno a cui non solo ruotano i personaggi e le stagioni della vita, ma pare una specie di calamita che, con la sua solidità affettiva, attira le anime derelitte e sole, gli amici meno fortunati, quelli che hanno subito abbandoni, fatto errori, quelli che hanno inciampato e non si sono più ripresi. Mary prima fra tutti (forse il personaggio centrale), segretaria di mezza età al consultorio, separata, disperatamente in cerca di amore tanto da arrivare quasi a corteggiare Joe, figlio trentenne di Tom e Gerry, ma nel contempo anche ossessionata dal tentativo di autonomizzarsi, tentativo che ha come sbocco l’infelice acquisto di una piccola auto, che Mary, però, non sa condurre.
E poi Ken, sfatto dal cibo e dall’alcool, prossimo ad un pensionamento che lo terrorizza, solo, tutti gli amici che stanno morendo; e infine Ronny, fratello sfortunato e meno ‘buono’ di Tom, che entra nella scena in inverno, portando il freddo lutto della moglie, lasciando intuire un pesante passato di conflitti che il figlio, col suo perenne odio, testimonia…
Famiglie unite, calorose, persino a tratti stucchevolmente simbiotiche, come quella che fa da perno centrale alla piece (tanto l’impianto è teatrale, che vien da chiamarla così), e famiglie unite dall’odio e dal rancore, come è il caso di Ronny, o andate in disfacimento come quelle di Ken e Mary, così, senza una chiara ragione, matrimoni troppo affrettati, scelte troppo inconsapevoli. E su tutto, il tempo che passa.
L’altro tema di fondo, le stagioni della vita. Solo il cinema inglese riesce, in questi tempi, a sottrarre gli attori alla tirannia della giovinezza e della bellezza a tutti i costi; volti rugosi, corpi ingrassati e imbruttiti dall’età e dalla fatica, logorati dagli eventi del vivere, dal bere, dalla solitudine. Persone reali, che invecchiano, soffrono, sperano, cercano, si ammalano, muoiono.

Torniamo alla coppia-perno, la coppia Tom e Gerry. Per un regista profondo come Leigh, non può essere casuale la sin eccessiva stigmatizzazione tra bene e male, tra coppia felice e infelice, tra coppia e single: sembra che tutto il bene stia nella nella coppia, nell’essere-due, quasi simbiotici, e tutto il male e la sofferenza stiano nell’esser soli, reietti. Ad una più attenta visione, non è unicamente così. Il microcosmo simbiotico di Tom e Gerry è sì accogliente, ma non tollera la debolezza di Mary nel corteggiare, pateticamente, il giovane Joe: "è la nostra famiglia", le dirà Gerry dopo averla respinta per diversi mesi. O con noi o contro di noi, o dentro o fuori, è la legge dellla famiglia simbiotica, retta da codici invalicabili, inviolabili. E’ la coppia che si nutre, come spesso accade, di compiaciuta auto-narrazione di sè, pronta ad accudire il debole, ma relativamente indifferente al dolore a all’invidia suscitata dall’esposzione di tanto bene, di tanta vita felice (la splendida sequenza finale). Che posto resta alla sofferenza inquieta, fragile, di Mary? Chi potrà mai accoglierla davvero?
"Il confine tra la coppia e il gruppo è sempre una zona di guerra. – scrive Otto Kernberg (Relazioni d’amore,1995). E prosegue: "Il gruppo ha bisogno della coppia per sopravvivere, per rassicurarsi che il trionfo edipico è possibile, se si sfugge via dalla folla anonima. Il gruppo invidia il successo della coppia e ne è offeso, perchè in contrasto con la solitudine dell’individuo nella folla anonima. La coppia, dal canto suo, ha bisogno del gruppo per scaricare l’aggressività sull’ambiente". (corsivo mio)

Coppia, gruppo, individuo. La complessità della vita, il suo progressivo decadere. Le tematiche umane di sempre sono qui recuperate e illuminate da uno sguardo attento, ricco di pietas, mai banale, affidato unicamente alla parola e all’emozione.
C’è speranza? Il tempo scorre stolido, inesorabile ed indifferente, o sono possibili nuove aperture? Come detto sopra, interessante l’entrata in scena di Ronny, sul finire dell’anno. Se si trattasse di un sogno, segnalerei al mio paziente l’ingresso di questo nuovo personaggio nella scena interna del sognatore: Ronny rappresenta un’altra soggettività, è diverso da tutti gli altri. Il corpo magro, la sobrietà dei modi, i silenzi, la mancanza di eccessi (unico a non bere, a non ridere, a non parlare di sè), introduce forse una diversa esprienza del dolore, un diverso ascolto, una possibie alternativa alla felicità a tutti i costi.

"Sono capace di passare a guado il dolore-
Stagni interi di dolore-
Ci sono abituata-
Ma se appena la gioia mi spinge e mi sfiora
Le gambe non reggono-
E barcollo – ubriaca…."

(E. Dickinson)

febbraio 2011 (pubblicato anche su www.psychiatryonline.it)