Black Mirror – Commento di M. De Mari

Black Mirror - Commento di M. De Mari

Autore: Massimo De Mari

Titolo: “Black Mirror” (Regno Unito)

Dati sulla serie: creata da Charlie Brooker, Channel 4, Netflix, 2011 – 2019

Genere: drammatico, fantascienza

Durata: 5 stagioni, 22 episodi

 

 

Il futuro tecnologico di “Black Mirror”. L’evoluzione delle dinamiche relazionali tra narcisismo patologico e derive persecutorie

 

“Black Mirror” è una serie televisiva britannica, il cui titolo si riferisce allo schermo nero di ogni televisore, monitor o smartphone. Ideata da uno sceneggiatore di talento come Charlie Brooker, la serie parte da una prospettiva di società futura in cui siano date per scontate certe acquisizioni tecnologiche.

Se oggi abbiamo la possibilità di sbloccare serrature o attivare i devices casalinghi con il suono della voce, le impronte digitali, il riconoscimento facciale e telecomandi sempre più sofisticati, nel mondo di “Black Mirror” è possibile entrare in altre dimensioni collegando un microchip, direttamente al cervello.

Niente di nuovo per chi conosce ed ha amato la saga di “Matrix”.

Brooker però non ci proietta in un mondo chiaramente fantastico, ma inserisce queste possibilità in una quotidianità acquisita in cui il potere dei mass-media è pressoché assoluto e condiziona la vita di tutti i giorni e naturalmente la politica.

Il primo episodio, “Messaggio al primo ministro”, parte dall’intuizione fulminante circa il modo in cui i social e i media possono essere utilizzati con finalità di terrorismo.

In “15 milioni di celebrità” viene descritto un mondo dominato da un grande fratello mediatico che condiziona la possibilità di avere successo in società dal punteggio che gli individui riescono ad acquisire, pedalando all’interno di una specie di palestra esistenziale dove tutti sono costretti a vivere.

Forse l’idea più intrigante della prima serie riguarda la possibilità rappresentata in “Ricordi pericolosi” di poter rivedere, sempre attraverso il microchip inserito nel cervello, tutto quello che si è vissuto in precedenza, visto con i propri occhi e registrato come un film.

Nella seconda stagione, accanto a idee già sperimentate (“Torna da me” ribadisce il tema di far tornare in vita persone amate morte in forma di ologramma, come nel film  “Marjorie Prime” (USA 2017, regia di Michael Almereyda) e altre meno originali (“Vota Waldo”) compaiono le prime derive persecutorie.

In “Orso bianco” la protagonista si sveglia all’interno di un parco tematico dove è costretta a vivere ripetendo un copione, per la gioia di visitatori paganti, in una realtà allucinante e persecutoria in cui deve scappare da persone sconosciute armate (tutti attori) che la vogliono uccidere.

In “Bianco Natale” torna il tema del microchip impiantato nel cervello che fa rivivere momenti di vita passata; in questo caso lo spunto narrativo è dato da un’indagine poliziesca che mira a far confessare un grave reato.

Delle successive tre stagioni mi soffermerei solo su alcuni episodi particolarmente ben riusciti: “San Junipero”, sempre sul tema di una vita che continua dopo la morte, nella terza stagione;  “Hang the DJ” nella quarta, in cui i protagonisti vivono, attraverso dei loro avatar, all’interno di un programma di incontri da cui non si può uscire.

All’interno della quarta stagione merita una citazione anche “Arkangel” (diretto da Jodi Foster) in cui il problema del “parental control” di Marie, madre particolarmente ansiosa dopo l’esperienza traumatica di aver perso temporaneamente la figlia Sara in un parco quando era piccola, viene risolto da un sistema di controllo che viene impiantato nel cervello di Sara e le permette da un tablet di geolocalizzare la figlia.

“Striking vipers” è, a mio parere, l’episodio più interessante della quinta e ultima stagione; due amici scoprono di avere una reciproca attrazione omosessuale che non riescono a realizzare nella realtà, ma si può esprimere solo all’interno di un videogioco in cui interpretano i ruoli di un uomo una donna che hanno una relazione sessuale tra loro.

Negli altri episodi non citati tornano alcuni temi già segnalati, spesso con accenti più forti che descrivono una realtà persecutoria fino a creare situazioni di grande angoscia tipiche della cinematografia di genere horror.

Giochi mortali, parassiti umani mutanti, api-droni che provocano la morte a comando di persone sgradevoli (un po’ sulla falsariga del manga noir giapponese “Death Note”), cani killer, torture perenni attraverso la trasformazione della persona in carne ossa in ologramma e altre situazioni in cui si rivela più chiaramente una visione pranoidea e distruttiva della tecnologia.

È sempre più evidente come gli anni che stiamo vivendo siano caratterizzati dal narcisismo difensivo, un accentramento dell’individuo su sé stesso che finisce per utilizzare gli altri come strumenti per alimentare il proprio sé e non come scambio reciproco, caratterizzandosi quindi come narcisismo “patologico”.

Se a questo si unisce l’isolamento relazionale che spinge l’individuo a vedere l’altro come pericolo – pensiamo solo alla deriva paranoica nei confronti dello straniero, che ha sostituito ma non eliminato quello per il diverso – ci rendiamo conto che abbiamo a che fare con caratteristiche tendenzialmente distruttive per la relazione e quindi piuttosto dannose sia per l’equilibrio psichico individuale che per la salvaguardia della specie.

Il paradosso tecnologico descritto da “Black Mirror”, di una realtà virtuale in cui l’intra-psichico potrà essere scandagliato e condizionato da microchip, può essere interpretato come un segnale d’allarme sulla probabilità di doverci confrontare in futuro con dinamiche mentali sempre più complesse, che le nostre attuali conoscenze, basate su approcci teorici spesso troppo rigidi e settoriali, non saranno più in grado di decifrare.

 

Novembre 2020