Boris – Commento di G. Miotto

Boris - Commento di G. Miotto

Autore: Giovanni Miotto

Titolo: “Boris”

Dati sulla serie:  sceneggiata da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo  su un soggetto di Luca Manzi e Carlo Mazzotta; prodotta da Wilder per Fox International Channels Italy. 3 stagioni da 14 episodi da 25 minuti (2007-2010) più un film (2011). Recentemente distribuita su Netflix.

Genere: Commedia – Meta-telefilm

 

Trailer: (non originale, non esiste un trailer originale della serie)

 

 

Se una serie televisiva è definibile cult proporzionalmente al potere euristico dei meme da essa stessa generati, Boris è la serie italiana più cult di sempre. Il meme è uno dei modi  attraverso cui l’ironia ha trovato la via per manifestarsi nell’era della comunicazione digitale; si tratta di immagini che, decontestualizzate, formano un sistema semiologico costituito da una cornice dotata di un senso già dato. Tale cornice, nell’essere applicata a quadri diversi dal contesto originale, acquisisce la capacità di reinventare il proprio senso, arrivando a svolgere il lavoro dell’ironia stessa, ovvero quello di condensare istanze conflittuali o contraddittorie, consentendo l’emergenza piacevolmente liberatoria del processo primario.

La popolarità di Boris è cresciuta esponenzialmente negli anni successivi all’uscita, in buona parte grazie alla capacità di fungere da cornice ai colori ironici e grotteschi di cui sempre più spesso si dipinge l’attualità. Probabilmente questa predisposizione interpretativa è dovuta anche alla sua dimensione meta, derivata dall’essere un telefilm sulla produzione di un telefilm: Boris narra infatti la lotta per la sopravvivenza di una sgangherata troupe, tra le dinamiche ciniche e spesso perverse dell’apparat televisivo.

La serie è costellata di citazioni spesso mirate agli “addetti ai lavori” e la comicità si muove con disinvoltura fra registri di diversa levatura da cui emerge una disamina precisa e disincantata, spesso spietata, delle dinamiche di un gruppo di lavoro, delle gerarchie istituzionali, del rapporto tra creatività e potere e di quello tra produzione artistica e necessità economiche.

Viene presto spontaneo immedesimarsi col regista Renè, (Francesco Pannofino) nel suo tentativo di sopravvivere giostrandosi tra le diverse velleità dei collaboratori, le necessità economiche e logistiche della rete televisiva e la sua residua vitalità, affidata quasi completamente ad un pesce rosso, Boris, col quale sembra essersi completamente identificato: errabondo, alla continua ricerca di sostentamento ed immerso in una bolla fragile  quanto il vetro della boccia contenente l’ittico amico. René però è anche un leader che si mette al servizio del gruppo, costituito dalla coppia di attori dal narcisismo sproporzionato rispetto al talento (tra cui Pietro Sermonti che interpreta un impagabile Stanis LaRochelle) e da vari gregari tra cui lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi), dalla cui prospettiva si dipana poi l’intera narrazione.

Una delle chiavi di lettura del telefilm riguarda la possibilità di coniugare arte, politica ed economia, ben caratterizzata dallo stridere tra la delicata e struggente poetica del cortometraggio “La formica rossa”, registrato da René negli scampoli di tempo e i suoi cialtroneschi topoi, fra cui il celeberrimo: “Perchè a noi, la qualità, c’ha rotto il cazzo, viva la merda!”. Che questo becero efficientismo sia ascrivibile al contesto o se sia invece una comoda protezione dai rischi consustanziali alla creatività e all’autenticità sarà un tema maggiormente esplorato nel film, uscito nel 2011 a compimento delle tre stagioni.

Concludendo, Boris è una serie che oltre alle innumerevoli, spesso amare, risate, fornisce anche una mappa concettuale utile ad orientarsi in quella grande lente sull’attuale che è la memetica social.

 

Dicembre 2020