“Don’t Worry” di Gus Van Sant. Recensione di Rossella Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: Don’t Worry

Dati sul film: regia di Gus Van Sant, Usa, Francia, 2018, 114’

Genere: Commedia, Drammatico 

 

                                                                                                       Beautiful, but dark”

 

Così il londinese The Independent giudicava le famose vignette “nere” dell’artista John Callahan, ex grave alcolista che a ventun’ anni, dopo un incidente d’ auto in cui guidava un amico, resterà paraplegico e uscirà dall’alcolismo (e dalla disperazione) lungo il percorso agli Alcolisti Anonimi.

Progetto che aveva in mente da vent’anni, solo dopo la morte di Callahan nel 2010, Gus Van Sant è riuscito a realizzare questo film meraviglioso, dove John è impersonato (direi più che ‘interpretato’, nel senso che è presente una vera e propria immedesimazione) dallo straordinario Joaquin Phoenix, uno degli attori più versatili dell’attuale cinematografia americana, Van Sant utilizza il suo consueto montaggio a flashback e flashforward, qui molto contenuti benché efficaci (il flash sul John bambino, ad esempio…) poiché è sull’attuale, sull’oggi del protagonista che si svolge la vicenda.

Pur fedele alla biografia di Callahan, molto noto negli Stati Uniti per le sue vignette “unpolitically correct” che produceva a fiume, a getto continuo, e scuotevano le ipocrisie dei benpensanti per il loro umorismo macabro, Van Sant ne trae una parabola, una metafora sugli incredibili danni che la vita procura ai più sfortunati (e forse a tutti gli esseri umani), ma sull’altrettanto incredibile risalita che due elementi in particolare possono procurare: la creatività, e pochi, giusti rapporti umani.

Uno dei molti meriti di “Don’t Worry. He wont get far on foot” (provocatorio titolo completo del film: “Non preoccuparti. A piedi non andrà lontano”) è di non farne una storia di caduta e recupero, di riabilitazione e salvezza, come ne esistono molte di sicuro impatto emotivo. Intervistato al Sundance Festival (dove è stato presentato, e ora candidato all’Oscar), il regista ha esplicitamente dichiarato di aver scelto di non soffermarsi sui primi stadi del trauma, per evitare la compassione. Lo spettatore passa così, ma accompagnato da una  mirabile linearità narrativa, dal giovane John perennemente ubriaco, solo con pochi derelitti come lui in Oregon, dove è nato, attraverso il trauma dell’incidente d’auto per ritrovare subito dopo il protagonista ad una riunione degli AA, in Texas, paraplegico e ancora rabbioso e infelice, ad ascoltare altre infelicità da cui intravvede un’iniziale speranza: ha perso le gambe, ma non sarà più solo. E’ noto che il grande successo degli AA nel mondo è legato al forte senso di appartenenza, di uguaglianza, sostegno che il gruppo riesce ad attivare nell’individuo perso nel baratro della sua dipendenza.

 

L’aver rinunciato alla “compassione” non significa averne fatto un freddo e  documentato biopic. Al contrario l’epopea di John in mano a Van Sant e sotto la maschera triste ma irriverente di Phoenix, diventa un film poeticamente straziante e al contempo compatto e vivace, pieno del dolore della vita e della fatica del recupero; un recupero (recovery), come giustamente professa la teoria degli AA, che non sarà mai completo. Non saremo mai “guariti”, ma “recuperati”. La differenza tra i due termini non è irrilevante: la guarigione è concetto definitorio, il recovery implica la convivenza con l’ospite sgradito, ma ormai parte di noi, della malattia; in un parallelo psicoanalitico, anche l’analisi non “guarisce” ma implica il proseguirsi di una continua autoanalisi. Dai demoni non si scappa, li si tiene sott’occhio.

La scelta della straordinaria vita di Collahan, bambino senza madre nato in Oregon, abusato da piccolo, che non poteva che diventare un alcolista “per coprire le mie sofferenze”, rientra nella cifra poetica di un regista che si è prevalentemente occupato di emarginati (Milk sull’omosessualità, Paranoid Park e lo splendido Elephant, suo capolavoro insieme a questo, sulla violenza e le stragi per mano degli adolescenti nelle scuole, per citare i più noti). Il pregio del film è di aver reso, senza giudizi né pietismi, il ritratto “vero” di un personaggio e di quello che diventerà il suo nuovo ambiente, i compagni del gruppo, in tutta la sua complessità e in tutto il suo accidentato percorso: dall’iniziale odio per la vita e per il suo destino di bambino abbandonato, al parziale impegno nei dodici passi che va crescendo fino al decimo, quello del perdono, il più ostico da accettare. Perdonare gli altri, chi ci ha danneggiato? Perdonare se stessi? Sembra un offensivo paradosso.

Il percorso riproduce quella che in termini psicoanalitici chiameremmo una “riparazione”: la cessazione dell’odio e la scelta dell’amore, la pulsione di vita, in altri termini, che prevale sulla continua sollecitazione della pulsione di morte. E’ colpevole una madre che abbandona? In fondo, John non ne conosce le ragioni. E’ colpevole l’amico Dexter che guidava al momento dell’incidente ed è rimasto salvo? Distrutto dal senso di colpa, anche la vita di Dexter è stata segnata. A partire da lì, da questa fase profondamente elaborativa di una vita che poteva essere migliore e invece è stata cosi, John smette di bere e inizia a disegnare. Il film, che lascio allo spettatore, e la vita, hanno una radicale  svolta.

 

Niente mi ha mai convinta di più di quello che vuole implicitamente essere il messaggio del film: solo la creatività, solo la sublimazione e il rapporto umano buono possono salvarci dalla distruttività, dal masochismo, dalla pulsione di morte e dalla rabbia cronica. John, nella sua disgrazia, possiede un talento (che aveva fin da ragazzo e che ora può recuperare): sa disegnare. Disegna vignette; non tristi, non lo rappresenterebbero in quanto lui non è più un uomo schiacciato dalla tristezza, ma umoristiche, graffianti, al limite del grottesco. In queste vignette inserisce lesbiche, disabili, outsiders, quello che non si dovrebbe dire o fare. Crea un genere.

Un giornale lo nota e lo pubblica, e tra controversie e sostenitori, le vignette diventano lo scopo della sua vita, una vita che ora ha un senso. Scrive Collahan nel libro che ad un certo punto della loro vita gli artisti cominciano a fare una cosa e fanno solo quella. “E’ proprio l’ossessione che li rende degli artisti”. John non riusciva a smettere di disegnare, e non capiva come tutti gli altri esseri umani potessero farne a meno.

 

Anche su questa parte positivamente conclusiva, il film non si sofferma più di tanto; il suo cuore centrale è costituito da elementi differenti, sempre in parallelo con un’autoanalisi guidata: le parole durante le riunioni col gruppo, l’ammissione che non abbiamo potere sulle nostre dipendenze, che possiamo però riconoscere quello che è in mano al nostro cambiamento. Commovente il mantra di John, ripetuto ad ogni riunione:

“Di mia madre so solo tre cose. Che era bionda, che era dell’Oregon, che mi ha abbandonato”.

La madre è una madre morta, “…il buco che stava al suo posto faceva temere la solitudine, come se l’oggetto rischiasse di sprofondarcisi anima e corpo” (Green, 1989)

L’alcool ha riempito quel buco; “l’eccitamento dell’alcol e l’eccitamento della fantasia sono molto simili”, scrive John Cheveer, scrittore che, pur limitandolo, non si liberò mai da questa auto-cura. Forse per questo il nostro John diventa un vignettista così instancabile: trasferisce lì, nei giochi con la matita e la fantasia, un eccitamento che da mortale diventa creativo.

Gus Van Sant è regista, abbiamo detto, che dà voce ai diversi; forse per questo ha tanto voluto realizzare la storia di un uomo che, da emarginato a “diverso” in quanto paraplegico, ha dato spazio ai “diversi” nelle sue vignette, non per compatirli o suscitare compassione, ma per far divertire con un sottofondo amaro, per fare di questi “diversi” dei soggetti umani come tutti, e perciò imperfetti, maleducati, sgradevoli. Sembra che lo scrittore e il regista abbiano compiuto un’analoga operazione. Sfatare lo stigma del disabile buono per definizione, per restituire il ritratto di un uomo vero, che si recupera ma resterà sempre segnato. La madre abbandonica resta un disegno su un tavolo; ma John ha smesso di odiarla. Lo sgombero del risentimento ci libera, slega pulsioni libidiche (si intravvede una futura fidanzata), consente l’empatia (verso l’amico del gruppo), pur restando per sempre su una sedia rotelle.

La storia di John è insieme disperata – il danno resta, l’handicap è irrimediabile – e testimonianza di coraggio, di volontà, del potere curativo dell’arte e del simbolo, della pietas per noi stessi. Psicoanaliticamente, una riparazione, una sublimazione, una bonificazione del super- io persecutorio e la sostanziale eternità del trauma sono, a mio parere, le chiavi di lettura mai esplicitate, come in tutti i film che ci rapiscono, del dolente, irriverente Don’t worry, storia di un paraplegico che riesce a ridere di se stesso

Ripensiamolo con l’arguto e amaro titolo intero:

   “A piedi non andrà lontano”.

 

 

Riferimenti bibliografici

Green, A. (1983), La madre morta, in Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Borla, Roma, 2005.

 

Settembre 2018