Il discorso del Re

Tom Hooper, Gran Bretagna-Australia, 2010, 111 min
(titolo originale The King’s Speech)

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commento di Cinzia Carroccio

Di solito si vanno a vedere i film in cui recitano attori noti per la loro professionalità, come si vanno a vedere film di registi che appassionano. Per me c’è pure la categoria dei film che favoleggiano dell’Inghilterra. Perché rimango sempre colpita dal racconto che viene fatto di un popolo che ha sempre avuto un rapporto molto forte con l’intimità della famiglia e della casa. "La mia casa è il mio castello". E questo discorso può essere allargato a tutta la nazione: "la mia nazione è il mio castello". Sono sempre pronta a farmi coinvolgere da una trama in cui tutto si gioca sulle sfumature dei sentimenti coltivati (o trascurati) nell’intimità sacra del popolo britannico.
Il "Discorso Del Re" racconta una storia vera, ma mi dà proprio la sensazione che sia stato scritto come una favola per bambini, in cui alla fine devono per forza vincere i buoni sentimenti. Mi sta bene, lo vedo volentieri perché è un vertice di lettura che mi si confà, un altro modo per farmi entrare in contatto con le passioni. Questa volta ho conosciuto le passioni di Bertie: si tratta in realtà del futuro Re Giorgio VI…ma così lo chiamano in famiglia…e così verrà chiamato per tutto il film…, bambino trascurato per la rigidità dell’etichetta di corte o per il confronto con il fratello maggiore troppo brillante, capace di accecare famiglia, donne e sudditi. Forse Bertie non è solo questo, forse Bertie è anche un ribelle rabbioso sin dalla nascita, balbuziente sin da piccolo perché frammentato, in cerca di una dimensione per sfuggire a troppi pesi imposti e nello stesso tempo bisognoso di attenzione. Mi viene subito da pensare che Bertie non sia stato amato non abbia avuto le cure di cui aveva bisogno, ma noi lo vediamo già adulto, dopo anni di un esasperante balbettare che crea intorno a lui un clima esasperato. Vediamo un effetto, non una causa. Il padre rifiutante e la madre fredda: forse troppo delusi dal loro fallimento con questo ragazzo-uomo problematico e ribelle.
La fotografia splendida del film ci mostra un uomo massiccio, un volto pieno e squadrato, un cappotto che sembra una armatura e fa notare di più il contrasto con gli occhi atterriti che devono essere la porta che ci apre il vero mondo di una famiglia e di una nazione che hanno il felice compito di fare la storia. Si vedono anni di sofferenze e di incomprensioni che forse hanno portato all’atteggiamento infastidito dei Genitori Reali nei confronti del portatore di questo mutismo aggressivo. Si vedono anni di rabbia non elaborata e non elaborabile per motivi forse di etichetta (?). Bertie è il ribelle di tutto il gruppo familiare, è ribelle a nome di tutti, ce lo dice con dolcezza la moglie quando gli ricorda di averlo sposato sperando che la sua "meravigliosa balbuzie" lo tenesse lontano dai doveri della dinastia.
Nello sfondo i discorsi accesi di Hitler, pieni di parole incomprensibili ma pronunciate con una perfetta violenza e con una gestualità impressionante. L’anti-Bertie.
Noi la storia già la sappiamo, già sappiamo della scelta fatta dal fratello maggiore che rinuncia al trono per amore, o forse perché dietro la sua "luccicanza" non c’è abbastanza per renderlo l’uomo che dovrebbe sostenere l’Europa e il Mondo contro la follia nazista. Anche il Re che abdica ci dice molto delle paure di un ruolo così impegnativo.
Il bambino è il Re. Il Paziente è il Re.
Arriva il Terapeuta: serio, rigoroso, simpatico, affettivo, giocherellone, colto, straniero. Ci piace subito, ha uno scintillio nello sguardo…E’ sempre la moglie affettuosa del futuro re che comprende che per Bertie ci vuole qualche cosa, qualcuno al di fuori delle convenzioni, per aiutarlo a tirare fuori l’uomo che sarà. L’uomo venuto dall’Australia, da un altro continente, il continente ancora selvaggio, ad incivilire la vecchia monarchia, a rivitalizzare con i suoi modi un poco primitivi un uomo che si prepara al suo destino.
Facilissimo empatizzare con Lionel…è simpatico (come un analista …. ), avrà successo (come ogni analista….). Ma ben presto ci facciamo prendere dal lato umano di questo affettuoso tentativo di lasciar emergere un poco di "lato oscuro" nel futuro Re che non vorrebbe parlare con il suo popolo, ma che alla fine ci dialogherà con tutto se stesso, mettendo in gioco quello che temeva di non saper utilizzare, le sue doti umane, la sua empatia. Gli scontri tra i due sono la parte più bella del film, avventurosi come "Guerre Stellari", commoventi come "L’Attimo Fuggente". Il tutto accompagnato dalla funzione di garante della possibilità svolta dalla moglie, che lo ama e lo stima e per questo gli consente di avere un bel rapporto prima con le due figlie, poi con il suo popolo, senza arrendersi pur non sapendo come le cose potranno andare. Ha fiducia.
La fiducia nel metodo e la passione nel metodo. Le chiavi di un nuovo funzionamento che consente a Bertie di arricchirsi di un livello espressivo dapprima un poco recitato, ma poi acquisito come parte di sé. O almeno così ci dice la storia.
Mi colpisce molto la fotografia del film, che, come dicevo, enfatizza gli effetti dei primi piani e ci offre dei quadri color seppia, a volte decisamente dorati, oppure ci mostra delle fotografie del Popolo Britannico che ascolta il suo Re. Come dicevo, amo vedere questo aspetto nei film che raccontano dell’Inghilterra che fu. Ma secondo me ancora è così, partecipe e affettiva nei confronti della Famiglia Reale, consapevole che si tratta di una propria emanazione e che nel bene e nel male ne è rappresenta.
Bertie che balbetta, che si cura e che nella cura trova le parole giuste, cariche della giusta passionalità, per sostenere la sua nazione nel duro compito che l’aspetta, mi sembra che ben rappresenti il passaggio epocale, la rivoluzione interna (di cui il balbettio è la resistenza) di un uomo e della sua nazione che cercano nuove vie per esprimere il proprio bisogno di intimità, di conoscere bene i propri confini e di poterli difendere.
Mai una immagine in cui qualcuno ride del re che balbetta: visi addolorati, silenzi significativi. Colpisce perché esprime una maturità e una dignità nazionale di cui evidentemente per ora abbiamo una grave carenza. Nella nostra nazione da tanto tempo non balbetta nessuno, tutti urlano e nessuno ha niente da dire.

9 febbraio 2011