Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – Recensione Valdrè

Woody Allen, Usa-Spagna, 2010, 98 min.


(titolo originale-You will meet a tall dark stranger)

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Commento di Rossella Valdrè

"Nel corso della nostra esistenza, vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto"

(Freud, Caducità,1915)

L’illusione, la perdita, lo scorrere del tempo, la fragilità, il bisogno d’amore e la sua inesausta ricerca… Ritroviamo tutto l’umano in questa moderno affresco balzachiano che con la consueta grazia, ironia, intelligenza e lieve profondità, Woody Allen ha saputo ancora una volta regalarci. Un godibilissimo affresco contemporaneo. Ma, soprattutto, più che nei film precedenti, qui si fa avanti ed anzi è in primo piano, fin dall’inizio, la dolorosa tematica del tempo che passa, della vecchiaia che ci aspetta, tutti, indistintamente, anticamera della morte, della fine. Il film si apre e si chiude col bel volto segnato di una donna anziana, Helena, abbandonata dal marito Alfie dopo quarant’anni di matrimonio perchè lui "non sopportava che gli dicessi la verità": la verità del non essere più giovane, che le paternità perdute non si sarebbero più ritrovate, e con esse l’illusione di eternità. Alfie, dal canto suo, è banalmente caduto nel clichè: palestre, lampade abbronzanti, viagra, fino alla ricerca avventata ed incauta di una donna giovane e smaccatamente diversa, con la quale non avendo nulla da condividere, il sogno durerà poco.

La traduzione italiana del titolo, come spesso accade, banalizza il tema e sottrae la corretta, a mio avviso, sottile tonalità evocativa che Allen voleva darvi. Non tanto ‘incontrerai l’uomo dei tuoi sogni’ ma, credendo di cercare quello, incontrerai lo straniero scuro, l’ombra della Morte: quello, sì, è l’incontro che ineluttabilmente tutti faremo.
Quasi di sfuggita, è Sally, la figlia di Helena, a rispondere così alla madre quando questa va a farle visita raccontando di essersi affidata ad una nuova cartomante, la quale le ha predetto un futuro radioso. Smarrita dalla separazione, Helena cerca una terapia un pò più consolante di quella che fanno gli psichiatri, e bisognosa di illusioni si mette nelle mani di chi, in fondo bonariamente, riesce a dargliele. Sostenuta dalle nuove credenze, Helena ci porta dunque nella casa e nella vita di Sally (un’intensa e intelligente Naomi Watts), giovane donna angosciata dalle rinuncie fatte (un bambino, una carriera propria come gallerista), alle prese con un marito, Roy, sempre più disperato e distante per il mancato successo dei suoi romanzi, dopo un esordio che era parso brillante.

Una rosa di personaggi fragili e confusi, perfettamente calibrati ed intrecciati, ciascuno preso nella propria personale amarezza, inseguono qualcosa che manca, senza pace. Helena l’illusione di conoscere il futuro, Alfie la giovinezza perduta, Roy, sentendosi vittima della distrazione della moglie e del mondo, getterà letteralmente lo sguardo fuori della finestra per invaghirsi della bella dirimpettaia, che a sua volta lascerà il fidanzato per lui (o meglio: per l’immagine che Roy le regala, camuffata ed ingannevole, di sè). Così come per Sally non sarà difficile illudersi che il fascinoso direttore della galleria in cui lavora, dopo un fortuito invito all’Opera in assenza della moglie, possa davvero pensare a lei…
La ruota delle proiezioni, delle fantasie, delle aspettative irrealistiche può girare senza sosta: cos’hanno visto Sally, il padre Alfie, Roy, in questi improbabili nuovi incontri? c’è davvero l’altro, di là della finestra, oltre quel vetro, o non vi è altro che quello che noi vogliamo vedere, il frutto combinato delle nostre proiezioni e desideri?
Scrive Milan Kundera nel suo splendido romanzo d’esordio, Lo scherzo (1967), quando il protagonista Ludvik pensa alla donna amata, Lucie, rincorsa invano per tutto il romanzo: "In effetti, in una donna non amo ciò che essa è in sè e per sè, quanto piuttosto quello con cui si rivolge a me, quello che lei è per me. La amo come personaggio della nostra vicenda comune."

Che cosa cerchiamo davvero, quale uomo dei sogni speriamo davvero d’incontrare, se non il rimedio alla nostra finitezza, alla nostra fragilità narcisistica, allo spettro della morte sempre più incombente col passare degli anni? Tuttavia è con ironia e dolcezza, senza tragedia, che Allen maneggia tutto questo. Il nostro romanzo comune. Sembra profilarsi un balsamo, un piccolo rimedio che, nelle giuste dosi, può aiutarci a sopportare la vita: l’illusione.
Già incontrato nel delizioso ‘Scoop’ (2006) e qua e là in altri film, il fil rouge dell’illusione qui ha un ruolo centrale: grazie all’illusione Helena riesce a superare il lutto dell’abbandono e ad incontrare in Jonathan, un dolce vedovo col quale condivide l’amore per l’occultismo, la possibilità di un nuovo dialogo. Illusione in giusta dose, potremmo dire, in quantità omeopatica; dove è troppa, come in Alfie, o dove si spinge al punto da scivolare nel plagio e nell’inganno, come in Roy, la realtà avrà il sopravvento. Un briciolo di illusione benigna, della quale in fondo siamo consapevoli, non pare antitetica alla ragione, ma consente di sopportarla.
Di andare avanti, nonostante quel carico di dolore, afflizioni, decadenza, che ci portiamo appresso.
Scrive Freud ne L’avvenire di un’illusione (1927), a proposito delle "rappresentazioni religiose", che: "Quando dico che tutto ciò è illusione, devo delimitare il significato della parola. Un’illusione non è la stessa cosa di un errore, e non è nemmeno necessariamente un errore". (corsivo mio). In gran parte, l’umanità non può farne a meno.

Illusioni non solo amorose, non solo affettive; l’llusione abbraccia ogni area del sè. E’ il caso di Roy che, incapace di tollerare la sua fondamentale mancanza di talento letterario, credendo morto un amico che invece aveva scritto un ottimo romanzo non ancora pubblicato, se ne attribuisce la paternità, illudendosi di essere altro da sè, regalandosi e regalando agli altri, per un breve attimo, un’identità fittizia. Ma abbiamo visto che solo a piccole dosi, e solo con ingenua bonarietà, l’illusione può funzionare; dove il passo nell’irrealtà diventa menzogna, tutto è destinato a crollare. Così sarà per Roy, ma anche per Sally, Alfie e la sua Chairmaine….

Proviamo simpatia per questi fragili personaggi. Anche la menzogna di Roy (per chi segue la filmografia di Allen, molto differente dal mentire di ‘Match point’ o di ‘Crimini e misfatti’) non ha nulla di crudele, perverso o psicopatico; essa ci fa solo pena. Impossibilitati ad essere amati, e ad amarsi essi stessi per quello che sono, i nostri personaggi le provano tutte: identità fittizie, rincorse patetiche di improbabili partners, consulti di cartomanti… Tutto, pur di sfuggire al dark stranger che prima o poi incontreremo.
E’ con Helena che la vicenda si era aperta, e con Helena si chiude. Quel filo di benevola illusione che l’ha accompagnata in un momento di vita difficile, le ha consentito, forse, un timido nuovo inizio. Non potendo sfuggire l’ineluttabile in altro modo, non potendo tornare dove non si è più, nelle nostre età precedenti, in quella bellezza del corpo e del volto di cui parla Freud in Caducità, unica possibilità sembra essere quella di una ricerca di affinità con l’altro, ed ovviamente con sè, che ci lasci in contatto con ciò che ci è proprio, familiare, non estraneo. Come Helena e Jonathan….

"Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio univesale del poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto. No! E’ impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell’arte, che le delizie della nostra sensibilitò e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato (…) In un modo o nell’altro, devono riuscire a perdurare, sottraendosi a ogni forza distruttiva".

(Freud, Caducità,1915)


dicembre 2010