La prima cosa bella

Paolo Virzì, Italia 2010, 116 min

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Commento di Stefania Nicasi

La prima cosa bella: dal sentimentalismo ai sentimenti

La prima cosa bella è un film sull’amore? E’un film sulla vita? Un film su come si muore e come si sta accanto a chi muore? Sulla famiglia? Sulla morale?

E’certamente un bel film, di quelli che non si dimenticano facilmente. Un film al termine del quale lo spettatore sente dentro di sé un rimescolio che assomiglia a una speranza. E’stato detto che nel corso della vicenda, come nel corso di una psicoterapia ben riuscita, i personaggi si riconciliano con il passato, con le figure del passato, con se stessi e con la vita.

In effetti, le scene finali sono di riconciliazione generale, di pacificazione, di ricomposizione. Tutto va finalmente a posto e ciascuno trova il suo posto, i vivi come i morti, mentre la storia acquista un senso compiuto (si veda per esempio la scena del cimitero, l’inquadratura sulle tombe). A partire dalla cacciata di casa, ma ancora prima, a partire dal furto del fidanzato che Anna porta via alla sorella, i personaggi diventano degli spostati. Non sono mai dove vorrebbero essere, dal che il loro peregrinare, la loro inquietudine e la loro infelicità. Inesorabilmente, l’unico che si sente sempre a casa – il vigile urbano marito di Valeria – l’unico a riporre fiducia in un incrollabile ordine dell’universo, è proprio quello che poi rimane senza posto, come chi perde nel gioco delle seggiole.

E’un film sull’amore? E’un film pieno di amore – anche questo è stato detto. L’amore scorre a fiumi, come le lacrime degli spettatori. Tutti si amano e si amano troppo. Si amano disperatamente perché non sono capaci di parlarsi, di comprendersi, di chiedere scusa, di perdonarsi. Non trovano le parole. Nessuno spiega ai bambini quello che succede: sono contesi fra gli adulti che se li strappano di mano senza nessuna preoccupazione per i loro sentimenti, nessuna scusa, nessuna assunzione di responsabilità, nessun progetto che non sia quello di tenerseli ben stretti. Quando finalmente tutti si parlano, le cose incominciano a cambiare e a migliorare. In fondo, l’amore e le parole li salveranno: c’era tanto di buono in questi personaggi e nella famiglia che è andata in frantumi. La tragedia non stava nell’odio: stava nel rapporto fra la debolezza degli argini e la piena delle emozioni e degli affetti.

Prima che si trovino le parole ci sono le canzoni: ma non si tratta di consolazioni a buon mercato? Non è stridente, nella scena sull’autobus deserto mentre fuori è notte e diluvia, la catastrofe è avvenuta, il paradiso è perduto e i tre non sanno dove andare, non è troppo stridente il contrasto fra le parole di quella canzone e la situazione presente? E’una buona reverie quella che mette in atto la madre? Canta che ti passa sembra suggerire: ma poi, passa? Siamo sicuri che passi? Questo è il dubbio del figlio Bruno. Di fronte alle tragedie della vita, alla tragedia che è in ogni vita, la madre propone il mondo delle canzonette, delle "fotine", delle "rivistine", delle "fritturine", dei filmetti d’amore. Propone qualcosa che assomiglia a una fuga, che dà momentaneo sollievo lasciando irrisolti i problemi: non le piace il telegiornale, preferisce le telenovele. La mamma cambia canale: Bruno non sa che fare della propria disperazione, non sa dove metterla. Prova anche lui a cambiare canale, rifugiandosi nelle sostanze e nei pomeriggi ai giardinetti, sull’orlo del fallimento. Ma la vita, sotto forma di un pallone da calcio e poi di una sorella tenace, lo viene a stanare.

Bruno è costretto a tornare a Livorno, "zona depisanizzata" – non vi sfugga l’inquadratura sul cartello stradale – e alla madre. Cosa trova? Trova di primo acchito una madre, si potrebbe dire, denuclearizzata: la sorprende nel sonno, malata terminale, senza capelli, senza bellezza. Finalmente senza bellezza. Ma anche a questa madre è impossibile avvicinarsi. Bruno si accascia in corridoio, sulla carrozzina/carrozzella. Straordinaria trovata del regista: l’infanzia – l’Edipo – quando non tramonta diviene handicap.

Di giorno, ritrova una figura che assomiglia alla madre dell’infanzia ma che appare molto più articolata, complessa e ricca di sfumature. Non più la bomba sexy decerebrata, non più quella che sbaglia uomini, tasti e professoresse, ma una donna che usa il proprio fascino. Intelligente e ironica, ha visto i limiti dei personaggi maschili che ha incontrato, ma non se ne è curata. La vita le piaceva troppo per lasciarsi scoraggiare. Per niente al mondo si sarebbe persa il finale, e aveva ragione.
Con questa madre agli sgoccioli, con questa madre che "non conosceva bene", Bruno ricuce un rapporto, approda dalla passione denegata alla tenerezza, si lascia abbracciare e, seppure impacciato, si arrende all’espansività di lei e si fa condurre nella danza. Una giovane collega di formazione fenomenologia mi ha suggerito che l’immagine dolce amara dello zucchero filato svela l’essenza del film. Fra madre e figlio, l’infantile trova finalmente posto. Ma è anche vero che nella sequenza successiva lo zucchero filato viene dato – ri-filato – a un passante: è necessario sbarazzarsi di un sentimentalismo dolciastro e appiccicoso per arrivare alla verità dei sentimenti.

La prima cosa bella è un film sulla famiglia? E’ indubbio che aiuti a mettere a fuoco una questione cruciale, relativa al doppio versante della famiglia la quale ha un lato pubblico e uno privato. Spetta in primo luogo al padre il compito di proteggere l’intimità della famiglia all’interno e difendere la sua immagine all’esterno: è prima di tutti il padre che deve tenere la famiglia in equilibrio fra interno ed esterno. Nel film, il padre è debole e fallisce il compito: ama la moglie ma la ripudia di fronte agli altri. Per non perdere la faccia, perde la famiglia. E’lacerato fra la passione per una donna bellissima ma sprovveduta e il timore di fare brutta figura, fra l’orgoglio di esibirla e la vergogna per quello che potrebbe succedere. Quello che più gli piace di lei è quello che più lo terrorizza. E’ costretto ad amarla in segreto da tutti, anche da se stesso. E’ insuperabile lo scambio di battute con il figlio bambino che lo sorprende mentre di notte fa visita alla moglie abbandonata: "Tu che ci fai qui?" domanda l’adulto al bambino.
Il problema del quale il padre non riesce a venire a capo passa al figlio, sedotto e spaventato. Come il padre, anche il figlio si condanna a un’esistenza impoverita, esangue, lontana dal mare e dalla prima cosa bella, troppo bella.
Toccherà al portiere, fedele custode delle memorie e del focolare, un uomo piccolo dal cuore grande, di riuscire là dove il padre ha fallito: toccherà al portiere condurre la nave in porto, riunire la famiglia, aiutare i figli a riportare la madre a casa per restituirle quella dignità – vorrei dire regalità, perché di questo in effetti si tratta – che tanti anni prima il marito carabiniere le aveva sottratto.
Non c’è più da vergognarsi, non c’è più da scappare, non c’è più da drogarsi: c’è da buttarsi nel mare di Livorno e fare un bagno nella vita.

Ciak si gira!
Siena 11 0ttobre 2010