La tenerezza possibile, La corte(l’Hermine)

di Cristian Vincent, F, 2015, 98 min.

Commento di Giuseppe Riefolo

“Lo spettatore vive prima il piacere estetico
della bellezza e poi, col tempo, avverte il dolore”
(Botero, 2013)

Bellezza 

Potrebbe sembrare un film d’amore dove finalmente ritrovi Ditte, la dottoressa che ti ha curato quando tu eri bloccato per sei mesi. Lei non lo sapeva, ma tu ne coglievi la bellezza oltre il camice e il gesto di cura. Forse per altri spettatori questo ha significato l’amore sensuale ai suoi inizi; è possibile! Ma io ho pensato alla bellezza che non ha a che fare con l’oggetto, quanto col bisogno del soggetto di sentirsi vivo. L’oggetto non sa di esserlo, ma può scoprirsi bello solo se aderisce ad un potente bisogno di vita dell’altro: “Il cielo mi fece bella, tanto bella che la mia bellezza vi costringe ad amarmi. Ma…non tutte le bellezze innamorano… la mia bellezza non l’ho chiesta io….” (Cervantes, XIV, 119). Infatti Ditte, scopre che un suo gesto a cui non da importanza viene inventato bello da Racine: “io la vedevo mentre si chinava sugli altri malati e a tutti prendeva il polso ed attendevo il mio turno; che lei si chinasse su di me e mi prendesse il polso”. Ditte ribadisce lo scarto fra ora e allora: “Ma lo faccio con tutti i miei malati!”.
All’inizio, quando Racine si sorprende a sentire il nome di Ditte nella lista dei giurati, tutti pensiamo che si tratti di una storia passata e interrotta bruscamente, forse allora impossibile, che ora sarà chiarita nel suo percorso traumatico e potrà compiere un nuovo tratto. Invece sono sorpreso dal fatto che i due si diano del “lei”, fino alla fine: “è ancora questo il numero del suo cellulare? “(1). Cominci a pensare, quindi che non si tratta di nessuna sospensione traumatica. Semplicemente quella storia ora può diventare un’altra storia che allora era solo potenziale. “sono stato ricoverato per sei mesi dopo un incidente e tua madre mi ha curato!”. Appunto: una passante che per un attimo ti ha fatto sentire la bellezza e che ora ritorna al punto in cui l’avevi lasciata. Alcuni analisti chiamerebbero Ditte un Oggetto-Sé che era stato perso e che ora viene ritrovato. E’ vero: “é difficile per me dire… Cosa vuoi che ti risponda!”; “Che ti manco, ad esempio! Che ti manco molto!”. Ma Ditte mi fa pensare che c’è qualcosa di più di un ritrovamento. C’è l’illusione di qualcosa che potrà accadere e per ora ha solo la dimensione delle potenzialità non ancora realizzate: “un opera deve avere in se stessa tutto il suo significato e imporlo allo spettatore anche prima che questi ne conosca il soggetto” (Matisse, 1972, 22). Anche questo è stato ipotizzato da alcuni analisti: la bellezza come conflitto tra ciò che vedi e ciò che senti potrà essere (Meltzer, Harris, 1984). Di Racine non mi ha interessato la storia, ma i momenti di smarrimento, quando la febbre ti rende difficile la vita ed eviti di toccare nessuno: “non le do la mano perché ho una malattia altamente contagiosa!…”.

Tenerezza

Per Freud la tenerezza è una tensione che “mitiga il passaggio dalle pulsioni parziali infantili” alla scelta sessuale adulta. La scelta sessuale sarà più o meno intensa nella misura in cui sia stata “mitigata… da ciò che possiamo definire la corrente di tenerezza della vita sessuale” (Freud, 1905, 508). Andando un po’ oltre, attualmente gli psicoanalisti sanno che la tenerezza è la sostanza di fondo delle relazioni intersoggettive. Essa non concerne particolari operazioni, ma una posizione di “un ascolto e uno sguardo, da parte dell’analista, attento a cogliere la spinta interna, scissa, che cerca una via per emergere dal reticolo di identificazioni primitive” (Gaburri, 2007, 12).

A questo punto ritorno nel cinema e trovo molti pazienti. Roberta che sogna, imbarazzata, che io mi alzo dalla poltrona e l’abbraccio da dietro; Paolo, che sogna la madre che lo vede sporco e cerca dilavargli il viso, e nello stesso sogno un alligatore che gli viene incontro minaccioso per una stretta via. Elisa che sogna di passarmi la bottigia dove lei ha appena bevuto con le labbra ed è imbarazzata perché teme sia un bacio. La tenerezza si colloca nel delicato processo antico che distingue ciò che vuoi da ciò che diventerai: “l’identificazione, comunque ambivalente sin dall’inizio, può tendere tanto alla espressione della tenerezza quanto al desiderio di allontanamento” (Freud, 1921, 293).  Racine è quel sottile crinale dove vuoi ancora permetterti la tenerezza  appena prima che diventi (e ti introduca alla) sessualità. Infatti nel film gli incontri hanno la scansione della distanza intima. I due protagonisti non cercano mai il contatto fisico, (strano: mai neanche il tentativo di un bacio…) ma si cercano negli intensi contatti visivi e se si toccano, c’è soprattutto la dimensione della carezza. Infatti lei gli prende il polso e lui sa ricordare il suo vestito di pizzo il giorno della prima cena dove l’intimità doveva essere contenuta dalla presenza di colleghi di lei terribilmente noiosi.”Perché non ha risposto alla mia lettera?”; “Cosa sarebbe cambiato?”; “Ma l’ha ricevuta almeno?”; “Sì, l’ho ricevuta!” .”Io mi aspettavo una risposta e, visto che non arrivava l’ho invitata a cena! Ricorda? E poi non ho osato invitarla da sola per timidezza! così ho invitato anche il nostro dott. Malard! Ricorda? il terribile dott. Malard”. Ditte ripropone la distanza, ma ora siamo entrati nella zona intima e, questa volta, la risposta è un vezzo del corteggiamento: “Sì, ma è lui che l’ha operata!”.  Racine, ora ripropone la scena antica dal vertice eccezionale e speciale della intimità di ora. Ricorda a Ditte il messaggio che lei gli invia: “fuori dal ristorante le mandai un messaggio per dirle che ero stato bene e lei mi scrisse: è stata una cena entusiasmante e gradevole! Mi ha ucciso!”.

Verità

Racine non è amato da quelli del tribunale ed anche quelli della giuria popolare sospettano che sia scostante: ”…e del presidente? Se ne può parlare? Non voglio sputare veleno, ma in ogni caso dicono che sia una vera carogna!”.  Anche qui c è la parabola di Racine. All’inizio è goffo e rigido; incute timore a tutti quelli a cui parla. Poi, inatteso per quelli che seguono il film, incontra i giurati e propone loro cosa sia la verità e cosa siano le regole. E’ un bel passo del film perché da un vertice di severità viene una proposta mite che fa riflettere:

“In questa storia è morta una bambina di 7 mesi!… Vorrei dirvi … che forse non sapremo mai la verità. Forse non sapremo mai ciò che è realmente accaduto  E questo voi dovete accettarlo senza sentirvi minimamente frustrati… Lo scopo della giustizia non è accertare la verità! Lo scopo della giustizia è riaffermare i principi della legge. Ricordarci ciò che è lecito e ciò che non è lecito!” 

Uno psicoanalista (ma non solo…) sicuramente ha molto da pensare dopo Racine. Perché è evidente che nella stanza di analisi non va in scena la realtà. Freud lo comprende molto presto e dichiara che la seduzione può non essere reale, ma può essere vera solo per il soggetto, ed è quello che conta!  Per la cultura comune i due concetti si possono sovrapporre, ma l’analista sa che essi hanno una profonda differenza. La realtà è un evento condiviso, mentre la verità è solo del soggetto e può non essere verità per un altro e potrebbe non diventare mai realtà!  Nella stanza di analisi, come continuamente nella nostra vita, si assiste al continuo passo della verità verso la realtà, qualcosa che continuamente passi dal soggetto al campo relazionale intersoggettivo. Le regole di cui parla Racine segnano il limite e le possibilità perché la verità diventi reale. Alla fine, un delirio, un’allucinazione, sappiamo bene che non sono reali, ma gli analisti sanno che per il soggetto sono veri (Bion. 1962, 107). E’ la profonda differenza fra la psichiatria e la psicoanalisi. Gli psichiatri colgono il soggetto laddove diverge dalla realtà, mentre la psicoanalisi lo coglie nella sua verità. La psichiatria porta continuamente il soggetto a rinunciare a quote più o meno cospicue della propria verità al fine di adattarsi alla realtà, mentre la psicoanalisi parte dalla verità del soggetto perché possa trovare un posto nella realtà. La prima realtà che abbiamo incontrato nella vita, ovviamente, è “il volto della madre” (Winnicott, 1967, 191)) che si è incuriosita della nostra verità e l’ha resa in parte reale. L’altra quota di verità, alcuni analisti la collocano nell’inconscio, mentre altri la tengono come “disposizioni potenziali” , ovvero un’altra versione dell’inconscio che non è rimosso, ma “per definizione inconoscibile” (Bion). Gli analisti sanno che questa verità è il vero potenziale della cura analitica. Racine passa dalla certezza del giudizio severo (“quello è il presidente della corte! Con lui le condanne vanno sempre a doppia cifra!”) al sospetto che la verità sia inconoscibile. La tensione alla verità è sostenuta dalle regole e, alla fine, la funzione creativa, potenziale, delle regole è la  sola dimensione di cui possiamo occuparci.  Un analista ha molto da riflettere se riconoscere che il suo compito non è più di “conoscere l’inconscio attraverso i suoi derivati” (Freud), ma di permettere che il campo intersoggettivo della relazione analitica possa continuamente realizzare piccole configurazioni di esperienza finallora solo potenziali: “il costume psicoanalitico deve ora allontanarsi da una stretta equazione dell’inconscio dinamico con il rimosso…L’inconscio dinamico deve comprendere questa più ampia gamma di fenomeni mentali, compresa la Conoscenza Relazionale Implicita” (BCPSG, 2010, 131).

Racine non vuole amare Ditte, ma ha bisogno che lei ci sia: “domani il processo sarà finito e lei sarà ricusata per il nuovo processo. Potrà ritirarsi e tornare a casa, nel suo ospedale. Ma se vuole potrà assistere e sappia che io la cercherò fra il pubblico perché vorrei che lei ci sia!”. Ovvio che lei, dopo un attimo in cui sembra che Racine rimarrà deluso, rientrerà e si siederà fra il pubblico. Ovvio anche che abbia il vestito di pizzo che lui ricorda della loro prima cena. Ovvio che ti commuovi perché il film ti sta confermando che il mondo può restituirti ciò che hai desiderato. Ma io penso che il lieto fine dei film ti commuove sempre perché ti promette che la tua verità può diventare reale e lei ha messo il vestito di pizzo con cui tu l’hai vestita nel tuo desiderio e che ora, fra il pubblico del nuovo processo,  lei ti dice che la tua verità è condivisa.

“Però la sua sagoma snella
È tanto graziosa e sottile
Da rimanerne rasserenato”.

(Antoine Pol, 1911)

Nota 

(1)Mi ha sorpreso che nel film ci sia solo un momento in cui i due si danno improvvisamente del “tu”, quando, andata via Ann, restano soli nel pub. Ho sentito dissonante questo passaggio soprattutto perché poi, nel film, quel registro si sospende e ritorna il “lei”.