Le Serie Televisive: la versione di uno psicoanalista

Commento di Elisabetta Marchiori

Bernardo Bertolucci ha dichiarato (la Repubblica, 13 settembre 2014), in occasione della presentazione al festival del cinema di Roma della prima stagione di True Detective: “Sono anni che, costretto in casa, mi sono appassionato alle serie. Mi sono chiesto perché, forse bisogna partire da lontano, quando mio padre mi raccontava le “fole”, le favole. Quello è il primo caso di serialità, poi sono venuti i fumetti, quindi sono arrivate, con un grande salto temporale, le serie televisive”. Rivela che tante sceneggiature sono nate durante le sue sedute di analisi, e non ha dubbi: “Le serie che vedo sono più belle di quasi tutti i film hollywoodiani anzi, le aspetto con ansia, e non aspetto più i film, nemmeno quelli con cast stellari. Trovo nella fiction quello che non vedo più al cinema. I bei film di questo momento per me sono dentro le serie, hanno riconquistato i tempi che il cinema ha fatto a pezzettini, ingoiato e fatto sparire; i tempi della serialità sono quelli del cinema che amavamo».

Ha seguito Walking Dead, House of Cards, Mad Men, I Soprano, “ma True Detective mi ha ipnotizzato”.

Se lo dice lui, di cui conosciamo l’amore dichiarato e ribadito per la psicoanalisi, tanto da essere Presidente Onorario dell’European Psychonalytic Film Festival, e che possiamo considerare l’anello di congiunzione tra psicoanalisi e cinema, come non dargli credito?

Interessarsi alle serie televisive, per noi psicoanalisti, oltre In treatment – lì si gioca in casa- è una sfida da cogliere: il fenomeno, popolare e colto insieme, è diventato “virale”, come si dice. Sono amate dal pubblico e recitate da attori che sono già star o che, grazie a una serie indovinata, lo diventeranno, dirette da registi di riconosciuta bravura (vedi i nostri Sollima con Romanzo Criminale e Gomorra, fino al premio Oscar Sorrentino con The Young Pope).

Seguono storie note, si ispirano a romanzi (Gomorra e Wolf Halle per esempio), a film (come Fargo), a fumetti (tra cui Daredevil e Jessica Jones) o sono create ex-novo da personaggi, ora considerati tra i più influenti d’America, chiamati “show runner”. Sono loro che gestiscono lo show, lo scrivono, lo arrangiano, lo portano avanti, magari lo producono, scelgono e supervisionano sceneggiatori, cast, registi, insomma, sono “i capomastri”, responsabili del budge e della riuscita del lavoro di squadra. Cito solo Beau Willimon (House of Cards), Shonda Rhimers (Scandal e Le regole del delitto perfetto), Vince Gilligan (Breaking Bad), Damon Lindelof (The Leftovers), Nick Pizzolato (True Detective) David Benioff e D.B. Weiss (Il trono di Spade) … sono loro a garantire lo stile, a imprimere il tono, a rimanere la stella polare nel caos della produzione, e a garantirne successo e guadagni.

Per questo la qualità delle serie si alza sempre di più, ce n’è di tutti i generi, per tutti i gusti e tutte le età, se ne parla tra amici, vengono fuori nelle stanze d’analisi, spopolano sul web.

Le serie televisive non sono “il Cinema”, ma vengono da lì. Entrambi sono “l’incarnazione dell’immaginario nella realtà esterna” (Morin, 2001) e soddisfano, più del cinema, il bisogno sempre più urgente di “entrare in sequenza”, come direbbe Baricco (2006) –  essere in continuo movimento, seguire una – o più – traiettorie, di entrare e uscire dalle storie quando e come si vuole. Rispetto al cinema, “offrono l’opportunità di sviluppare personaggi e ambienti seguendoli e descrivendoli da infiniti punti di vista”, ha dichiarato la scrittrice Elisabeth Strout (la Repubblica, 21 novembre 2014) il cui bestseller Olive Kitteridge è diventato una miniserie di altissimo livello, diretta da Lisa Cholodenko e interpretata da una straordinaria Frances McDorman.

Ti inseguono e se ti prendono non ti mollano. Perché quella che fa per te, sicuramente, è in onda, o sta per arrivare o, se la cerchi, sicuro che da qualche parte la trovi: in programmazione sulle televisioni a pagamento o su Netflix, nei siti streaming, in forma di file torrent che si possono scaricare e accumulare, prima o poi anche “in chiaro”.

Si può guardare diligentemente un episodio alla volta, o “spararsene” decine a notte, come un lunghissimo film: ha un nome anche questa forma di bulimia, si chiama binge-watching.

Con l’aumento esponenziale delle storie, stanno cambiando anche i personaggi. Come ha scritto Emiliano Morreale (la Repubblica, 3 maggio 2015) il percorso narrativo di questi nuovi eroi non è più quello classico, nelle varie forme (l’opposizione tra buono e cattivo, la lotta per affermarsi, l’ascesa e la caduta, la perdita dell’innocenza): “Piuttosto, si tratta di personaggi che l’innocenza forse non l’hanno mai avuta, il cui scopo è sostanzialmente di evitare la propria catastrofe, salvare il proprio potere, il collasso del proprio mondo, minacciato dall’esterno ma anche dei propri fantasmi. Eroi allarmati e allarmanti di un tempo di crisi”.

A questi questi eroi allarmati e allarmanti, in cui ci identifichiamo, ci affezioniamo, tendiamo a chiamarli per nome, a farceli amici: sono forse l’incarnazione di parti di noi profonde, difficili da riconoscere e contattare, che possiamo così vedere, tollerare, magari integrare?

Che altri bisogni soddisfa l’attuale serialità? Forse il suo garantire “appuntamenti”, il creare un “setting” confome ai nostri bisogni e desideri, lo stemperare il senso di solitudine.

Come una seduta psicoanalitica, ogni episodio, di qualsiasi serie, ha la durata di 45-50 minuti. Un’unità di tempo, come ricorda Alberto Schön, “adatta ad ascoltare gli eventi con la necessaria attenzione e disattenzione; per approfondire, per seguire i vari livelli; il tempo perché la relazione tra due persone sia rituale e vi sia spazio anche per l’inatteso”. La citazione è tratta da un lavoro del 1995 intitolato “Il film di 45 minuti (o il set analitico)”, e ha qualcosa di ironicamente “profetico”, perché “rituale e inatteso” sono aggettivi del tutto appropriati in riferimento a ogni episodio di una serie, di quelle “ben fatte”. Che possono avere il fascino delle narrazioni fiabesche, la capacità di incantamento di Sharazade, con le sue Mille e una notte.

Nella sua episodicità, la serie garantisce la continuità e l’evoluzione della narrazione e dei suoi personaggi e, mentre intorno a noi si accalcano elementi eterogenei, frammentati, di un mondo sempre più difficile da comprendere, incoerente e pieno di tragedie e paradossi, non più a misura d’uomo, la serie televisiva li rimette insieme in narrazioni dotate di coerenza interna. Nell’avvicendarsi degli episodi, le serie di successo si organizzano in Stagioni: lo share ne garantisce “il ritorno” e la fine può non essere certa né nota. E una storia che torna di stagione in stagione, come quelle di Sharazade di giorno in giorno, serve forse anche a salvarsi la vita.

Ha scritto Carlo Levi a proposito del fluviale romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (1958): “Se il tempo di un uomo, di una vicenda, è destinato a esaurirsi, lo si può raddoppiare, moltiplicare all’infinito, sovrapporre e confondere con altri tempi, portarlo, per quanto è possibile a una pagina scritta, a quella contemporaneità senza fine che sola è vera ed eterna. Uscire di se stessi in prima persona è ancora un modo di rifiutare la morte”. E se si sostituisse (perdonate l’azzardo) “a una pagina scritta” con “a una serie TV”? Sono entrate ormai a far parte di “tutti i mezzi, tutte le armi, buone per salvarsi dalla morte e dal tempo”. 

Novembre 2016