A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)

Dati sul film: regia Joel e Ethan Coen, USA, Francia, 2013, 105 min.

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

Premio della Giuria a Cannes, candidato agli Oscar per la fotografia di Bruno Delbonell, ispirato alla biografia di Dave Van Rock, ‘Inside Davis’ è il racconto delle vicissitudini interiori di un folk singer, Llewyn Davis, interpretato dall’attore Oscar Isaac che, con gli altri protagonisti, canta live l’eccezionale colonna sonora affidata a T Bone Burnett. Il titolo originale, forse intraducibile, purtroppo diventa in italiano ‘A proposito di Davis’, portando fuori strada lo spettatore. Sullo sfondo di un Greenwich Village degli anni ’60 che prepara il successo di Bob Dylan, attorniato da una serie di personaggi inconfondibilmente ‘coeniani’, in poco meno di una settimana, forse quella in cui Dio creò il mondo, al protagonista Llewyn Davis succede di tutto, ma per lui non cambia assolutamente niente, nemmeno i calzini. Aveva assaggiato il successo duettando con l’amico Mike che si è suicidato, ma ora da solista non vende una copia del suo ultimo disco ‘Inside Davis’, appunto. ‘Non ci vedo tanti soldi, in questa roba’, sentenzia un importante produttore di Chicago dopo aver ascoltato una sua struggente canzone. Tuttavia, Llewyn appare imprigionato in se stesso, autore del suo destino di perdente: ‘Tutto quello che tocchi si trasforma in merda, come se fossi il fratello stupido di re Mida’. E questa definizione, data dalla protagonista femminile, gli sta a pennello.

Andare o non andare a vedere il film?

Può affascinare, annoiare, irritare. Commuovere, intristire, lasciare perplessi. Indurre inevitabilmente a confronti con le opere precedenti degli instancabili registi. È un film che riesce a portare lo spettatore proprio ‘inside’, ‘dentro’ all’anima di un uomo che ha talento, ma non sa come usarlo, lo tiene stretto a se come un talismano, come qualcosa che appartiene solo a lui, e quindi muore dentro di lui. Con ritmo, musica e situazioni che hanno poco della realtà e molto del sogno, la storia si morde la coda come un gatto. E non a caso è un gatto che Llewyn si porta appresso e di cui ha lo stesso lo stesso sguardo di animale spaventato, affamato, sperduto, di un bambino incompreso, abbandonato, che si chiude testardamente in se stesso. Come uno dei cani della canzone di De Gregori ‘non sa dove andare, comunque ci va’. Noi ci fidiamo, ci andiamo dietro, a Llewyn e al gatto. Al di là di qualche metafora che è talmente scontata che credo l’abbiano messa così apposta, i fratelli Coen continuano a farci sperimentare il vero cinema, quello che fa pensare. Terribilmente scontato, ma è così.

La versione di uno psicoanalista

Mike, l’amico e partner suicida, è una presenza invisibile, ma costante, che accompagna Llewyn. È alla sua morte che sembra corrispondere l’inizio del declino autodistruttivo di Llewyn e forse ha tolto vitalità al suo sguardo e ibernato le sue potenzialità affettive, già segnate da carenze che si lasciano intuire. Inquadrato dalla cinepresa mentre canta, il volto del protagonista ha un’intensità che non si coglie nella quotidianità della sua vita meschina, dove appare invece inespressivo, e nella sua tendenza a essere sempre nel posto sbagliato, al momento sbagliato, in un’inesorabile coazione a ripetere. Quello di Llewyn si può vedere come il ritratto di un uomo profondamente depresso, segnato da un grave lutto che rimanda forse a una figura paterna vissuta in modo profondamente conflittuale, che ‘spande merda’ (letteralmente), mentre Llewyn canta.

Dicevo all’inizio che, nel volgersi della storia, il protagonista non si cambia nemmeno i calzini. Ed è vero. A guardar bene, però, una piccola ma significativa evoluzione c’è: all’inizio del film, di Mike non si poteva parlare. Alla fine, Llewyn ammette di aver interpretato una delle canzoni che duettava con Mike. E, complice la sua facilità a perdere e buttare via cose anche importanti, decide di non tornare a imbarcarsi come marinaio, il mestiere del padre, e continuare, nonostante tutto, a cantare. Ha appena scoperto di essere a sua volta un padre.