Alaska

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Alaska

Dati sul film: regia di Claudio Cupellini, Italia, Francia, 2015, 125’

Trailer

Genere:drammatico

Trama

Una pausa per una sigaretta sulla terrazza con una splendida vista di un Hotel di lusso a Parigi fa incontrare Fausto (Elio Germano), un cameriere italiano vestito “come un pinguino”, e Nadine (Astrid Berges-Frisbey) in mutande e piumino, un’aspirante modella poco convinta di “essere presa” nel casting cui sta partecipando. Fausto le dice, in perfetto francese: “Io ti prenderei”. E la storia, burrascosa, sempre al limite della credibilità, inizia. Fausto e Nadine sembrano i personaggi di un racconto con elementi fantastici: lui, il “povero” senza arte né parte, impulsivo e sognatore, butta subito il cuore oltre l’ostacolo nel provare a prendersi la fanciulla indifesa, sfidando la sorte e finendo miseramente in galera. Lei è bellissima, triste, di disarmante ingenuità, un po’ selvatica, spaesata. Quando va a trovare Fausto in prigione ammette con gli occhi bassi di essere “stata presa” al casting, gli promette che, scontata la pena di due anni, si rivedranno e dice: “Sembra che se va male a te, va bene a me”. Parole profetiche, filo conduttore della narrazione: rincontrandosi, quella storia si ripete e si ripete: va bene a lei, va male a lui, tanto male, troppo male, tanto bene, troppo bene, sempre al contrario. Le loro vite sembrano avvitarsi in cerchi concentrici e non prendere mai una traiettoria. Capita di tutto, tanto, forse troppo, in questo film dove l’Alaska (una discoteca) è la metafora della febbre dell’oro, della ricerca della felicità in cui i protagonisti si illudono ci si possa imbattere e non hanno la minima idea di come si possa piuttosto conquistare e mantenere.

Andare o non andare a vedere il film?

Cupellini riprende il tema principale del suo precedente “Una vita tranquilla”, dell’illusione che un’altra vita, migliore, sia possibile cambiando paese, parlando in una lingua diversa dalla propria, cambiando lavoro, senza fare i conti con il proprio passato, le fragilità, le carenze interne. Lo riprende sviluppandolo in versione “vita piena di guai”, alla Vasco Rossi, ma il risultato finale è lo stesso, qualsiasi evoluzione dei protagonisti appare impossibile. Cupellini deve sentirli visceralmente, questi suoi personaggi “sradicati, alla ricerca di un posto nel mondo”, perché visceralmente li fa sentire allo spettatore, che intuisce quello che sta per accadere, anche se è proprio quello che non vorrebbe accadesse.

Reduce della lettura dell’ultimo libro di Vittorio Gallese, scritto con Michele Guerra “Lo schermo empatico” (2015, Cortina), che propone l’applicazione del concetto di “simulazione incarnata” al cinema, voglio citare la parte conclusiva della bellissima recensione di Vittorio Lingiardi sul Sole 24 Ore (8 novembre 2015): “Nel 1928, un intuito geniale portava Antonin Artuada a scrivere: la pelle umana delle cose, il derma della realtà, ecco con cosa gioca anzitutto il cinema. Dove pelle sta per corpo, ovvero engagment motorio del nostro sistema cervello-corpo. Se si va a vedere questo film, si capisce bene quello che vuol dire: lo spettatore “deve ingaggiare un vero corpo a corpo, non solo metaforico, con la situazione narrata”.

La versione di uno psicoanalista

“Vivendo lungo il border”: questa è la sequenza di parole che mi è venuta in mente uscita dalla sala. Si tratta del titolo di un lavoro di Agostino Racalbuto (2001) che affronta la problematica della patologia borderline attraverso esemplificazioni cliniche. Credo che questo film si possa vedere come una esemplificazione cinematografica del funzionamento psichico “border”. Infatti te li trovi lì, Fausto e Nadine, senza passato, a vivere un presente in cui agiscono spinti da bisogni primitivi, da pulsioni incontrollate, in cortocircuito, non c’è nessun pensiero, nessun progetto, forse nemmeno un sentimento, solo emozioni. Quelle basiche di “Inside-out”: rabbia, tristezza, disgusto, paura. Una specie di amico immaginario lui, lei nemmeno quello.

La fragilità narcisistica dei protagonisti, il senso di vuoto interiore, li porta a una dipendenza dall’oggetto esterno concreto, da un bisogno di possederlo senza riuscire a entrare in una relazione possibile nella realtà. I confini dell’Io, dell’oggetto, della relazione appaiono instabili, precari “ne consegue uno spaesamento continuo, un senso di mancanza di orientamento emotivo, di spessore affettivo dell’esperienza, di familiarità con la vita e, in ultima istanza, una carenza d’identità” (Racalbuto, 2001).

La stessa narrazione filmica propone fatti che si succedono a ritmo sincopato, lasciando allo spettatore la sensazione disorientante di cadere, con i protagonisti, “nel vuoto di senso”. Rimane un’ultima possibilità: costretti a tollerare l’attesa, forzati a fermarsi, arginati da limiti fisici, Fausto e Nadine potrebbero ancora trasformare il vuoto in uno spazio da riempire.

Novembre 2011