Alien Covenant

Recensione di Angelo Moroni

Titolo: Alien Covenant

Dati sul film: Regia di Ridley Scott, USA, UK, Canada, New Zealand, 2017, 122

Trailer:

Genere: Fantascienza

Trama

Nel flashback introduttivo, Sir Peter Weyland, fondatore della Weyland Corporation, si rivolge ad un androide che entra a far parte della spedizione Prometheus, chiedendogli di scegliersi un nome. La risposta è “David”.

Nel 2104 l’astronave USCSS Covenant, in missione di colonizzazione planetaria, è in viaggio verso il pianeta Origae-6 con a bordo oltre duemila coloni in stato di ipersonno. Una tempesta di neutrini colpisce l’astronave provocando ingenti danni e la morte di quarantasette coloni oltre a quella del capitano Branson. L’androide Walter si ritrova così costretto a svegliare l’equipaggio dal sonno criogenico.

Il primo ufficiale della Covenant, Chris Oram, assume il comando della missione.

Mentre sta riparando l’astronave, l’equipaggio intercetta una trasmissione radio proveniente da un vicino pianeta e decide di indagare sul suo significato.

Una squadra di ricerca si ritrova così su un pianeta verdeggiante, solo apparentemente privo di forme di vita, infatti viene attaccata da un mostruoso e spietato alieno. Inoltre, incontrerà sul pianeta un altro androide, David, quello conosciuto all’inizio del film. Il resto, è tutto da scoprire.

Andare o non andare a vedere il film

“Alien Covenant” di Ridley Scott è l’ultimo episodio di una saga cominciata nel 1979 con il primo “Alien”, diretto dallo stesso regista, e seguìto da altri quattro film di differente regia. Quest’ultimo è il “prequel” del primo: racconta da chi è stato creato il mostro alieno, dal sangue composto di acido, contro cui una coraggiosa Ripley (Sigourney Weaver) si trova a combattere nel corso della saga. Sul piano tecnico la pellicola è girata e prodotta in modo magistrale: sia nel montaggio rapidissimo, chirurgico, privo della pur minima sbavatura, opera di un vero esperto come Pietro Scalia; sia nell’uso di una fotografia da parte di Dariusz Wolski all’inizio dalle tonalità essenziali, quasi zen, della prima sequenza, che poi virano al grigio-verde piuttosto saturato delle sequenze d’azione sul pianeta sconosciuto. Ottimo inoltre l’accompagnamento musicale di un ispiratissimo Jed Kurzel: musica che, soprattutto nella prima parte, diventa co-protagonista di un’immersione emotivo-percettiva unica nel suo genere. La sequenza del dispiegamento delle vele solari dell’astronave dei coloni, accompagnata da un sonoro con leggere trombe di sfondo, non ha nulla da invidiare all’epopea fantascientifica raccontata di Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”.

La versione di uno psicoanalista

Il film ha evocato in me l’idea di un “parlare come sognare”, il noto aforisma dello psicoanalista americano Thomas H. Ogden. È infatti un “sogno delle origini”, non solo origine dell’uomo, ma anche fine dell’era umana e origine di un’era robotico-tecnologica i cui destini sono ancora oscuri e proprio per questo inquietanti. Queste origini risiedono, aldilà delle varie forme di mutazione incontrate dal mostro alieno che vediamo in molte sequenze, principalmente in una fantasia inconscia di onnipotenza.

C’è un qualcosa, da qualche parte, in un altrove/inconscio sconosciuto – sembra volerci dire insistentemente Scott – che spinge l’uomo verso la realizzazione di una fantasia di potere assoluto, incontrastato, famelico e onnivoro, che desidera togliere di mezzo il senso del limite che caratterizza l’umano.

Tale limite, heideggerianamente rappresentato dalla morte, esperienza che sottolinea continuamente la fragilità dell’uomo, la sua intrinseca hilflosgkeit, lotta altrettanto continuamente con l’illusione dell’eternità, orizzonte non ancora conosciuto dall’uomo, ma, forse attingibile in un futuro robotico-tecnologico.

“Alien Coventant” è, in sintesi, una una grande metafora uliseea al contrario, al negativo, in cui sono gli androidi a voler superare le Colonne d’Ercole, a dire “fatti non foste a viver come bruti”, ma dal loro intrinseco punto di vista, cioè dall’interno del loro sogno ultra-umano, sogno che poi diventa, tragicamente, anti-umano.

Giugno 2017