Anime nere

Dati sul film: regia di Francesco Munzi, Italia, Francia, 103’

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

Tra aeroporti e paesaggi internazionali si consuma un traffico internazionale di stupefacenti, tra spacciatori d’alto bordo e un gruppo di criminali di chiaro stampo mafioso di cui poi si capirà l’origine. Non si tratta della Sicilia, questa volta, ma dell’entroterra calabro, in cui il fenomeno mafioso cambia di nome ma non di sostanza.
È proprio in questo cambio di ambientazione che il film diventa interessante: aiuta a capire i motivi per cui certe radici culturali non si possano tagliare facilmente.
Al centro della storia c’è una famiglia formata da tre fratelli, il cattivo Luigi, interpretato da un bravissimo Marco Leonardi in cui nessuno riconoscerà facilmente il piccolo Totò di “Nuovo Cinema Paradiso”; Rocco, il buono, integrato al Nord, che ha la faccia molto amata e conosciuta di Peppino Pezzotta, il bravissimo Fazio che coadiuva il commissario Montalbano e Luciano, un dolente Fabrizio Ferracane, rimasto al sud ma non più in sintonia con le dinamiche violente e devianti della famiglia.
Quando il figlio di Luciano, Leo (Giuseppe Fumo), sulla scia delle gesta dello zio Luigi, fa anche lui una bravata in stile mafioso per farsi notare, il fragile equilibrio all’interno della famiglia stessa e tra quella e le altre famiglie, amiche e nemiche, dei paesi aspromontini, si rompe irrimediabilmente dando vita ad una serie di reazioni sempre più fuori controllo fino al colpo di scena finale.

Andare o non andare a vedere il film?

Ancora un film sulla mafia ?
Possibile che del nostro paese dobbiamo continuare a dare al mondo l’idea di una cultura della violenza che non cambia nei secoli ?
Sono le prime domande che vengono in mente durante le prime scene, già viste tante volte in tanti altri film e serie TV nostrane, di questo film italiano, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, che è stato accolto molto positivamente da critica e pubblico, anche se non ha ricevuto alcun premio.
Non è un film né documentaristico né pedagogico, ricco di colpi di scena ma non spettacolarmente gratuito. Non ci sono personaggi simpatici eppure ognuno riesce a coinvolgere lo spettatore che, alla fine, si trova immerso in un clima sospeso, come lo sguardo di Luciano verso la telecamera nell’ultima sequenza.

La versione di uno psicoanalista

Diatriba antica, quasi epica, che mette di fronte, in senso simbolico, le dinamiche caotiche, violente e imprevedibili dell’inconscio con l’Io razionale di alcuni protagonisti, i fratelli Rocco e Luciano in particolare, che lotta tra le soluzioni perverse e una possibile, quanto difficile, elaborazione positiva dei conflitti.
Essenziale nei dialoghi e negli sguardi, asciutto nella sceneggiatura, il film di Munzi riesce a scavare nei sentimenti dei protagonisti, combattuti tra l’impossibilità di opporsi a una tradizione rigida nel rispetto di regole antiche in cui non sono tollerati gli sgarbi e il desiderio di uscire da quelle logiche e vivere una realtà diversa in cui sia possibile la convivenza senza bisogno di violenza.
La scena finale permette di capire, più di tante spiegazioni sociologiche, perché certe dinamiche profonde dell’animo umano, quando si intreccino in una storia secolare, finiscano per costituire una gabbia da cui è impossibile uscire.

Settembre 2014

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