C’era una volta in Anatolia

Regia : Nuri Bilge Ceylan, Turchia, 2011, 150 min.

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Giudizio: 4/5 ****

Genere: drammatico

Recensione: Tre auto, un gruppo di uomini nella notte nell’arido altopiano dell’Anatolia: un procuratore, un dottore e un poliziotto alla ricerca di un delitto che sarà arduo trovare. Spunto metaforico per un viaggio sospeso nello spazio e nel tempo, tra l’interno e l’esterno dei personaggi, dove la Morte è qualcosa a cui si arriva, infine, e che sarà diversa da come era attesa. Dal regista turco Ceylan, con forti evocazioni, per me, allo Stalker di Tarkosvskij (Russia, 1979) dove tre uomini viaggiavano verso la fantascientifica Zona, un film serio e intenso, da cui lasciarsi trasportare senza la fretta di saturare subito con senso e significato il misterioso viaggio che tutti dobbiamo compiere…

Perché andare o meno a vedere il film?: Opera inusuale e non convenzionale nell’attuale panorama cinematografico, metaforica ma non all’eccesso, con l’interessante sfondo socio-rurale della modesta provincia turca, rappresenta un’umanità vera, segnata dalle perdita, autentica. Molti i possibili livelli di lettura, ma certamente centrale la parabola dell’uomo che va verso il mistero della Morte davanti al quale si deve fermare, essendo la Verità che incontra sempre parziale, monca, omissiva. Come nel viaggio di Stalker, un film dai modi e tempi che oggi raramente il cinema si consente di esplorare.

La versione dello psicoanalista: E’ un film sull’umano: la ricerca di senso, delle verità che si scoprono durante il viaggio (il suicidio della moglie del procuratore), si mescola alla negazione rispetto al dolore della morte e della colpa. La relazione fra i personaggi, breve e intensa, è anch’essa vettore di conoscenza, dove soprattutto medico e procuratore accedono a ricordi e parti di sè rimaste sepolte in annose solitudini. Un film sul mistero della mente e del morire, sui limiti e le menzogne inevitabili del nostro viaggio solitario e notturno.

Giugno 2012