Come un tuono

Dati sul film: regia Dereck Cianfrance, USA, 2012, 140 min.

Trailer: 

Giudizio: 3/5 *** 

Genere: drammatico

Trama 

Luke (Ryan Gosling), bellissimo e dannatissimo motociclista, biondo, occhi azzurri e tatuaggi, maglietta stracciata portata al rovescio, scopre per caso di avere un figlio di pochi mesi da una sua ex, Romina (Eva Menders, sottotono), che ormai ha un altro uomo (affidabile e di colore, Mahershalalhashbaz Alì, somiglia al Presidente Obama). Preso da un istinto irrefrenabile Luke decide che vuole a tutti i costi fare il padre, dal momento che lui non lo mai avuto (e chi l’avrebbe mai dubitato?), molla il suo lavoro da stuntman e si dedica anima e corpo all’impresa. Destino vuole che il suo sogno si infranga, come s’addice ad uno così sbandato, per di più mal consigliato da un meccanico disgraziato messo peggio di lui. A prendersi la scena è l’ambiguo poliziotto laureato in giurisprudenza Avery Cross (Bradley Cooper), belloccio ma di dubbio sex appeal, che nella vicenda diventa “un eroe” senza meritarselo. Anche lui ha un figlioletto, proprio come Luke, ma non lo stesso istinto paterno. Anzi, lui il padre proprio non può farlo, vuoi i sensi di colpa, vuoi i problemi di narcisismo, vuoi il super padre ingombrante, quel figlio non lo sopporta. Però ambisce a far carriera, avrebbe la buona occasione di diventare il Serpico della situazione (sgominare polizia corrotta con grande scandalo) e riscattarsi, ma non ha la stessa statura morale e cede ai vantaggi che il potere gli consente. Ma non è finita: i figli dei due, fatalità, si incontrano nello stesso liceo e si scontrano, scoprendo di avere in eredità un conto salato da pagare in sospeso dopo essersi fatti già parecchio male. Ognuno andrà quindi incontro al proprio destino già scritto sul sentiero tracciato dai rispettivi padri: il cerchio non si può chiudere, ma diventa spirale inesorabile. Non entro in ulteriori particolari per non rovinare eventuali sorprese. 

Andare o non andare a vedere il film? Il dilemma è, per questo film, davvero amletico. La critica è entusiasta, gli spettatori mi pare ne escano perplessi (ammetto però che la mia valutazione è ‘marzulliana’ e non ho un campione statisticamente significativo). 

Intanto dal titolo “Come un tuono” ci si aspetterebbe un film impetuoso come un temporale. Forse la casa di distribuzione ha pensato che avrebbe tagliato una buona fetta di pubblico se avesse mantenuto la traduzione dell’originale ‘The place beyond the pines’, cioè ‘il posto al di là dei pini’, che è a sua volta la traduzione in inglese dalla lingua degli indiani Mohawk del nome della città di Schenectady, NY, dove è ambientato il film. Lo spettatore ignaro si potrebbe predisporre con animo già più paziente e preparato non già ad un temporale ma ad una battente pioggia marzolina. Si scopre (prima o poi, meglio saperlo prima) che il progetto, nato nella mente del regista americano Dereck Cianfrance, classe 1974, dopo la nascita del figlio circa cinque anni fa, sia stato riscritto ben 37 volte mentre era in cerca di produttore. E son tante, troppe, e le stratificazioni e le diverse esigenze si sentono tutte. Così il film diventa inevitabilente eccessivo: due ore e mezzo di vicissitudini con tre linee narrative aperte, a loro volta raggianti decine di traiettorie percorribili che rimangono solo indicate, il tutto tenuto insieme dal filo conduttore del rapporto tra padri e figli, tanti luoghi comuni e citazioni e déjà vu. Nonostante poi la storia sia spalmata su almeno diciassette anni, i nostri protagonisti sembrano aver fatto un patto con il diavolo e non mostrano segni di invecchiamento. Il primo quarto d’ora risulta di un certo impatto grazie sopratutto al fascino del dannatissimo Gosling e alla sua moto roboante, per tutto il resto del tempo se ne rimpiange la prematura scomparsa. Bisogna riconoscere al regista di saperci fare con la macchina da presa, ma sembra perdere tante buone occasioni per eccesso. Dal troppo pieno faticano a passare le emozioni: così quello che rimane impresso risulta per esempio la maglietta stracciata di Luke portata al rovescio (che per l’estate in arrivo potrebbe fare tendenza). 

La versione dello psicoanalista.

In questi tempi duri dove è tanta la ‘fame di padre’, una priorità della psicoanalisi e degli psicoanalisti è quella di comprendere, ridare senso e valorizzare il ruolo e le funzioni paterne, sia nel lavoro con i pazienti sia in ambito culturale. In questo film, deflagrante è forse lo svuotamento di tale ruolo e di tali funzioni. Il padre adottivo del figlio di Luke è l’unico che si impegna in modo coerente ed onesto, ma non è il “vero” padre: è l’eredità genetica a prendere inesorabilmente il sopravvento, il sangue non è acqua, tale padre tale figlio, le colpe dei primi a ricadere crudelmente sui secondi. Le madri, relegate in spazi ristretti, sono vulnerabili, frustrate, ambigue e non sanno dire la verità. La versione dello psicoanalista è che si può lavorare per il cambiamento, che le persone possono evolvere, che la nostra storia possiamo costruirla. Certamente, per questo dobbiamo essere nella mente di qualcuno. Laggiù, al di là dei pini, non c’è nessun padre in grado di accogliere nella propria mente il figlio, nè tantomeno una madre. Così quella storia infelice che si può solo subire continuerà a ripetersi e allo spettatore rimane dentro l’angoscia della mancanza di speranza.  

10 aprile 2013