Departures

YojiroTakita, Giappone, 2008, 131 min

Commento di P. Roberto Goisis

{youtube}dy-IbXgEY0g{/youtube}

 

Sulla fine

"Partire è un po’ morire/rispetto a ciò che si ama

poiché lasciamo un po’ di noi stessi/in ogni luogo ad ogni istante.

E’ un dolore sottile e definitivo/come l’ultimo verso di un poema…

Partire è un po’ morire/rispetto a ciò che si ama.

Si parte come per gioco/prima del viaggio estremo

e in ogni addio seminiamo/un po’ della nostra anima"

Edmond Haracourt

"Allorchè svolgo una psicoanalisi io miro a stare vivo, bene e sveglio…

iniziata un’analisi mi aspetto di continuarla, sopravvivere ad essa e terminarla.

Mi piace condurre un’analisi e ne attendo sempre la fine."

D.W.Winnicott

Ci sono molti motivi per parlare di un film, dopo esserne rimasti profondamente colpiti.

Non penso di dire nulla di originale quando affermo che considero la visione di un film qualcosa di molto simile alla somministrazione di un test proiettivo, come ad esempio il test di Rorschach.

In questo senso le mie riflessioni non saranno altro che un’ulteriore conferma di quanto appena affermato, rinforzato dalla necessità di parlarne il più possibile a caldo, consapevole del rischio di una carenza di approfondimento e di adeguato  ripensamento.

Ho deciso di scrivere ugualmente queste righe, considerandole come un primo spunto riguardo al film e alle tematiche che lo caratterizzano, nella speranza e nella curiosità che qualcun altro possa integrare, contestare o approfondire le mie parole.

Ero molto curioso, soprattutto delle mie reazioni, quando ho deciso di andare a vedere questo film. Sono ben consapevole di non avere con la morte un rapporto particolarmente facile e sereno, posto che sia possibile per qualcuno poterlo avere. Soffro i funerali e, per quanto possibile, cerco di evitare i cimiteri.  Sapevo, dalle poche notizie che avevo letto sui giornali,che il film avrebbe trattato in maniera originale le tematiche della morte. Fortunate coincidenze mi hanno permesso di vederlo nel giorno stesso della sua uscita in Italia. Ora provo a parlarne.

Un solo avviso per i lettori: a differenza delle mie abitudini questa volta parlerò del film anche attraverso la sua trama, quindi chi preferisce non conoscere la storia prima di andare al cinema è meglio che interrompa qui la sua lettura.

Come al solito sono molto curioso di cosa sta alle spalle della costruzione di un film.  Natalia Aspesi, nel suo commento sulle pagine di La Repubblica, ha scritto di non sapere nulla del regista. Io scoperto che si tratta di un uomo di 55 anni, al suo 40º film, noto per aver esordito con dei porno-soft nipponici (chissà se questo esordio così "vitale" ha un legame con il risultato eccellente del film di cui parlo…) e per avere frequentato poi numerosi altri generi cinematografici, fino ad arrivare a vincere con questo film il recente Oscar per il miglior film straniero. Pare che il desiderio di girare un film su queste tematiche sia stata una specie di ossessione ricorrente dell’attore MasahitoMotoki, che impersona nel film Diago, il protagonista principale.

Si tratta di un film molto commovente, assolutamente non triste, capace di emozionare e di toccare le corde più profonde dell’animo umano, attraverso un riuscitissimo mix (Tati Sanguineti, senza intenti polemici, lo ha definito un film "furbo", caratteristica da lui giudicata molto positiva) di parole, immagini, musiche, ironia, rigore e, nonostante tutto, leggerezza.

Ecco la storia!

Daigo è un violoncellista. Suona in una orchestra sinfonica di Tokioe all’inizio del film lo vediamo all’opera nella esecuzione dell’Inno alla Gioia di Beethoven.  Poco pubblico in sala, poco entusiasmo fra gli orchestrali, logica conclusione, la chiusura dell’orchestra. Due problemi immediati: trovare un lavoro e pagare il prestigioso violoncello da  150.000 € da poco acquistato a rate. A casa lo vediamo insieme a Mika, una moglie deliziosa e amorosa, che accetta con entusiasmo l’ipotesi di ritornare nel paese natìo, cercare un nuovo lavoro e vendere il violoncello. Non è un ritorno indolore quello al paese, nell’antica casa familiare;quiDaigo deve confrontarsi con due eventi traumatici: l’antico abbandono subito circa 30 anni prima da parte del padre (del quale non ricorda neppure il viso) e la recente morte della madre che non ha potuto assistere nella fase terminale della sua malattia. Un giorno, all’improvviso, la risposta a una inserzione di lavoro nella quale, per un errore di stampa, si ricerca un collaboratore che accompagni persone in partenza per un viaggio ( in realtà in partenza per " il viaggio"…"Non si tratta di viaggi, bensì del viaggio, un sereno ultimo viaggio"). Egli, con sua grande sorpresa,viene subito assunto con uno stipendio più che lusinghiero, garantito anche da un immediato anticipo di denaro.

A questo punto inizia un nuovo viaggio che possiamo suddividere in tre piani.

A un primo livello è il percorso di apprendimento della sua professione, quella di "tanatoesteta", colui il quale prepara i cadaveri prima della sepoltura per renderli il più possibile simili alla loro immagine in vita.  In questo viaggio sarà suo compagno e maestro il datore di lavoro (un nuovo padre?) che lo prenderà sotto la sua protezione convinto che Daigo sia dotato di una particolare predisposizione per questa professione;  profezia e intuizione rapidamente confermate dall’abilità e sensibilità che egli metterà nel nuovo lavoro. Quando uscirà dalla nebbia che avvolge il paesaggio la prima volta che opererà in prima persona sarà pronto per lavorare autonomamente.

Il secondo livello del viaggio è insito nella stessa professione ed è quello che permette ai parenti e familiari della persona defunta di prendere commiato il più serenamente possibile dal loro caro, pur in un momento di grande dolore e sofferenza.

Il terzo livello del viaggio torna nuovamente a riguardare il protagonista, il quale, attraverso il suo nuovo lavoro, lentamente e progressivamente riprenderà contatto con il suo mondo interno, con le sue emozioni e con gli oggetti e le persone del suo passato e della sua storia traumatica. Quest’ultimo piano ci rimanda in maniera significativa alla nostra professione di psicoanalisti e al percorso personale che noi svolgiamo, sia attraverso la nostra formazione, sia attraverso lo svolgimento del nostro lavoro. In questo senso il viaggio del protagonista è molto diverso, ma perfettamente integrato con quello della sua compagna che, come altri personaggi del film, fa molta fatica ad accettare e comprendere il lavoro che gli svolge. Penso che sia molto interessante vedere come la moglie, che non ha un passato traumatico, e l’amico, proprio quando si trova a fare i conti con la morte della propria madre, riescano a comprendere le ragioni per le quali Daigo ha deciso di continuare a svolgere questo mestiere. L’amico, assistendo in prima persona alla preparazione della salma della propria madre, ritrova e recupera dolorosamente il rapporto con la mamma. Mika, assistendo alla stessa scena, comprende quanta passione, sensibilità e amorevolezza il marito sappiamettere nel suo lavoro. In quel momento lei riesce a ritrovare il contatto con il compagno,confermato e valorizzato dall’orgoglio con il quale lo definisce: "Mio marito è un tanatoesteta!".

Molti piani si mischiano e sviluppano nella storia.

Daigo dovrà confrontarsi con il rischio di un nuovo abbandono questa volta da parte della moglie;non sempre il lavoro sarà facile e riconosciuto; infine, poco dopo la scoperta  della  prossima nascita di un figlio,  verrà a conoscenza della morte del proprio padre. Sentimenti molto ambivalenti si muoveranno nella sua testa a quel punto, fino alla decisione di andare a rendergli l’ultimo omaggio che diventerà infine il suo stesso prepararlo per l’ultimo viaggio. 

Il regista sembra quasi dirci che è solamente il superamento del trauma del passato che permette a una persona di potere guardare avanti, e che solo la possibilità di recuperare un buon rapporto con il proprio padre ci permette di diventare a nostra volta padri.

La musica, ovviamente, svolge un ruolo molto importante nel film. Sappiamo benissimo il significato potenziale della musica nel farci prendere contatto con le nostre emozioni. Sembra interessante considerare come nel film la musica, in realtà, non sia sufficiente a svolgere tale funzione, ma come sia necessaria un’integrazione mentale tra i ricordi, i pensieri e gli affetti affinché un individuo possa ritrovare una propria armonia interna.  Nel caso di Daigola musica avrà in effetti un ruolo fondamentale, ma solamente quando egli riprenderà a suonare il suo vecchio violoncello da bambino accanto al quale troverà un sasso che il padre gli aveva donato. Attraverso quest’oggetto simbolico e transizionale egli potrà recuperare alcuni ricordi del loro rapporto tramite immagini visive eevocative.

Che cosa c’è di noi e della nostra professione in questo film?

Credo che ci sia molto di più di quello che possiamo cogliere a un primo livello.

Possiamo essere estremamente differenti tra individui, ma una cosa che ci accomunerà ineluttabilmente è la morte, quella accadrà a tutti. Alla stessa stregua, pur con le innumerevoli difficoltà che ogni percorso psicoanalitico comporterà,una cosa certa è che noi iniziamo un’analisi con l’idea di poterla e doverla finire. Credo che questa sia un’esperienza estremamente forte, specifica  e trasformativa che noi condividiamo con i nostri pazienti:  c’è qualcosa di paradossale, credo, nel proporre ai nostri interlocutori di iniziare un percorso e una relazione profondamente intima e coinvolgente, ma al contempo che sicuramente andrà a finire.  Non è un po’ come nella vita, nella quale tutti noi cerchiamo di vivere con il massimo impegno e coinvolgimento, pur sapendo che andrà a finire?

Mi viene a mente a questo proposito Valeria, una giovane donna con la quale ho svolto un’intensa, lunga ed appassionante analisi.  Ella era molto timorosa all’approssimarsi della fine del nostro percorso, anche se ormai era molto contenta della sua situazione affettiva (si era sposata con piacere con un uomo che amava e dalla quale era amata),  soddisfatta e gratificata dal suo lavoro, in buona armonia con la sua famiglia di origine e, per di più, in attesa di un bambino.

Ricordo l’intensità e le emozionidelle ultime sedute, quando ormaiil pancione le rendeva quasi difficile lo sdraiarsi sul lettino, ma soprattutto, e non a caso, l’alzarsi dallo stesso.

Tanti timori, quindi, ma anche la consapevolezza della opportunità e dell’adeguatezza della fine, decisa e infine confermata  per un giorno del mese di febbraio.

Una settimana dopo, esattamente nell’orario del nostro appuntamento,ho ricevuto da Valeria un SMS  con queste parole: " Questa mattina alle 5.15   è nato Leopoldo!  Giusto, giusto una settimana dopo il nostro ultimo incontro. Se oggi sono così felice  lo devo a lei.  Grazie!  Valeria"

Una buona preparazione per un distacco…