Due giorni, una notte

Dati sul film: regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne, Belgio 2014, 95 min

Genere: drammatico

Trailer: 

Trama
Nella tradizionale scelta dei fratelli Dardenne di raccontare personaggi deboli socialmente (e non solo), si inserisce anche questo loro ultimo film. La storia è abbastanza nota. Sandrà (una bravissima Marion Cotillard), in procinto di rientrare al lavoro, dopo un’assenza necessaria a curare la sua depressione, scopre che il padrone della sua fabbrica ha proposto ai suoi colleghi, con l’inganno, questa scelta: poter ricevere un bonus di mille euro rinunciando a mantenere lei al suo posto. Sostenuta dall’incoraggiamento del marito (con il quale vive pure un momento di difficoltà, incomprensioni e distacco affettivo) e di due amici fedeli, che la sosterranno nell’impresa, Sandrà cercherà, nello spazio del week-end, di convincere i colleghi a cambiare idea, vivendo le terribili fatiche di sentirsi rifiutata e compatita, nella sua incerta ricerca della giustizia, ma anche nutrendosi della scoperta di solidarietà, condivisione e vittoria sulla paura.

Andare o non andare a vedere il film
Anche il cinema dei Dardenne è piuttosto noto per le sue caratteristiche “apparentemente reali, ma leggibili come un sogno”. Qui forse avviene un passo in più sul versante personale e intimo. Il film affronta, con ferma delicatezza, temi sociali importanti, che ben sono intrecciati con vicende personali e relazionali. Mentre guardiamo lo schermo, ritroviamo sullo sfondo i recenti titoli dei nostri giornali: l’aumento della disoccupazione in Italia, la discussa riforma del lavoro e la modifica della possibilità di licenziamento dei lavoratori. I protagonisti anonimi dei quotidiani e delle televisioni acquistano un volto, una storia, uno spessore e ci sembra di conoscerli meglio, di sentirli vivi e vicini come tutti coloro che, nella nostra quotidianità, vivono quella stessa realtà. La violenza del padrone e della società, si affianca a quella del collega che ha bisogni comuni e legittimi, di una madre che, imprigionata dalla sua depressione, vive momenti in cui perde di vista i suoi figli e l’amore del compagno; compare l’aggressione di un uomo verso una donna, di un figlio verso il padre. Pochi sono i personaggi da cui ci teniamo a distanza, per la loro freddezza e aggressività senza confini. I più sono persone in cui ci rispecchiamo, che, per salvarsi, colpiscono l’altro, con grande patimento, più o meno dichiarato. Scopriamo anche che se il “gruppo” ferisce, il “gruppo” può anche sostenere e curare; talvolta bisogna avere il coraggio di essere diversi per ritrovare il proprio senso della vita e la proprio dignità, ma spesso è grazie agli altri che si trova questo coraggio di differenziarsi.

La versione dello psicoanalista
Questo film ci porta a riflettere sulla multifattorialità del trauma, sull’intreccio di un dolore del passato con quello del presente, sul sovrapporsi di oggetto interno ed esterno. La protagonista porta i segni di una depressione, di cui nulla si dice, ma da cui lei parrebbe essersi ripresa. Una depressione che potrebbe essere “endogena”, gestita con farmaci, ma potrebbe anche essere relazionale e affettiva (chissà, come spesso accade, quale aspetto determini l’altro…). Su questo terreno psichico fragile, si inserisce l’evento attuale: il licenziamento. E’ questa un’esperienza quotidiana nei nostri studi, dove sempre più la realtà sociale si impone con le sue leggi e i suoi effetti. E’ evidente come sia così difficile per la protagonista “chiedere”, esprimere i propri bisogni, fare presente le proprie necessità e punti di vista. Il confine tra il chiedere e il mendicare appare così sottile che si fa strada un sentimento paralizzante e devastante come la vergogna. Frequentemente il contributo del sociale sul personale ha questa componente gruppale, di qualcosa che accomuna più persone contemporaneamente (in forme diverse, è stato così anche in altre epoche storiche e aree geografiche), ma è importante per lo psicoanalista chiedersi cosa questo comporti sulla propria tecnica. Nella vicenda del film ritrovare la dignità sarà la “cura” per la protagonista, che la porterà a dire, alla fine “Sono felice, abbiamo lottato bene”. Gli psicofarmaci, usati anche in modo incongruo, proprio perciò, e non a caso, finiscono. Non si fa cenno ad altre terapie (forse ancora si pensa che i farmaci “costino” meno della psicoterapia o siano più accessibili?). La violenza di cui si parla è infatti qualcosa che porta l’individuo a perdere il senso del suo valore e dignità. Grazie alla vicinanza di persone che amano e che condividono la speranza, anche nei momenti in cui la si perde, si può ritrovare quella fiducia nella vita e nel proprio potere di scegliere. Almeno un poco.

Novembre 2014