Gli amori folli


Alain Resnais, Francia-Italia, 2009, 104 min

 

 


Commento di Rossella Valdrè

 

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"L’essere che io aspetto non è reale. (….)

L’altro viene là dove io lo sto aspettando, là dove io l’ho già creato.

E, se lui non viene, io lo allucino: l’attesa è un delirio"

 (Roland Barthes)

Mantenere il titolo originale, Les Herbes Folles, avrebbe certo più rispettato l’intento poetico di questo film; dunque, noi lo seguiremo con questo nome.

L’erba folle, matta, l’erbaccia, è quella che spunta dall’asfalto quando non ci se lo aspetta, all’improvviso, quei ciuffi ribelli e rigogliosi che si fanno strada dalle fenditure del terreno, dalle crepe, dalle fratture. Come il discorso dell’inconscio, che preme per farsi strada e ci appare solo attraverso le discontinuità del discorso manifesto, che rompe l’apparente compatezza del testo cosciente per inserirvi lapsus, sogni, errori del discorso che solo l’ascolto analitico è attento a catturare, a raccogliere, cosi’ fanno les herbes folles. Trasgressioni, rotture, fenditure rispetto alla linearità del percorso dato. Del già conosciuto.

Occorre disporsi a questo film, nel mio sentire, come si accoglie un sogno, una fantasticheria, una reverie, la narrazione di un paziente o di un testo letterarario, lasciando cioè giocare la fantasia e l’ascolto senza preoccuparsi della convenzionalitaà del discorso, concendendosi la stessa libertà che si  è concessa il vecchio maestro Alain Resnais. Una piccola opera di vera libertà espressiva, dove l’ovvietà del manifesto è continuamente interrotta dai ciuffi d’erba folle del sogno e della fantasia, passato e presente si mescolano senza confondersi e i personaggi paiono davvero sospesi, senza storia, senza memoria, eppure così emotivamente a noi comprensibili. Un film assolutamente inattuale, un’erba folle esso stesso: "inattuale" come necessariamente deve essere la psicoanalisi, che "non può essere di moda nè seguire le mode, deve sempre essere indifferente all’aria che tira non perchè sia di un’altra epoca ma perchè è di un ‘tempo altro’", nella bella definizione che ne dà Conrotto (2000), prendendo a prestito l’espressione di Nietzsche (a sua volta ripresa da Pontalis, 1998).

In questo senso, un film difficile. Sottraendosi con eleganza alla concretezza della vicenda fattuale, ai dialoghi precostituiti e al dominio dell’azione e della coscienza, lascia lo spettatore (lo spettatore di oggi, ahimé…) impreparato, smarrito, nell’inabitudine ad accedere a quello stato sognante, libero e recettivo, che consente al conscio di non fuggire le smagliature di ciò che sta sotto, di ciò che preme per uscire. E dunque, una sala cinematografica rumoreggiante, distratta, in difficoltà…

Molto liberamente tratto dal romanzo "L’incident" di Christian Gailly, Les Herbes Folles ci fa intuire da subito che si soffermerà sui dettagli, su ciò che normalmente sfugge, non si nota, passa inosservato. Come a dire: lì è la risposta, lì è il mistero della vita. Una scarpa, in apertura, segnala il passo voluttuoso ed elegante di una donna, Marguerite. Probabilmente fa uno dei suoi soliti tragitti, spinta dal desiderio (quel piacere della mano della commessa sul piede….), ma all’uscita del negozio accade qualcosa di diverso, le viene rubata la borsetta. Voilà l’accident!

Poco dopo un uomo, Georges, trova il portafoglio a terra nel parcheggio di un supermercato, lo apre, vi si sofferma a lungo…e comincia la sua fantasia, la sua narrazione.

Ecco che il soggetto è da subito un soggetto diviso, scisso: Marguerite appare bruttina e spenta nella foto del documento, ma bella e luminosa nella foto del brevetto di volo. Georges può così cominciare a immaginare, a fantasticare su una donna che, come lui, ha almeno due parti in sè, due volti, due anime con cui faticosamente convivere: la vita ordinaria, in cui vedremo fa la dentista, e la vita desiderata, libera e emozionante di pilota di volo.

Chi sarà mai Marguerite? Come detto, i personaggi sono benignamente allegeriti dal peso della loro storia, della memoria: "per agire ci vuole oblio – scrive Nietzsche – (…) senza l’involucro del non storico (l’uomo) non avebbe mai cominciato e non oserebbe mai cominciare" (Considerazioni inattuali. Sull’utilità e il danno della storia per la vita). E’  dunque una bizzarra e sensuale pilota per diletto che si mantiene adattandosi a fare la dentista? E’ una donna del mistero, che segue il solo principio del desiderio?

E di Georges, cosa ci è lasciato intuire? Che ha senz’altro alle spalle un passato difficile e forse criminoso, una colpa da scontare in una noiosa quotidianita’ precocemente a riposo…ma di cosa si tratta? Avrà ucciso, o lo ha solo desiderato?

Tutto avviene all’interno della mente dei personaggi, e forse dell’Autore, che si prende la meravigliosa libertà di lasciare il racconto insaturo. A noi, darvi una trama.

Dunque, possiamo supporre che ad attirare Georges in quel portafoglio di una sconosciuta, sia l’aver percepito l’esistenza di qualcuno in qualche modo affine a lui: anche lui è diviso dentro di sè, anche lui è violento o lo vorrebbe essere, soprattutto anche lui ha desiderato volare. Non sappiamo come e perchè, ha la passione per i piccoli aeri, sembra conoscere tutto sull’aviazione. Una piccola ma importante affinità elettiva non ha bisogno dell’incontro fisico (che pure è ricercato, ma come un sovrappiù): Georges inizia a scrivere alla donna delle due foto e a telefonarle, per raccontare di sè.

L’oggetto del desiderio è una nostra creazione. Georges inventa Marguerite prima di conoscerla, o meglio prima di incontrarla e senza il necessario bisogno di incontrarla, come se la conoscesse già, prodotto della sua fantasia aggangiato a quelle due foto, all’immagine di piccoli aerei da diporto…

Si può dire che Georges e Marguerite si innamorano? Sarebbe fuorviante e riduttivo, come nella nostrana traduzione del titolo. Qualcosa accade dopo l’incidente, la vita non scorre più come prima; dentro i nostri personaggi irrompe qualcosa, quel ciuffo folle che come l’erba matta sbuca dalla strada, qualcosa immette una rottura nella via che sembrava tracciata, la fa deviare, sbandare. Come un discorso quando irrompe un lapsus, una notte in cui intervenga il sogno.

Georges e Marguerite non fuggono, accolgono questa irruzione, questa smagliatura. Sulle prime lei pare un pò diffidente, ma di una diffidenza non convincente: è da subito attirata. Anche i pochi ed essenziali personaggi intorno a loro vengono coinvolti, un pò loro malgrado un pò per piacere (poichè tutto è irriducibilmente doppio). Ecco comparire così la moglie di Georges, fin troppo bella e comprensiva, i figli, la collega di Marguerite, i poliziotti….figure anch’esse sospese, alle prese con le loro fantasie, quasi impressionistici.

Il mistero delle cose, ha scritto Bollas. "Quale mistero? Una domanda che non ha risposta, anche se è forse fondamentale. Cos’è l’intelligenza che si muove attraverso la mente, per creare i suoi oggetti, per dare forma ai suoi scenari, per esprimere se stessa, per raccogliere gli stati d’animo, per avere effetto sulle idee in arrivo dell’altro…."  (Il mistero delle cose, 1999, 245).

Vi è un insondabile mistero nelle cose, nella vita. Questo inattuale, delizioso e francesissimo film lo rappresenta assai bene; il mistero si cela nei dettagli, nei non detti, nelle parole mozzate, negllo sguardo. E’ tutto all’interno dei personaggi, l’azione confinata ai margini o solo immaginata. Lontano sia da ogni conformismo ai temi cari all’oggi, sia dagli sperimentalismi che vogliono essere innovativi, il mistero delle cose residua qui nelle cose in sè, non si assilla con vuoti interrogativi. Cosa ne sarà di Georges e Marguerite? Riusciranno a volare? E’ stato tutto un sogno, stava tutto nella penna dello scrittore? Cosa cercava Georges in quel ritratto sdoppiato? L’amore? sarebbe riduttivo… E’ già amato. Ma allora, che tipo di amore? Che violenza hanno dentro, trattenuta a stento?

Come nel sogno, o talvolta nella narrazione in analisi, è il dettaglio sfuggevole a richiamare l’attenzione. Ecco allora la lussuriosa scarpa iniziale, la cintura dei pantaloni rotta alla fine, segnali di un desiderio che si palesa solo attraverso il suo simbolo, il suo feticcio. Tutto è celato. Nelle crepe del discorso, qua e là, ciuffi di senso, richiami, rivelazioni. Quando Marguerite va a prenderlo al cinema, ambiguamente pentita di essersi rivolta ai poliziotti per frenare l’insistenza di lui, con un geniale deragliamento, George le chiede: "Allora mi ama!?".

La aveva vista una sola volta, e  ‘soltanto’ immaginata.

La realtà (o meglio, il reale) perde in consistenza ed importanza rispetto al registro dell’immaginario, e del desiderio. Ma poi, cos’è la realtà?

"Il mondo si conferma indicibile – scrive sul film il critico Giona Nazzaro -L’immagine è sempre l’immagine di altro. Lo sguardo, come il desiderio, non può fare a meno di distrarsi, di deviare dal tracciato del visibile".

Il mondo si conferma indicibile. Il mistero delle cose. Il caso, la combinazione.

Torniamo alle parole di Barhes…"Per trovare l’Immagine che tra le migliaia si confà al mio desiderio, ci sono volute molte combinazioni, molte sorprendenti coincidenze (..). E’ un enigma che io non riuscirò mai a risolvere: perchè desidero il Tale? Perchè lo desidero persistentemente, languidamente? E’ tutto lui che desidero (una sagoma, una forma, un’aria)? O è solamente una parte di quel corpo? (…) Tuttavia, più provo la specificità di quel desiderio, meno sono in grado di precisarla…" (Frammenti di un discorso amoroso, 1977).