Il passato (Le passé)

Dati sul film: Regia di Asghar Farhadi, Francia, 2013, 130 min.

Trailer :

Genere: drammatico

Trama: Il passato può davvero lasciarci stare, si può ‘dimenticare’ come più volte ripetono i personaggi dell’ultimo bel film dell’iraniano Farhadi, o siamo destinati a una sorta di eterno ritorno, di legame inscindibile con ciò che è stato? Così sembra per il piccolo gruppo di persone che anima la vicenda, molto simile al precedente “Una separazione” (tanto che i titoli potrebbero essere sovrapponibili), opera squisita che pur avendo vinto un Oscar fu ignorata dalla stampa ufficiale iraniana, come accadde per il precedente “About Elly”, ugualmente vincitore di un Orso d’Oro a Berlino. Le tematiche di Farhadi indagano, infatti, in profondità la famiglia contemporanea aggiungendovi, nel caso specifico del regista, la difficoltà del conflitto dell’emigrante europeizzato, prendendo le distanze da ogni fanatismo o richiamo a un’etica che non sia intimamente umana, cosa che deve averlo reso poco gradito a parti del governo del suo Paese. Vicende sovrapponibili, dicevamo: due ex coniugi, Marie e Ahmad, si ritrovano a Parigi, anche qui, per le pratiche di divorzio, ma dall’incontro scaturirà ben di più. La rimessa in gioco del nuovo rapporto di lei, Marie, col giovane Samir che dovrà a sua volta rivedere il legame solo apparentemente finito con la moglie in coma (bella metafora di due morti apparenti, la donna e il matrimonio); il complesso rapporto con i figli nati dai diversi matrimoni di Marie, in parte spettatori attoniti e rabbiosi – i più piccoli – in parte attivi coprotagonisti del dramma, l’adolescente Lucie che non accetta il nuovo venuto, temendo che “se ne andrà come gli altri”.

‘Il passato’ conferma, a mio avviso curiosamente, la moderna cifra bergmaniana di Asghar Farhadi sul matrimonio e sul dolore che comporta, sostituendo ai dialoghi degli intellettuali le lotte quotidiane dei lavoratori, ma mantenendone tutta la fine, e allo stesso tempo concreta, profondità psicologica e narrativa.

Andare o no a vedere il film?: Un film abbastanza imperdibile.

Scriveva Raymond Carver che, tra le ossessioni a cui cercava di dare voce, c’erano “i rapporti fra uomo e donna, il perché molto spesso perdiamo le cose a cui teniamo di più, lo spreco delle nostre intime risorse…”. ‘Il passato’ parla di noi, delle nostre vite caotiche e quelle dei nostri pazienti, il quotidiano difficile, talvolta insopportabile di ciascuno. Come tollerare la vita così com’è, si domandano a più riprese, pur all’interno di una diversa speculazione, Gaburri e Ambrosiano nel loro ultimo “Pensare con Freud” (2013): vale la pena di sopportarla? Sembrerebbe di sì, è il delicato messaggio del film. Drammatico, teso, ma non disperato. L’umanità che lo abita cerca verità: più ancora che passato, direi che la parola chiave del film è Verità. Tutti chiedono all’altro: perché? Perché lo hai fatto, perché non dirmelo? Sarà il passaggio transitorio di Ahmad per il divorzio a dipanare drammaturgicamente la rete dei segreti e dei non detti (una sorta di terzo che ordina il caos e rompe le collusioni), segreti che condiscono con quel pizzico di mistero che intriga lo spettatore e a cui lascio il gusto di scoprire….. Non è tuttavia in questi, pur intriganti, il cuore del film, che vedo invece risuonare nelle verità profonde, nelle ferite che la narrazione velata dai misteri dischiude attraverso progressive iniezioni di verità, prese di contatto con l’altro e con sé significanti e trasformative.

La versione dello psicoanalista:  Ribalterei la questione: c’è qualcosa di non psicoanalitico in questo film? Non ci riguardano da vicino le vicissitudini dei lutti mal risolti, i ritorni del rimosso, le rabbie adolescenziali, le ‘nuove’ (ormai da anni non più, ma sempre da indagare) famiglie allargate piene di conflitti ma anche di opportunità, il dolore di stare con e di stare senza, non ci riguarda forse il ruolo della verità, della parola come unica possibile, complessa forma di pacificazione con il caos dell’esistenza? Perché gli oggetti del passato, si tratti di persone o luoghi come nel caso di Ahmad che non è riuscito a lasciare Teheran, siano così dolorosi da abbandonare resta, come scriveva Freud in uno dei suoi testi più insuperati, un mistero:

“Orbene, in cosa consiste il lavoro svolto dal lutto? (…) l’esame di realtà ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e comincia a esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso con tale oggetto. Contro tale richiesta si leva un’avversione ben comprensibile; si può infatti osservare invariabilmente che gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica (…) Non è affatto facile indicare (…)perché tale compromesso con cui viene realizzato poco per volta il comando della realtà risulti così straordinariamente doloroso. Ed è degno di nota che questo dispiacere doloroso ci appaia assolutamente ovvio” (1915)

novembre 2013