Il racconto dei racconti

Dati sul film: regia di Matteo Garrone Italia, Francia, Gran Bretagna 2015, 125′

Trailer

Genere: drammatico

Trama

Sono tre le fiabe, scelte tra le cinquanta narrate nel Pentamerone di Giambattista Basile, scrittore napoletano del Seicento, che Garrone ha proposto in versione cinematografica: La regina, La pulce e La vecchia scorticata, protagonisti, rispettivamente, Salma Hayek,Toby JoneseVincent Cassel. Un cast internazionale per il primo film in lingua inglese del nostro regista in concorso a Cannes, girato in luoghi (nazionali) da fiaba, questi sì reali: le gole dell’Alcantara, il castello di Donnafugata, il bosco di Sasseto, Castel del Monte e Gioia del Colle.

C’era una volta una regina che non poteva avere figli ed era disposta a tutto pur di essere madre…C’era una volta un re che era talmente concentrato su sé stesso da concedere in sposa la propria unica figlia ad un orco orrendo …C’erano una volta due vecchie “megere” e una di queste, per non perdere l’occasione di passare una notte con il suo Re lascivo, si fa credere giovane e bella…

Andare o non andare a vedere il film.

Italo Calvino, nell’ Introduzione alle sue Fiabe Italiane, ha scritto: “Il Pentamerone è come il sogno di un deforme Shakespeare partenopeo, ossessionato da un fascino dell’orrido per cui non ci sono orchi né streghe che bastino, da un gusto dell’immagine lambiccata e grottesca in cui il sublime si mischia con il volgare e il sozzo”. Il film di Garrone sembra avere l’ambizione di voler corrispondere a questa definizione, trascinando lo spettatore in una dimensione onirica in cui trasporta i temi ricorrenti della sua filmografia cercando di distillarne gli archetipi.

Il regista ha dichiarato (la Repubblica): “Il presente è ricco di horror per niente fiabesco che la televisione macina ogni giorno, con immagini ripetitive che sfuocano la notizia, la fanno diventare insignificante dopo averci reso inquieti. Ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di umanità e verità nella fantasia, e niente è più fantasioso e vero delle fiabe. Il loro horror non ci spaventa neppure da bambini: se ne percepisce subito la risposante irrealtà”. Dopo avere messo in scena attraverso la realtà più nuda e cruda le perversioni dell’essere umano (ricordiamo L’imbalsamatore, Primo amore, Gomorra, Reality) il regista, contraddicendo la sua dichiarazione, sembra riproporle tutte in questa “irrealtà”, confezionata in modo sin troppo perfetto.  

Un drago che sembra un Proteus Albinus gigante, il suo cuore pulsante divorato dalla regina, orride vegliarde che praticano lifting con la colla e si fanno scorticare vive, una pulce cresciuta così amorevolmente da assumere dimensioni enormi, un orco mostruoso ferito e bruciato in grado con un gesto di spezzare il collo a chiunque tenti di fermarlo…quanto l’irrealtà di quest’orrido possa essere riposante, starà alla sensibilità dello spettatore sentirlo sulla sua pelle.

La versione di uno psicoanalista

Il film di Garrone è un film difficile, complesso, da cui si possono trarre moltissimi spunti per discutere di questioni psicoanalitiche. Qui mi limiterei a dire qualcosa partendo dall’idea della fiaba.

Come psicoanalista, a essa associo il libro “Il mondo incantato” di Bettelheim (1975), che mostra come le fiabe del repertorio tradizionale rispecchino il mondo interiore del bambino e dell’adulto, con le sue profonde conflittualità e i suoi contenuti terrificanti. Ho in mente anche Ferro (1992), che sottolinea come la preziosità delle fiabe sia collegata da un lato alla loro insaturità – può essere “riempita” da significati sempre diversi – dall’altro alla trama affettiva che si stabilisce tra chi racconta e chi ascolta, attivando qualcosa di trasformativo. La fiaba permette al bambino – come anche all’adulto – di identificarsi con i personaggi e vivere le fantasie e le emozioni più intense proiettandole in “un altrove”, permettendo di “dare un nome, una trama e un senso alle angosce di cui si sente oscuramente pervaso”.

L’opera di Garrone è invece estremamente satura, con una struttura geometrica ripetitiva, immagini ridondanti e piene, inquadrature dal gusto pittorico, fotografia impeccabile, simbologie sin troppo evidenti, colonna sonora perfetta. Non riesce, invece e a mio avviso, a creare la trama affettiva tra il film e lo spettatore, manca il passaggio di emozioni.

Il Racconto di Garrone è il suo racconto e, per quanto visivamente magnifico, non lascia spazio alla fantasia dello spettatore, che può solo accettare o meno la sua versione, oppure rigettarla, alzando le difese rispetto a contenuti che non può permettersi di riconoscere.

Come scrive acutamente Pietro Masciullo ( http://www.sentieriselvaggi.it/) Garrone ci promette un racconto dei racconti,ma non va mai oltre i racconti del racconto.

Forse per questo è stato necessario ricorrere a tanti scritti di altri per scrivere questo commento…

Giugno 2015