In ordine di sparizione

Titolo: In ordine di sparizione, Norvegia-Svezia, 2014, 111 min.

Dati sul film: Regia di Hans Petter Moland

Trailer :

Genere: drammatico

Trama: Un paesino tranquillo, alla periferia di Oslo, perrenamente sommerso dalla neve e abitato da pochi, ma solidali cittadini, onesti e operosi, eleggono Nils, lo spalatore di neve, ‘uomo dell’anno’. Come tutti i nordici avvezzi alle fatiche del clima e della vita, l’esistenza di Nils e della moglie è dura, semplice, onesta, essenziale. Col suo immenso spazzaneve, pulisce le magnifiche strade e distese che conducono dal villaggio alla vicina capitale, Oslo. La presenza umana incorporata, direi, nella natura, sono imprescindibili in questo film: non si può veder l’una, cioè, senza l’altra. Ma un giorno, il figlio viene trovato morto per ‘overdose’, cosa a cui il padre non crede da subito e, pur a costo di perdere la moglie di cui non vedremo più tracce, entra in un cieco, tenace, silenzioso percorso di ricerca dei colpevoli e di vendetta personale, disposto a tutto. In ordine di sparizione – mal riuscito titolo italiano che non evoca la forza immensa di questo film – ucciderà tutti i criminali che via via rintraccia nelle sue ricerche, scoprendo che, come in molte città, il traffico di droga è gestito da bande rivale di serbi-albanesi e norvegesi, a cui capo fa la mitica figura de “il conte”, che si sono ‘pacificamente’ spartiti il territorio. Inizierà col fare fuori i dipendenti, i cosiddetti pesci piccoli, per arrivare al capo. Prototipo e archetipo, dunque, se il film si fermasse qui, di non poca filmografia del padre che diventa giustiziere da sé (si pensi dal nostro Un borghese piccolo piccolo…), ma questo autentico, a mio parere, gioiello scandinavo uscito dall’ultima berlinale è molto di più: intreccia il tema contemporaneo delle nuove mafie (serba, albanese, russa) che hanno sostituito le tradizionali mafie siciliane, declinandole nella poetica e nella paradossa, ma rigorosa etica del cinema e della tradizione nord-europea. In una catena di equivoci, che non vi anticipo perché fungono a generare un giusto clima di tensione che tuttavia non si sbilancia in un banale thriller, le due bande si scontreranno non capendo fino alla fine che il vendicatore solitario è lui, il duro spalaneve cittadino onesto e democratico, fino a un sublime finale in cui, con un altro vecchio padre (il sempre ottimo Bruno Ganz) capo dei serbi anche lui lì per vendicare il figlio, avranno pur amaramente raggiunto il loro scopo….Perdonate se la trama, chiamiamola così, non rende affatto la complessità del film…Quale, complessità?

Andare o non  a vedere il film?: Una sorpresa imperdibile. Dicevamo, quale complessità?
Film certamente colto, che risente in pieno di tutta la tradizione del cinema nord-europeo da Bergman a Lars Von Tiers (è mantenuta la suddivisione in capitoli scanditi dai nomi dei vari personaggi che via via spariscono), ma non ignora un certo (blando, per fortuna) Tarantino, né recenti pellicole sulle nuove mafie (ricordo fra tutte una delle migliori, La promessa dell’assassino), né il paesaggio evocato dai Cohen nella loro prima fortuna, Fargo. Ma il cuore del film si gioca a mio avviso in quell’intreccio di Etica e Poetica che un tempo fu de Il padrino e film analoghi: vicende quasi sheakespiriane, dove al crimine efferato si coniuga l’apparente paradosso di un’etica sottostante (di cui tutto il film è punteggiato) che vede il tradimento imperdonabile, e l’uccisione di un figlio, come affronto e insieme dolore insuperabile, se non con la vendetta. Il tutto, in questo caso, mescolato dal rigore nord-europeo che com’è noto attraversa da anni, anche in letteratura, una fortunatissima stagione non solo cinematografica, ma anche letteraria, per cui non si contano più i ‘gialli’ o noir di autori scandinavi. Qui però usciamo dai canoni del ‘giallo’ in senso stretto – poiché è chiaro che i mandanti sono i capi criminali che si spartiscono il territorio – per entrare nella tragedia: unico legame d’amore, o forse di possesso, è quello dei padri (il capo serbo chiamato ‘papa’) con i figli: sia l’onesto spalatore, che il ‘papa’, che lo stesso capo norvegese (il ‘conte’) si vedono sottratti i figli nell’escalation delle vendette, e come fu un tempo nell’etica mafiosa (si pensi a Il padrino parte II), questo è il crimine intollerabile. Esiliate, qui, le presenze femminili: In ordine di sparizione è un film al maschile, sebbene un maschile abilmente segnato dall’omosessualità e dalla paura del femminile (le donne, qua e là evocate, li abbandonano). Film sublime, splendida fotografia, ottimi interpreti, incarnazione del Male contemporaneo che sfugge ai nostri occhi di cui vediamo solo le vittime, dove non manca, molto ben dosata, la battuta fulminante su una qualche verità solo accennata: il welfare che esiste solo nei paesi freddi dove la vita “fa schifo”, i criminali in cravatta scambiati dall’ingenuo collega per “uomini di destra”….
Ma è la miscela, così ben calibrata e mai eccedente in nessuno di questi aspetti, che ne fa una parabola perfetta….

La versione dello psicoanalista: Parabola di cosa? Potremmo coglierne più cifre, ma limitandosi a quella che mi pare di fondo: la relatività del Bene, l’esiguo confine tra crimine e giustizia, la poetica e l’etica – ripeto – come chiavi narrative di mondi chiusi in cui il legame tra padri e figli, capi e dipendenti, e tra fratelli (il fratello di Nils si fa uccidere pur non tradirlo) è il legame più forte, l’unico per il quale anche l’invincibile ‘conte’ – evidenti i nomi puramente evocativi non di una persona ma del ruolo fantasmatico che incarna – è disposto a mettersi a rischio. Dove non ci sono padri carnali, ne esistono i surrogati nei capi, nelle rigorose gerarchie: è, a suo modo, un mondo ordinato. Se sono spariti i Padri, come spesso ci interroghiamo, nell’Occidente contemporaneo, o almeno declina pericolosamente la loro funzione ‘terza’, quella che salva il bambino dall’universo diadico con la madre, sembra che ‘il nome del Padre’ lacaniamo resista, nel paradosso, nei mondi chiusi e regolati dei codici mafiosi, che hanno cambiato etnie, provenienze e stili ma restano, nella sostanza, regimi arcaici e archetipici del legame padre-figlio dove è invece esiliato il femminile. Sullo sfondo, ma molto ben delineato, la critica alla pur perfetta società scandinava dove anche in carcere ‘se lavori prendi i contributi’, in una delle molte, sottili contraddizioni del film. Lo psicoanalista ha dunque, se ne segue e rintraccia le cifre, di cui io ho per brevità accennato solo ad alcune, molto da riflettere.
Una breve riflessione a margine: mi sono chiesta le ragioni di questa esplosione di successi, persino editoriali (il che è tutt’altro che facile) del cosiddetto ‘noir’ (definizione che mi pare restrittiva) del genere nordeuropeo, a partire dal fenomeno Stieg Laarson con la sua trilogia, in poi: paesi dalle lingue ristrette come l’italiano, parlate da pochissimi, hanno imposto la loro narrazione al mondo, superando persino l’elitarismo del cinema d’autore per imporsi sugli scaffali persino degli autogrill. Credo che essi abbiano un pregio, rispetto a gran parte della buonista letteratura dei nostri climi che affida molto al sentimentalismo e al perdonismo cattolico: sanno raccontare il Male. Senza infingimenti, senza troppi discorsi, intrisi di cultura protestante e del suo rigore che non ammette facili perdoni; consentono allo spettatore-lettore un’immediata immedesimazione con una violenza che vorremmo anche noi esprimere, perché sembra giustificata dal senso del Giusto e della pur paradossale Etica. E di una qualche etica, lo sappiamo, c’è bisogno. Forse dunque il senso di questi successi, anche uscendo leggermente dal film che comunque ne fa parte (anche se temo non avrà grande diffusione) sta nella forza di aver coniugato una poetica, una precisa scenografia, con i registri della narrazione classica, alla Dostoevskij, dove riconosciamo Bene e Male, Padri e Figli, crimini e misfatti, direbbe Woody Allen…non siamo lasciamo lasciati alla sospensione, all’ambiguità e confusione di molta – pur ottima – narrazione contemporanea.

Quando colpiscono, colpiscono quelli che amiamo…”.
(da: Don Corleone ne Il padrino)

giugno 2014