La Grande Bellezza – 1

Dati sul film: regia di Paolo Sorrentino, Francia, Italia, 2013, 142 min

Trailer: 

Giudizio: 3/5 *** 

Genere: drammatico 

Trama

Unico film italiano in concorso al festival di Cannes, conferma Sorrentino come un regista capace di far parlare di sè. Questo suo ultimo lavoro ha come protagonista Jep Gambardella, un Toni Servillo non convincente, ormai indispensabile ‘amico di famiglia’ di buona parte dei registi italiani, nel ruolo di un ‘sensibile’ giornalista sessantacinquenne che si trova a fare il bilancio della sua vita come scrittore fallito, frequentatore annoiato di feste ‘vip’ e ormai sazio tombeur de femmes. A fargli da spalla un malinconico Carlo Verdone, unico suo ‘vero amico’ in una folla di sconosciuti conoscenti, e una serie di ‘donne’ che incarnano aspetti diversi della femminilità. Spiccano la direttrice del rotocalco per cui Jep lavora, una ‘nana’ di grande umanità, una Santa ultracentenaria che conosce l’importanza delle radici, la spogliarellista malata Ramona (una Ferilli da menzionare, autentica, dolente e commovente), una annoiata ricca signora che si fotografa quasi per provare a se stessa e agli altri la sua esistenza, una intellettuale impegnata politicamente che si vanta delle sua falsa dedizione al compagno e ai figli. E ce ne sarebbero altre da citare! Gli incontri tra Jep e gli altri, tanti, troppi personaggi, tra cui bisogna aggiungere una giraffa e buon numero di fenicotteri, che gli fanno al contempo da specchio ed eco, si susseguono sullo sfondo di una Roma felliniana, stupenda e talvolta inedita, che rimane però imprigionata dalla rete dell’incalzare delle situazioni. 

Andare o non andare a vedere il film?

La grande bellezza è un film che può suscitare sentimenti contrastanti ed estremi. Per questo da vedere. A me è parso un film molto ambizioso, forse presuntuoso, fatto di un lungo collages di scene di primo impatto, a mio avviso, scollegate tra loro. Il regista sembra voler creare un’opera d’arte contemporanea, come la piccola performer di una delle scene centrali del film. Su una enorme tela bianca, che sembra uno schemo cinematografico, la bambina bionda, che voleva giocare e mangiare bignė, di fronte ad una folla di galleristi, rovescia con la rabbia e la disperazione dell’infanzia negata e sfruttata, una serie di barattoli di colori, che poi mescola e spalma usando tutto il suo corpo. Dopo questa fase violenta e catartica, si vede la bambina, tranquillizzata, far emergere dalle macchie di colore una serie di forme che prendono una loro armonia di accostamenti. Questo film getta addosso allo spettatore una serie di immagini (poche originali, molte marcatamente felliniane, scontate, didascaliche), suoni (poche musiche raffinate, molti tormentoni, sussurri, lamenti, grida), colori (pochi sfumati, molti pacchiani, eccessivi, kitsch), parole (solo monologanti, per lo più luoghi comuni, citazioni colte, frasi fatte e aforismi). Io ho sentito il bisogno di tirare il fiato, uscita dalla sala, per provare a farne emergere un quadro armonico. 

La versione dello psicoanalista

Tra le tante, probabilmente troppe, possibili letture che il film offre, la questione del funzionamento ‘dell’apparato umano’ (titolo del l’unico romanzo di Jep), ovvero ‘dell’apparato psichico’ sembra centrale. In un momento della vita che segna un passaggio, nella resa dei conti, emerge chiara la necessità di tutti noi di confrontarci con i nostri limiti, con la perdita, con la morte, con il bisogno di prendere una posizione e una direzione (il ‘trenino’ non può continuare ad andare in nessun posto!).
Io ho pensato si potesse vedere il film come una serie di sequenze oniriche, associate a ricordi e frammenti di storie di vita, che permettono al protagonista, grazie al suo raccontarsi per immagini, di tentare di elaborare le perdite, rendersi consapevole dei propri limiti, accettare la finitezza della propria e altrui esistenza, e quindi superare la crisi di identità in cui è precipitato. Un lavoro che, così descritto, ha le caratteristiche di un’analisi. L’interlocutore/analista diventa così lo spettatore, che ha il compito di connettere queste associazioni libere e dar loro un senso, grazie ad un’elaborazione di pensiero a posteriori. 

27 Maggio 2013