La vita di Adele

Dati sul film: regia di Abdel Kechiche, F, 2013, 179 min.

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama.

Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2013, ispirato al romanzo grafico a fumetti “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, acclamato per la fantastica prova attoriale delle due protagoniste (Adèle Exarchopoulos in particolare, per la quale il regista ha addirittura creato e modificato il titolo, e Léa Seydoux, Emma, la ragazza dai capelli blu), è un film sostanzialmente semplice. Parla dell’amore in senso lato, dello sviluppo e di un’iniziazione adolescenziale, un cosiddetto racconto di formazione. E’ stato premiato da una giuria presieduta da Steven Spielberg, cosa che rende onore sia al Presidente sia al film, il quale, evidentemente, ha toccato corde sensibili e universali. Esce alcuni mesi dopo il Festival, accompagnato da qualche polemica relativa alle modalità di lavoro e coinvolgimento richiesta dal regista ad attori e troupe. È presentato e recensito come una storia di omosessualità femminile. Va ben oltre. Avremo, d’ora in poi, un’altra Adele, dopo la H. di Francois Truffaut.

Andare o non andare a vedere il film?

Se siete preparati ad assistere a tre ore di proiezione (ma corrono veloci…e pare esistano molte più ore di girato), all’esposizione di corpi femminili ignudi (peraltro bellissimi), a lunghe e quasi interminabili scene che mostrano una sessualità intensamente vissuta (che può inibire, anche paralizzare); se siete disposti a superare queste possibili resistenze alla visione del film, andateci sicuramente. Qualunque amante del cinema, degli esseri umani e delle loro storie ne uscirà intensamente coinvolto. Credo che chiunque avrebbe desiderato incontrare nella propria adolescenza una ragazza come Adele, o molto probabilmente si è sentito come lei. Ho pensato che a qualcuno piacerebbe passare del tempo e conoscere una donna come Emma. Mi sono stupito di quanta familiarità mi sia sembrato di avere con tutti protagonisti del film. I dialoghi sono “normali”, ma sentiti ed efficaci, mai artificiali o innaturali. È la vita, quella di molti adolescenti, dei giovani adulti. Per una volta tanto senza cellulari o protesi elettroniche. Una sola telefonata su un numero fisso. La TV accesa mentre si mangia, come in alcune case. E’ ambientato a Lille, ai giorni nostri, ma sembra di essere fuori dal tempo.

La versione di uno psicoanalista.

La nostra vita, quella di chiunque, non può considerarsi pienamente vissuta senza l’amore e senza la passione. In questo film ne prendiamo contatto, un contatto veramente “ravvicinato”, con innumerevoli manifestazioni. Ci sono efficaci rappresentazioni delle dinamiche gruppali adolescenziali. C’è il desiderio di essere “normali”, così come la dolorosa e imbarazzante, ma ineluttabile, accettazione della diversità (sessuale, sociale, culturale). Abbiamo il piacere per il cibo (pastasciutta o ostriche che siano) e l’investimento sulla conoscenza. Tutto è vissuto con grande intensità e contemporaneamente con naturalezza. Che bello!
Le tre ore scorrono principalmente su intensissimi primi piani, attraverso dettagli di visi o di corpi, con la nudità, con dialoghi fatti di frasi semplici, ma estremamente efficaci, e silenzi pieni di sguardi. E quante lacrime.
E’ raro trovare in un film (e al giorno d’oggi) tanto amore per l’insegnamento e per gli insegnanti; tanta fiducia nell’istruzione e nell’educare, su come questo compito possa influire sulla vita delle persone, ragazzi o bambini che siano. Una delle tre professioni impossibili, diceva Freud. Praticata, invece, con speranza e fiducia nel film. “Mi piacciono le materie insegnate dai professori che mi piacciono”, dice Adele. Capaci come lei, quando realizza il suo sogno (e come un buon analista), di lasciare fuori dalla scuola le proprie vicende personali.
Anche l’arte trova la sua celebrazione, nella figura e nel lavoro di Emma, quasi come in una sublime integrazione tra tutti i piani della narrazione (amore, sessualità, ricerca, conoscenza, lavoro, crescita, soggettivazione).
Ricordo dei gesti che rimarranno nella mente: l’attenzione e il tormento di Adele per i suoi capelli e il colore di quelli di Emma (ben sappiamo quanto siano vicini alla testa…); un certo modo di sistemarsi i pantaloni; la bocca e le labbra di Adele, il suo voluttuoso mangiare e il suo appassionato baciare; la casualità degli eventi, l’ineluttabilità delle vicende umane.
Di nuovo, quanta normalità e quanta psicoanalisi, secondo me, ci troviamo a sperimentare.
Vi lascio con un link:  http://www.close-up.it/la-vita-di-adele-conferenza-stampa

Post Scriptum. E’ impossibile, per chi li ha visti entrambi, non confrontare La Vita di Adele con Lo sconosciuto sul lago. Sorge una domanda: cosa sta succedendo nel cinema francese? Chi ha voglia di rispondere con una recensione più articolata?

Ottobre 2013