Locke

Dati sul film: regia di Stevens Knight, Gran Bretagna, 2013, 85′

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

Ivan Locke, il protagonista di questo film, capo-cantiere con una carriera senza sbavature, marito e padre fino a quel momento apparentemente integerrimo, decide di mettersi al volante della sua BMW alla vigilia di un evento di enorme importanza per lui: dirigere i lavori per gettare le fondamenta del suo building (edificio) di cinquantacinque piani con una eneorme colata di calcestruzzo. Lo spettatore lo accompagna in un drammatico viaggio durante il quale si gioca tutta l’esistenza. Vuole ‘mettere le cose a posto’, nella speranza che ‘domani tutto ricomincerà come prima’. È accaduto qualcosa che lo ha indotto a ‘prendere la sua decisione’, dalla quale non ‘tornerà indietro’.
Il film è quasi interamente girato all’interno dell’auto che, in momenti scanditi, si vede dall’esterno nella sua corsa notturna, tra fari accecanti e indicazioni stradali.
È il volto di Ivan a essere sempre in primo piano, impegnato in concitate e sofferte conversazioni telefoniche con una serie di persone, di cui si sentono solo le voci alterate, emozionate, arrabbiate, disperate, e di cui si possono immaginare espressioni e azioni.
Ivan sa quella che, per lui, ‘è la cosa giusta’ da fare. Che, in questi tempi ‘liquidi’, di uomini senza etica e di padri ‘evaporati’, non è cosa da poco. Si condivida o no la sua scelta drastica, ha un senso.

Andare o non andare a vedere il film?

È stato presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno ed ha avuto un riscontro molto positivo, di critica e pubblico. Magnificamente interpretato dall’attore inglese Tom Hardy, il crudelissimo Bane nel Batman di Nolan che, senza la maschera di cuoio, ci fa scoprire un volto particolarmente bello ed espressivo, come sottolinea Natalia Aspesi nella sua recensione apparsa su la Repubblica del 28 aprile.
Girato in due sole settimane, è un film on the road minimalista, originale, dal ritmo incalzante e tempi drammaturgici perfetti. Il regista, Steven Knight, evita ogni giudizio morale, responsabilizzando lo spettatore a sviluppare un suo pensiero rispetto alle vicissitudini del protagonista.
Il set è claustrofobico, ma dall’abitacolo di quell’auto si sviluppano emozioni che aprono ampi orizzonti.

La versione di uno psicoanalista

Tra una conversazione e l’altra con persone reali, in un crescendo di tensione, Ivan dialoga con rabbia con il padre morto, fantasticando di dissotterrarlo per mostragli quanto è diverso da lui.
Capiamo che è il figlio ‘bastardo’ di un padre che lo ha abbandonato sin dalla nascita, per ripresentarsi quando ormai era troppo tardi, con cui si identifica e da cui vuole differenziarsi, a costo di autodistruggersi.
Protagonista il Super-Io ‘luciferino’, come lo definirebbe Lopez, di Ivan, minato dall’idealizzazione e dalle fantasie di onnipotenza non superate di un bambino senza padre e senza radici, che ha lottato per far crescere e attecchire da solo, in un estenuante processo riparativo e di ‘pulizia’. E qui è inevitabile l’associazione con l’immagine metaforica delle fondamenta e della costruzione del ‘suo’ building, che avrebbe dovuto conquistare per lui un pezzo di cielo.
Si può immaginare che Ivan sia stato un bambino responsabilizzato precocemente, che ha sperimentato cosa significa l’abbandono, sulla sua pelle e su quella della propria madre, e non voglia ripeterlo. Entra in gioco anche il tema della colpa transgenerazionale, con la biblica minaccia, che sembra realizzarsi: “Perchè io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Esodo 20:5).
Ivan ha dato una svolta alla sua vita, ha iniziato il suo viaggio, che non si conclude con la fine del film, aperta: deve trovare la sua strada, e non può essere solo in direzione opposta a quella del fantasma paterno. Con cui prima o poi bisogna che ognuno faccia i conti.

Maggio 2014