Max and Mary

Adam Elliot, Australia, 2009, 80 min.

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commento di Raffaella Tancredi

Due diverse palette di colori (sfumature di grigio per disegnare New York, sfumature di marrone per l’Australia dove vive la piccola Mary Dinkle i cui occhi "avevano il colore delle pozze fangose"). Piccoli dettagli rossi su entrambe le scene che segnalano oggetti significativi, due continenti,  due personaggi indimenticabili le cui solitudini si intrecciano senza riuscire a sciogliersi l’una nell’altra per i 22 anni in cui si snoda il loro rapporto epistolare: un film di animazione di Adam Elliot, il regista che nel 2003 ha vinto l’ Oscar per i film di animazione con "Harvey Krumpet".
La solitudine di Mary è la solitudine di una bambina che cresce in un contesto psicologicamente disastrato: la conosciamo che ha appena perso il nonno e vive con una mamma alcolista e dissociale ed un padre abbrutito da un lavoro alienante e parcellizzato fino all’inverosimile (attacca i fili alle bustine di the). Entrambi  presto la lasceranno orfana. Mary avvia una amicizia per corrispondenza  con Max, un uomo di 44 anni, la cui solitudine è la solitudine di chi si sente capitato per caso in un mondo  dalle regole incomprensibili.
Nelle interviste rintracciabili  in rete, più volte viene chiesto al regista dove trovi l’ispirazione per  caratteri così particolari, con tali e tante idiosincrasie come quelli presenti nei suoi film di animazione (anche il protagonista di Harvey Krumpet soffriva di un disturbo mentale, la sindrome di Gilles del Tourette).
A proposito di "Mary and Max" Adam Elliot racconta di aver trovato ispirazione nella sua  lunga  amicizia di penna con un ragazzo con diagnosi di sindrome di Asperger, anche se la vita del personaggio Max è del tutto differente  da quella del suo amico di penna. Il regista dimostra di conoscere a fondo il problema. Caratteristiche che possono apparire caricaturali nel personaggio di Max risultano assolutamente aderenti al reale  per chi conosce  questo disturbo da un  punto di vista clinico .
Max ama lo stesso programma Tv che anche Mary ama, ma lo segue su due televisori: la tv piccola per le immagini, la tv grande per i suoni. Ci mostra così  la difficoltà che possono avere queste persone nel coordinare i canali sensoriali e comunicativi, come se non potessero guardare e ascoltare contemporaneamente lo stesso oggetto. Lo vediamo  sconvolto dalla ragazza che tenta un approccio nei suoi confronti: Max dice di avere  problemi a interpretare i segnali non verbali e non capisce cosa sia un flirt. Quando riceve la prima lettera di Mary la legge quattro volte e poi si rifugia nella  stereotipia  complessa in cui si rifugia tutte le volte che nella sua vita estremamente metodica si profila un qualche cambiamento: sale su uno sgabello in un angolo e comincia a dondolarsi con tutto il corpo, le mani in bocca, le labbra tremanti che producono un suono inarticolato appena udibile.
Dopo aver passato diciotto ore alla finestra, Max decide di rispondere a Mary. La descrizione che fa di sé è assolutamente precisa: le persone mi confondono ma cerco di non lasciare che questo mi preoccupi; odio la folla, le luci intense, i rumori improvvisi e gli odori forti; trovo che gli esseri umani siano interessanti ma faccio fatica a capirli.
Max parla anche del suo rapporto con uno psichiatra – con ogni evidenza di formazione cognitivo-comportamentale – che cerca di insegnargli a non fare cose maleducate, come dire quel che si pensa veramente di un altro essere umano mentre per Max rimane incomprensibile come sia possibile giudicare socialmente inappropriata la completa onestà.
Con le sue domande di bimba sull’amore e sul sesso, Mary  destabilizza completamente Max: il suo equilibrio precario non regge di fronte  a domande che riguardano l’incomprensibilità  dell’amore, sopravviene il crollo e il ricovero in ospedale psichiatrico dove viene "marinato" in un cocktail di farmaci, legato al letto e trattato con ECT
La lettera che Max scrive a Mary dopo la sua dimissione dall’ ospedale psichiatrico è una descrizione precisa del disturbo di Asperger che gli è stato diagnosticato. In tale descrizione emerge altresì il desiderio di non essere curato, "l’orgoglio Aspie" che alcune di queste persone realmente professano, chiedendo che li si accetti  per quello che sono, senza la pretesa di curarli. Max, tuttavia, in qualcosa vorrebbe essere diverso da quel che è, vorrebbe cioè essere capace di piangere quando, per esempio, seppellisce nel water, lasciando che l’acqua lo porti via, il cadaverino dell’ennesimo pesce rosso.
Mary si dà agli studi psicologici per capire meglio il suo amico (e, ovviamente, per curare se stessa). Trae un libro di successo dalla sua tesi di laurea sulla sindrome di Asperger: ma sarà proprio questo a causare una rottura fra lei e Max che si sente offeso, tradito, "conflesso" (neologismo da lui stesso creato per indicare il sentirsi insieme confuso e perplesso). Mary manda al macero le copie del suo libro già pronte per la distribuzione e precipita in un abisso di depressione, fino al tentato suicidio, scena drammatica che si gioca in una atmosfera oniroide accompagnata da una struggente versione di "Que sara sara".
La storia va dunque verso la sua conclusione che non può dirsi un lieto fine in senso narrativo, ma direi un lieto fine in senso  psicoanalitico, come quando si conclude una buona analisi: ci si separa definitivamente ma portandosi dentro buone cose.
Non so che effetto possa fare questo film a chi non ha "frequentazioni" cliniche o meno del pianeta "autismo" di cui si ritiene che la sindrome di Asperger faccia parte. Per me è molto evidente la diversità  della solitudine e della sofferenza dei due personaggi. Un elemento che riguarda il linguaggio mi pare, a questo proposito, assolutamente pertinente: Max parla a Mary del suo disturbo, in una lettera dove  enumera i suoi sintomi, ma non è in grado di presentarsi con un linguaggio narrativo. Il suo è un linguaggio da "voce di enciclopedia", esaustiva, dettagliata, conclusa in se stessa, in cui mancano la dimensione temporale e la diversa salienza degli argomenti, tipici del linguaggio narrativo. Mary ha invece capacità di sognarsi e di raccontarsi, di immaginarsi nel futuro, di innamorarsi. Tuttavia  il desiderio di Max  di avere un amico è assolutamente vero  come vera è la generosità con la quale perdona la mancanza di sensibilità di Mary: il suo isolamento non è  frutto di un rifiuto della relazione.
Un film di animazione a volte tenero, a volte lento, a volte comico e sempre commovente. Un film "difficile", una finestra su un mondo  che può essere molto lontano da quelli abitualmente frequentati .
ISOLE. Riflessi di solitudine nel cinema.
Buio in sala, Firenze, 18 novembre 2011