Mia madre

Film: Mia madre, 2015, Italia, Francia, Germania, 106 min.

Regista: Nanni Moretti

Trailer

Autore: Massimo De Mari

Genere: drammatico

Trama

La trama è molto semplice, Giovanni (Moretti) e Margherita (Buy) sono due fratelli, ingegnere lui, regista cinematografica lei; si è parlato a lungo dei riferimenti autobiografici, probabilmente sottolineati anche dalla scelta di dare ai personaggi il nome proprio degli attori. I problemi affettivi, lavorativi e personali dei due fratelli passano in secondo piano rispetto alla loro progressiva consapevolezza che la madre, ricoverata in ospedale per l’aggravarsi di una patologia cardiaca cronica, sia ormai arrivata alla fine della sua vita.

Andare o non andare a vedere il film?

“Habemus papam” non mi era piaciuto, mi era sembrato un soggetto geniale sprecato in una sceneggiatura che non riusciva ad andare fino in fondo, a dire qualcosa di originale e alla fine mi era risultato irritante. Arrivo con questo tipo di prevenzione al cinema, ho saputo tardi che ad alcune proiezioni sarebbe stato presente lo stesso regista e riesco a trovare un biglietto solo per un’altra proiezione, in un orario diverso.

Quando entro nel cinema però me lo trovo davanti, Nanni Moretti, è arrivato prima del previsto e si aggira nell’ingresso della multisala; come sempre quando incontro qualche personaggio non solo conosciuto ma che per me, indirettamente, è stato importante, ho una prima reazione di sorpresa infantile “è lui….!” dico a voce alta a una signora che non conosco, poi penso “che faccio, lo saluto ?….ciao Nanni…no…sono ancora arrabbiato per “Habemus Papam” e se poi anche questo non mi piace ?… non posso essergli grato a vita per “Ecce Bombo”, “Sogni d’oro”, “Palombella Rossa”, “La stanza del figlio” e soprattutto “Bianca”…un film che per me ha avuto un significato particolare…”

Ma non faccio in tempo a prendere una decisione perchè se ne va subito….chiede ai suoi collaboratori se fa in tempo a prendere un caffè e, alla loro risposta affermativa, esce in fretta, l’immagine idealizzata che velocemente si era costruita nella mia mente si sgonfia subito di fronte ad un elemento concreto, il bisogno di prendere un caffè, che me lo fa diventare immediatamente reale. Alla fine del film sono contento di non essere andato a una delle proiezioni in cui era presente e avrebbe commentato il film….stavolta mi ha fregato….ha azzeccato anche un finale così intenso da farmi commuovere…ma quando esco spero di incontrarlo solo per stringergli la mano e dirgli grazie…abbracciarlo no, sarebbe troppo.

Perchè andare a vedere il film ?

Per vivere una lunga emozione che dura due ore che passano senza accorgersene, tra momenti di forte tensione emotiva, mai forzata, e altri di grande comicità. A questo contribuisce la recitazione straordinaria di grandi attori, da Giulia Lazzarini, protagonista di indimenticabili allestimenti teatrali del Piccolo di Milano, quando era diretto da Giorgio Strehler e Margherita Buy, come sempre teneramente nevrotica e capace di passare dal riso al pianto, alternando il registro comico a quello drammatico con una facilità sorprendente, a John Turturro, irresistibile nella parodia della star hollywoodiana.

E poi stavolta Moretti riesce a non prendere posizione a gamba tesa, né sul piano politico che stavolta è molto sfumato e sta tutto nel film che Margherita sta cercando di girare, né su quello affettivo; i problemi relazionali tra coppie separate o tra genitori e figli sono quasi accarezzati, quasi “anestetizzati” dal dolore che permea ogni istante del film e della vita dei protagonisti. Attorno alla madre morente, ma ancora vivace e attaccata alla vita, i protagonisti si muovono in punta di piedi, alternando momenti in cui prevale l’angoscia della perdita, con il diniego dell’idea di malattia e morte, ad altri di maggior serenità in cui riescono a trovare il senso dell’esistenza e a condurre l’elaborazione del lutto sui binari di una nostalgia che si attacca all’eredità degli affetti, che scoprono nei libri della madre, insegnante di latino per generazioni di studenti, negli oggetti della vecchia casa e nelle testimonianze dei suoi ex studenti, ormai adulti, che la vengono a trovare.

L’elemento caratterizzante, a mio avviso, è proprio la continua alternanza tra finzione e la realtà; Margherita (alter ego di Moretti) è scissa tra la direzione di un improbabile film sull’occupazione di una fabbrica, di cui non sembra convinta lei per prima e l’assistenza alla madre morente. Giovanni non sa se continuerà a lavorare e sembra non dare importanza a quello che lo circonda come se la rappresentazione della vita fosse ormai scoperta nella sua artificiosità e si potesse vedere dietro le quinte. La battuta che alla fine mi è rimasta in mente, di conseguenza, è quella che un esasperato Turturro, alla fine di una scena che non riesce a girare per i suoi problemi linguistici, urla “RECITARE E’ UNA PERDITA DI TEMPO….VOGLIO TORNARE NELLA REALTA’ !”

La versione di uno psicoanalista

Stavolta Moretti non si mette nei panni di uno psicoanalista, nè costruisce un film pieno di simboli, tipico della sua cinematografia, ma si mette in gioco in modo estremamente sincero e vero, attraverso la semplice rappresentazione degli affetti, che non hanno bisogno di essere interpretati o visti alla luce di qualcos’altro come accadeva, ad esempio, nella rappresentazione del dolore del padre psicoanalista per la perdita del figlio ne “La stanza del figlio”.

Qui c’è una riflessione pacata e struggente sul senso della vita e su quanto le nostre difese razionali, quelle che alimentano la “finzione” in cui viviamo quotidianamente, di fronte al dolore per la perdita della madre, che più di ogni altra richiama alle nostre origini, non funzionino più e ci lascino scoperti di fronte alla necessità di cercare un senso. 

Potremmo riflettere sulla mancanza della figura paterna e su molti altri spunti di discussione che questo film offre allo spettatore, ma credo che nei film di Moretti, e in questo in particolare, ciascuno trovi la sua chiave personale di lettura che, per me, è nelle battute finali del film, che naturalmente lascio a chi deciderà di andare a vederlo.  

Aprile 2015