Miele

Dati sul film: regia Valeria Golino, Italia, 110 minuti 

 

Giudizio: 4/5 **** 

Genere: drammatico

Trama 

“Miele” è un film sull’eutanasia. Irene, interpretata da Jasmine Trinca, aiuta le persone a morire. Lo fa sotto lo pseudonimo di Miele. Vola come un’ape da un continente all’altro per approvvigionarsi il potente barbiturico che le permette di portare la morte dolce, la morte buona, in esseri umani ai quali la gravità della malattia non rende più la vita accettabile. Si muove rapida e silenziosa, quasi invisibile: un agente segreto in missione. Una ragazza controversa, solitaria, che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo: offre il suo aiuto a coloro che invece sentono di non averne più uno. Un giorno, durante una missione, Miele s’imbatte in qualcosa di non previsto: un ingegnere, interpretato da Carlo Cecchi, che vuole morire perché depresso, annoiato, senza  più nessun desiderio e intollerante al dilagare della volgarità. Nell’incontro delle diverse solitudini nasce un intenso rapporto, da cui il film trae la sua forza. 

Andare o non andare a vedere il film?

Siamo tre coppie di amici nell’atrio di un cinema con due sale. Discutiamo su quale film vedere: uno sul tema dell’eutanasia o uno su quello della vecchiaia. Penso che, in effetti, dopo una giornata di lavoro, il secondo, girato nell’incomparabile Parigi, forse è più rilassante. Ma cambio idea, la maggioranza vince e optiamo per l’altro, “Miele”, il film con cui Valeria Golino esordisce felicemente alla regia.
Il film è finito, il tempo è passato velocissimo. Mi resta impressa la bellezza delle immagini: piene di luce, quasi sempre giocate su primi piani capaci di cogliere l’intensità di una Jasmine Trinca insolitamente dura e gradevolmente “ruvida”, determinata e vulnerabile, controllata e dolente, e di uno straordinario, sarcastico, cinico e infinitamente umano Carlo Cecchi. Un montaggio che, al mio incompetente punto di vista, è parso particolarmente riuscito nello scorrere di sequenze che catturano e spiazzano.
E’proprio un film che spiazza, che mette continuamente all’angolo: un tema scomodo, non scontato, trattato con audacia. In certi momenti Miele sembra motivata dalla morte della madre, della quale è intuibile una lunga agonia, mentre in altri sembra svolgere le sue missioni come un qualsiasi lavoro molto ben retribuito. Quando credi che il film stia prendendo una posizione precisa di fronte all’argomento, capisci poi che non è questo il suo obbiettivo. Perfino Roma è spiazzante perché non è riconoscibile: appare sfumata, lontana come un altrove.
Non penso che sia un film senza difetti: penso che sia coraggioso, spinoso e libero. 

La versione dello psicoanalista

Vecchiaia, malattia, eutanasia: tre parole che inevitabilmente conducono al pensiero della morte. Temi che forse troppo spesso non ci colgono desiderosi di conoscenza: si scrive e si legge che nell’odierna società la vecchiaia, la malattia e la morte sono diventate un tabù.
Anche per gli psicoanalisti certi argomenti sono di difficile gestione emotiva. “Miele” offre un’opportunità preziosa e non troppo invasiva di ripensare a come ci poniamo di fronte a temi umanamente rilevanti: la depressione è sempre patologica? L’essenza del suicidio è addossare “la colpa” a chi resta? Sappiamo, sapremmo, affrontare un paziente la cui vita è compromessa da una malattia incurabile e gravemente invalidante, che ci comunica l’incontrovertibile decisione di porre fine alla sua vita? La sua scelta per noi è, sarebbe, sostenibile?
Lo scontro avviene fra chi ritiene che porre fine alla propria vita sia diritto di ogni essere umano e chi ritiene che la vita sia comunque inviolabile. Un conflitto certamente ideologico, ma non solo. Gli psicoanalisti hanno sufficientemente chiaro il “non solo”? 

Maggio 2013