Miss Violence

Dati sul film: regia di Alexander Avranas, Grecia, 2013, 99′

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama.

Vincitore del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia per la regia e Coppa Volpi per il miglior protagonista maschile (Themis Panou) Miss Violence è un film, tratto da ‘storie vere’, sulle violenze perpetrate tra le mura domestiche, alimentate dal silenzio, dall’acquiescenza, dalla menzogna e dalla vergogna. Siamo in Grecia, ma potremmo essere ovunque, perché l’orrore celato dalla ‘normalità’ non ha confini e non ha limiti. Il film si apre con il suicidio della eterea undicenne Angeliki che, sulle note di Dance me to the end of love, di Leonard Cohen, si lancia con un lieve (e al momento incomprensibile) sorriso dalla finestra di casa il giorno del suo compleanno, mentre la famiglia festeggia: un incipit che fa prospettare il peggio. Ma al peggio, come nel proverbio popolare, non c’è mai fine. Il regista, Alexander Avranas, ci propone un film di cui non si può svelare la trama: le immagini possono dire tantissime cose che si potrebbero dire ma solo con troppe parole, e altre che con le parole proprio non si possono dire (Gianni Rodari).

Andare o non andare a vedere il film? Miss Violence è un film disturbante, perturbante, implacabile, fatto di immagini che coinvolgono lo spettatore in un crescendo di violenza sorda e muta, che si disvela in modo straziante nelle sequenze finali. A poco a poco si entra nei segreti di una famiglia in cui l’incesto, la prostituzione, gli abusi fisici e psichici fanno parte della quotidianità e sono la ‘normalità’. Le interpretazioni attoriali sono eccezionali, comprese quelle dei bambini, trascinati in un gioco perverso e sadico dal silenzio degli adulti, vittime e nello stesso tempo complici dell’orrore. Un film claustrofobico, girato per lo più all’interno di una casa piena di porte che devono stare chiuse e, paradossalmente, possono essere scardinate, ‘perché non ci sono segreti in questa famiglia’. Non esiste un ‘fuori’, solo altri spazi chiusi con altre porte, oltre le quali non si può vedere, ma solo immaginare. E tanto basta. I tempi e movimenti di regia, estremamente lenti, appaiono necessari perché lo spettatore riesca a entrare in risonanza con il film, impedendogli di rigetterlo e rendendolo indimenticabile.

La versione di uno psicoanalista.

Un film che non ci offre ‘scorpacciate di ultraviolenza’ eclatante, come chiama Alex, protagonista del celeberrimo Arancia Meccanica di Kubrick (1971), le immagini di stupri e altri orrori che è costretto a guardare. Colpisce invece in profondità, stimola a rinnovare la riflessione e a provare un senso di ribellione su temi rispetto ai quali si rischia di essere anestetizzati, tanto ne siamo quotidianamente sopraffatti.

La violenza, l’incesto, l’induzione alla prostituzione, il segreto, il trauma, lo sviluppo dell’identità personale e la soggettivazione: questi sono solo alcuni dei temi che questo film mette in luce.

Io vorrei soffermarmi qui sull’efficacia nel rappresentare la pulsione di ‘impossessamento’ (Bemächchtigungstrieb o emprise) già presente nel primo Freud e poi sviluppata da diversi autori (tra cui Bergeret, Denis, Dorey, Khan), dalla quale si possono sviluppare dinamiche interne e relazionale pesantemente perverse. Si tratta di una pulsione parziale connessa a quella di morte, che ha lo scopo di impadronirsi dell’oggetto, per controllarlo e usarlo negandone l’alterità e l’identità. come una parte di sè. Nel momento in cui l’oggetto cerca di uscire da tale controllo, annichilente e annientate, è di fronte al bivio: rientrare nella spirale soccombendo o essere eliminato. Il film non pare individuare una via d’uscita, una porta socchiusa verso un altrove, una possibilità di rinascita. Solo una finestra per un salto nel vuoto, perchè quell’ultima porta chiusa a chiave, alla fine del film, non ha nulla di rassicurante. Sta allo spettatore, in particolare psicoanalista, riuscire a trovare un passaggio per non restare intrappolati per sempre o morire, come Angeliki.