Nella casa

Titolo: Nella casa (Dans la maison) 

Dati sul film: di Francois Ozon, F, 2012, 105 min. 

Trailer: 

 

Giudizio: **** 4/5 

Genere: drammatico 

Trama

Liberamente adattato dalla pièce spagnola “El chico de la ultima fila” (di Juan Mayorga), difficile incastrare in un genere questo piccolo gioiello che, mescolando più registri, riesce ad unire cinema colto ed emotività, leggerezza e sottili richiami ai maestri del cinema (il Teorema di Pasolini, Funny Games di Haneke.), portando lo spettatore in una storia – o più storie – pirandellianamente intrecciate le une alle altre. La vita dell’insegnante liceale Germain, scrittore mancato e con un apparente buon matrimonio, è sovvertita dall’ingresso di Claude, allievo dell’ultima fila, che con i suoi scritti e la sua diversità lo trascina via via in un universo inquietante, dove i confini tra letteratura e vita si confondono sempre più. Il perturbante (Das Unheiliche) entra col suo sorriso educato Nella casa (questa volta il titolo francese traduce meglio l’essenza del film) e nella mente dei personaggi, sconvolgendone gli assetti e i destini. 

Andare o non andare a vedere il film?

Per molti motivi… andare. Ciascuno può rintracciarvi il proprio: è un film essenzialmente insaturo. Per la raffinata, ma mai intellettualistica o verbosa, intelligenza con cui riesce a toccare più corde, lasciando appunto un pò allo spettatore la scelta. E’ la storia di un padre-figlio elettivi che si ritrovano nel voyerismo della letteratura. E’ un gioco realtà/finzione (dove comincia l’una? dove finisce l’altra?), in cui vero e immaginato, pensato e agito perdono di importanza, nell’incastro dei vari elementi narrativi. E’ una vicenda fin dall’inizio inquietante, che sfiora l’ambiguità della suspence e fa prevedere un colpo di scena che, a mio avviso sapientemente, non avviene. E’ infine una storia umana di affetti, ferite, mancanze: Claude è senza madre e con un padre malato, Germain ha perso il suo sogno di scrittore, gli altri personaggi nella cui casa Claude si introduce sono tutti segnati, con lieve malinconia, da una mancanza. Solo entrando nelle vite degli altri, reinventadole, Claude e Germain sembrano alle fine trovare una certa pace. Solo l’arte, il sogno, l’immaginazione riparano e vicariano le ferite. 

La versione dello psicoanalista

Molti, tra le righe, gli echi psicoanalitici. Nella casa-mente in cui si insinua, Claude spia i genitori dell’amico – la scena primaria – ne vorrebbe sedurre la madre e sostituirsi a lui; direi che il regista, pur evocando, evita di cadere in una vicenda declinata solo sull’edipico o sul ruolo del voyerismo nella vita e nell’arte. Direi che Nella casa è psicoanalitico, a mio parere, soprattutto per il contatto che consente con l’immaginazione (ho molta immaginazione, dice Germain), con uno spazio transizionale di gioco, in cui la coppia allievo-maestro, e noi tutti, possiamo attribuire ai personaggi abiti e destini, giocare con le identità e staccarci un po’ da noi stessi, come nel teatro del sogno (non casuale, credo, l’origine teatrale del testo). Non entro in altri dettagli per non sottrarre il gusto della scoperta, ma non posso non evocare la magnifica immagine finale che fa da manifesto al film: il desiderio finalmente realizzato, non senza perdite, dolore e una vena di follia, di vivere attraverso le vite altrui, inventando storie ai personaggi come unica via, per la nostra coppia, di sopportare il reale della vita. 

Aprile 2013