Pasolini

Dati sul film: regia di Abel Ferrara, Belgio, Italia, Francia, 2014, 87′

Trailer: 

Genere:
drammatico

Trama.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, in concorso, il film del regista americano Abel Ferrara ‘Pasolini’ è un film coraggioso e difficile. È stata una sfida rischiosa quella di girare un film su un intellettuale e un uomo di tanta profondità, complessità, vitalità e inquietudine come Pasolini, facendone vestire i panni a William Dafoe. Ferrara ha deciso di raccontare le ultime quarantotto ore di vita di ‘Pieruti’, come veniva chiamato affettuosamente dai familiari, con l’intento di coglierne l’anima, in soli ottantasette minuti. In questa cornice temporale così limitata Ferrara dipinge con ‘compassione’ (come ha dichiarato) il suo Pasolini, ‘maestro’ in cui sembra profondamente identificato, nella sua genialità e nelle sue contraddizioni. Si susseguono sequenze di intimità casalinga con la madre (Adriana Asti), la cugina Graziella (Giada Colagrande), Nico Naldini e Laura Betti (Maria De Medeiros); scene del film che Pasolini non ha mai girato con Eduardo De Filippo (Ninetto Davoli) e lo stesso Davoli (Riccardo Scamarcio); stralci di interviste, citazioni, sequenze oniriche ispirate al romanzo ‘Petrolio’. Fino alla scena dell’omicidio, che Ferrara liquida senza dubbio come omofobo, rendendolo crudelmente banale, senza porre questioni sul movente.

Andare o non andare a vederlo?
Film frammentato, sicuramente imperfetto, che rimane a tratti in superficie dando una sensazione di svuotamento, a tratti eccede in sequenze oniriche, risultando estraniante e disturbante. Come scrive Vittorio Lingiardi nella sua recensione pubblicata su Il sole 24 ore (domenica 28 settembre), il ritratto, appena tratteggiato, ma abbastanza convincente di Pasolini nella sua quotidianità, è incalzato dall’ambizione di Ferrara di girarlo lui quel ‘Porno-Teo-Colossal’ immaginato da Pasolini. Defoe è straordinario nel rendere senza sforzo l’umanità del poeta, ma non riesce a evidenziarne la profonda disperazione, mentre Scamarcio e Davoli sembrano fuori tempo e fuori luogo.

La versione di uno psicoanalista.
Il punto di forza del film è che riesce a rendere il profondo conflitto tra creatività e dipendenza, la dissociazione tra ragione e pulsioni più intime e profonde dell’uomo e dell’artista, che il regista sente con forza e con altrettanta forza trasmette. Tuttavia le tinte son troppo fosche, la narrazione è confusa e disorganizzata, svuota e riempie troppo nello stesso tempo.
Concordo con Lingiardi: il film manca di poesia. Non illumina il poeta, nè quanto ci ha lasciato in eredità, in pensieri, immagini e parole.

Ottobre 2014