Prisoners

Dati sul film: regia di Denis Villeneuve, USA, 2013, 153’

Trailer: 

Genere: drammatico, thriller

Trama. Ambientato in una cittadina di provincia, tra spazi chiusi claustrofobici e spazi aperti agorafobici, il film ha come protagonisti due coppie di amici, Keller (Hugh Jackman), Franklin (Terence Howard), le rispettive mogli e i loro figli, due adolescenti e due bambine di sei anni. Mentre trascorrono tutti insieme il giorno del Ringraziamento, le due bambine scompaiono senza lasciare traccia. È al detective Loki (Jake Gyllenhall) che viene assegnato il caso, ma Keller non tollera attese, incertezze, deve agire. ‘Pregare per il meglio, prepararsi per il peggio’, questo è il suo motto. La trama, labirintica, si sviluppa e avviluppa nella ricerca spasmodica delle bambine, ma non leggete di più: è un film da cui lasciarsi coinvolgere e sorprendere. Il killer è dentro di noi: il regista canadese Denis Villeneve non ci risparmia nel ricordarcelo.

Andare o non andare a vedere il film? Nella sequenza iniziale siamo in un bosco, vediamo un cervo seguito da un mirino, l’occhio del cacciatore è l’occhio dello spettatore, dopo qualche secondo uno sparo: il cervo è abbattuto. È la prima immagine metaforica del film, tutto giocato sull’impossibilità di distinguere il torto dalla ragione, sui conflitti profondi insiti nella natura umana, che possono indurre a ottenere ‘giustizia e verità’ attraverso la violenza, la crudeltà, la vendetta. Lo sguardo del regista, con mira straordinaria, segue ciascuno dei personaggi del film, magistralmente interpretati, in modo da farne cogliere allo spettatore la profonda diversità, l’estrema solitudine, la fragilità e le difese messe in atto di fronte a un evento di enorme impatto emotivo. L’altra immagine metaforica, un labirinto senza vie d’uscita, che torna e ritorna, evoca, come disegno stilizzato, le circonvoluzioni cerebrali, è il simbolo di una condizione della mente bloccata dalla paura, che non si libera ‘grazie a Dio’. E infine c’è il bosco, dove ci sono cervi e cacciatori, dove le bambine si perdono, dove i cattivi si nascondono. Lo sguardo, che potrebbe estendersi su orizzonti infiniti, è costretto a fermarsi contro la corteccia di un albero. La colonna sonora del film, originale e toccante, contribuisce a coinvolgere profondamente lo spettatore.

La versione di uno psicoanalista. Pregare si può sempre, prepararsi pure, altra storia è quando il peggio accade davvero. Allora si comprende che possiamo essere prigionieri di qualcuno ma anche, e soprattutto, di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre convinzioni, dei traumi subiti nel corso della vita e dei traumi attuali, che ci trasformano da vittime a carnefici, bloccano il pensiero, fanno passare all’azione. Il sospetto e la paura mai come oggi sono i nostri carcerieri. Non è un caso che Marc Augé pubblichi in questi giorni il libro “Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi?”, dove sottolinea che queste si manifestano come l’ossessione dell’altro, confondendo ogni categoria di alterità, e per il timore del futuro. Sono paure nuove e nello stesso tempo antiche e profonde. Pensandoci, questo film ci ripropone, sviluppandole cinematograficamente le tematiche, la favola di Cappuccetto Rosso. Gli elementi essenziali ci sono tutti, e non posso qui dilungarmi sulla letteratura psicoanalitica a riguardo. Posso dire che nel film non c’è la redenzione assoluta, una figura salvifica, il cacciatore dei fratelli Grimm. Dalla pancia del lupo, per quanto vorace, si può però uscire, nonostante il pessimismo moralista di Perrault. Se si ha la possibilità di farsi sentire ma, soprattutto, se c’è qualcuno in ascolto al posto giusto e al momento giusto. Qualcuno di molto attento al segnale più flebile, che viene da lontano e da dentro.

Novembre 2013