Tango libre

Titolo: Tango libre

Autore: Elisabetta Marchiori

Dati sul film: Frédéric Fonteyne, Belgio-Lussemburgo, 2012, 109’

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Giudizio: **** 4/5

Genere: drammatico (ma anche commedia)

Recensione: nella sezione “Orizzonti” del Festival del Cinema di Venezia il regista Frédéric Fontayne chiude, con questo film originale, la sua trilogia sull’amore, composta da Una relazione privata (traduzione italiana moralista di Une liason pornographique, 1999) e La donna di Gilles (2004). La storia è complessa, giocata su diversi registri (viene definito sia drammatico, sia commedia romantica) con sequenze da musical, e intessuta in una rete di fili tematici che si intrecciano in modo così sorprendente che è inutile cercare di spiegare a parole. Sarebbe come cercare di spiegare la ben nota poesia di W.H. Auden “O tell me the truth about love”. Si può accennarne la trama: Fernand (Sergi Lopez) e Dominique (Jan Hammenecker), in carcere per omicidio, sono entrambi legati ad Alice (Anne Paulicevich, coautrice della sceneggiatura), infermiera appassionata di tango, con un figlio adolescente inevitabilmente confuso, turbato e solitario. La guardia carceraria JC (Francoise Damien), dalla vita grama e il fare maldestro, che ha come unica compagnia un pesce rosso, conosce Alice ad un corso di tango (cui non è portato) e se ne innamora, decidendo di infrangere la regola di non avere contatti con i familiari dei detenuti. Rompe così l’equilibrio relazionale di quella strana “famiglia”, inducendo Fernand, inizialmente geloso e aggressivo, a voler imparare il tango per riconquistare la moglie. Questo è il “primo passo” che, dal ritmo scandito dalle regole ferree della vita carceraria dei detenuti e dal ritmo oppressivo dei rituali abitudinari della vita quotidiana all’esterno di Alice e JC, fa prendere avvio ad un nuovo ritmo, che si scandisce per liberare dalle sbarre, interne od esterne che siano, i protagonisti della storia, che ha interpreti di eccezionale bravura.

Perchè andare o meno  a vedere il film?: Tango libre è un film che ha il ritmo, la musica e le parole del tango, coinvolgente e travolgente, con rallentamenti sapienti e accelerazioni inaspettate. Imprevedibile come possono essere le “improvvisazioni” nel tango. Si percepiscono i fremiti dei corpi degli interpreti, intensi e vibranti, che si sfiorano o si stringono, si accarezzano teneramente o si colpiscono con violenza, trasmettendo tutta la gamma delle emozioni, dalla disperazione alla felicità di un istante, dalla paura al sollievo catartico. Si condividono intimamente le profonde solitudini dei protagonisti, nei momenti in cui si ritrovano soli in una stanza o in una cella. E rimane la speranza di potere, a passo di danza, cambiare e salvarsi la vita.

La versione dello psicoanalista: il regista ha dichiarato “per me l’anima esiste solo nel corpo” e con quest’opera dimostra, sulla pelle dello spettatore, che questa è una verità inoppugnabile. Se l’anima non è in sintonia con il corpo, non si muove con lei, non le permette di esprimersi, l’agito diventa distruttivo oppure la vita si chiude in un ambito ristretto e mortifero, come l’acquario del pesce rosso, così poco ‘mobile’ da faticare a capire se è vivo o morto.Il film si presta anche ad altri livelli di lettura psicoanalitica: dal desiderio al rapporto padre-figlio, dalla menzogna all’omosessualità latente, dal funzionamento borderline alla perdita delle differenze generazionali e alla confusione dei ruoli, e molti ancora.
Tuttavia focalizzerei la mia ‘versione’ sul tango, danza che è espressione di un’enorme gamma di pulsioni e passioni (come spiega nel film il detenuto argentino che diventa “maestro” di tango), da cui il film si genera e si sviluppa, e che si potrebbe pensare come metafora di quell’area di confine in cui il corpo e lo psichico possono incontrarsi, che può connettere il “disinvestimento radicale” con “l’eccesso pulsionale”, permettendo il sorgere della rappresentazione e l’inizio di una relazione autentica con l’altro: “Will it alter my life altogether?”(W.H.Auden).