The Hurth Locker

 

KathrynBigelow ,USA, 2008, 131 min

Commento di Elisabetta Marchiori

 

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"Cosa abbiamo qua?"

"Sono componenti, pezzi di bomba, pezzi unici (…) questa scatola è piena di roba che mi ha quasi ammazzato"

"E questa cos’è?"

"La mia fede nuziale…roba che mi ha quasi ucciso, ti dico"

(Kathryn Bigelow)

Dalla confusione, come al solito,

e dallo stupore che l’uomo conosce,

dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo.

Bambini che osservano con stupore le stelle,

è lo scopo e la conclusione.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

(Dylan Thomas)

 

Il film vincitore del Premio Oscar 2009 come miglior film e migliori regia, sceneggiatura, montaggio e sonoro è The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, prima donna nella storia ad ottenere la statuetta.

Subito dopo l’assegnazione è stato messo in onda su Sky ed è già uscito in DVD, non è stato a lungo nelle sale.

Non è un film che le può riempire, come il suo diretto concorrente Avatar, di James Cameron. "La realtà batte i sogni miliardari, anche se al cinema non ha pubblico", titola la Repubblica (11 marzo 2010) un articolo sul film firmato da Natalia Aspesi. The Hurt Locker è un film di implacabile esattezza, che esplora il pianeta guerra, quindi la nostra Terra, attraverso le storie e le dinamiche della mente di uomini che sono soldati di professione, dove l’alternativa non è più pace o guerra, ma vita o morte. Avatar esplora invece un pianeta stupefacente, Pandora, dove gli abitanti vivono in comunione perfetta con la natura, i militari reazionari e i capitalisti avidi vengono sconfitti e tutti possono vivere felici e contenti.

La sceneggiatura,del reporter Mark Boal, si basa sull’esperienza vissuta per più di un mese in Iraq con una piccola unità di artificieri delle forze armate ad altissimo rischio, l’Explosive Ordinance Disposal Team (EOD). Volontari, spiega la stessa Bigelow (la Repubblica, 11 marzo 2010), con il compito di contenere la crescente minaccia dei cosiddetti Improvised Explosive Device (IED), dispositivi esplosivi improvvisati. "Non soltanto quel copione trasportava il lettore direttamente a Bagdad, facendogli avvertire incessantemente le sue molteplici minacce, ma – in modo sottile e molto brillante- si trasformava anche in una sorta di meditazione sui temi cruciali dell’esistenza umana, della vita e della morte, del coraggio e della virilità, della guerra e della natura umana", afferma la regista.

Il film descrive la vita quotidiana dei soldati della EOD Bravo Company, le scene si susseguono come un conto alla rovescia: "Trentotto giorni alla rotazione", trentasette, trentasei, trentacinque e così via, come scandisce la scritta in sovraimpressione. Sono giorni che passano tra esplosioni, sparatorie, kamikaze, momenti di tregua trascorsi in solitudine o con i compagni, mentre si avvicina il momento della "rotazione": la squadra sarà congedata e sostituita con un’altra.

Il copione si trasforma in immagini spietate e prive di retorica, spingendo con forza lo spettatore in quello che è davvero un hurt Locker,un "luogo del dolore", a saggiarne il contenuto:"La massima sofferenza, quando si sa di avere l’ombra della morte di fronte", per usare ancora le parole della Bigelow.

The Hurt Locker rimanda all’idea appunto di "luogo del dolore" ed è una locuzione, si legge su wikipedia, presente nello slang militare americano usata per descrivere un luogo particolarmente rischioso o indicare "l’essere feriti in un’esplosione". Letteralmente, Locker si riferisce ad una scatola che si può chiudere con un lucchetto e hurt è un aggettivo che descrive qualcosa che porta sofferenza fisica o psichica.

Nel film scatole sono i detonatori delle bombe, telecomandi, telefonini, apri-garage, apri-porta o qualsiasi altro contenitore che il nemico usa per esplodere ordigni a distanze sempre più lunghe. Scatole sono gli strumenti sofisticatissimi e costosissimi fatti costruire dal Pentagono, blu, rosse, nere, per intercettare il segnale dei detonatori.

Scatole sono i contenitori bianchi, dove sono riposti gli effetti personali dei soldati uccisi per inviarli alle famiglie. Scatole degli effetti personali quelle che i soldati al fronte, quelli vivi, tengono da qualche parte, spesso sotto il letto. Le prime sempre chiuse con un lucchetto, come quella del sergente Thompson, le seconde non sempre, come quella del sergente Will James. Lui è vivo e sostituisce Thompson, morto, come caposquadra della Bravo Company. La sua scatola degli effetti-affetti personali è un contenitore di plastica nera, senza coperchio, e contiene una foto sgualcita del figlio che non gli somiglia, la fede nuziale, e pezzi di bomba: tutta roba che l’ha quasi ucciso, solo i pezzi di bomba "sono interessanti".

E infine c’è la "scatola a sorpresa" del figlio di James, un bambino con meno di un anno, che contiene un pupazzo.

Conosciamo James, il protagonista del film, mentre ascolta musica hard rock ad alto volume, in attesa di prendere servizio, precisamente il trentottesimo giorno dalla fine della missione della Bravo Company.

James è un uomo che si capisce subito di che pasta è fatto. "Parli come un vero uomo", si complimenta un suo superiore, che gli ha chiesto qual è il miglior modo per disinnescare una bomba. Lui ha risposto: "Quello in cui non si muore". Infatti ha disinnescato 873 ordigni, sfida ogni giorno la morte senza battere ciglio, mettendo a repentaglio la sua vita e quella dei suoi compagni di squadra, facendo emergere in loro sia sentimenti di ostilità e paura sia di aumentata di sfrontatezza di fronte al nemico.

Non si dà mai tregua, quel soldato dallo sguardo opaco: se non sta disinnescando bombe, indossa il casco della tuta che usa in missione mentre è disteso a letto, fa la doccia vestito dopo una notte di combattimento, si ubriaca e fa a botte con i suoi compagni.

Solamente in una vicenda ha un cedimento, che rende conto della sua fragilità: c’è un bambino afgano, che dice di chiamarsi Beckham, dal quale compra dvd e con cui tira qualche calcio al pallone. Crede di riconoscere il suo cadavere in corpo imbottito di esplosivo trovato in un capannone. Ma non ha la possibilità di prestare attenzione, di provare dolore, passa subito all’azione, estrae la bomba dal corpo, la disinnesca, avvolge il corpo in un lenzuolo, cerca i colpevoli, mette a repentaglio la sua vita e quella di un compagno, ma si era sbagliato, non era quello il bambino, Beckham è vivo.

Quando un suo compagno di squadra gli chiede come si fa ad avere un figlio, sapendo che ogni giorno si rischia la pelle, lui risponde: "Non so, è che io non ci penso". Niente e nessuno può fare differenza.

La guerra è come una droga, ci avverte in incipit la regista, crea dipendenza. E’ un tema che la Bigelow ha già affrontato in altri due film riusciti Point Break – Punto di rottura (1991) e Strange Days (1995), dove i protagonisti vivono sempre sul filo della propria autodistruzione, drogati di quell’adrenalina prodotta dal ritmo delle onde del mare, del cervello, dell’azione che li induce a provare esperienze estreme cui non possono rinunciare, a sfidare ogni giorno la morte per dare senso alla vita. Come già scriveva Winnicott (1971), "l’elemento maschile fa, mentre l’elemento femminile (in maschi e femmine) è" (144). Lo sguardo della Bigelow si mette a fuoco sull’elemento che fa, ma non rinuncia a cogliere l’elemento che è, quello femminile, come punto di rottura cui affidare la rappresentazione di potenzialità vitali diverse, ma scisse e non integrabili.

A questo dedica poche sequenze in The hurt Locker, le uniche dove il ritmo si allenta e cala la tensione psichica e fisica dello spettatore: James è tornato a casa, con la sua donna e il figlio. Lei sembra vivere in un’altra dimensione, fatta di spazi e tempi in cui possiamo tirare il fiato. Ma è un sollievo momentaneo, non porta allo scoppio della pace, non imbocca il sentiero della beatitudine. L’impossibilità che i due s’incontrino, che gli elementi maschile e femminile si integrino, è resa da una scena che difficilmente chi l’ha vista potrà dimenticare: i due spingono due diversi carrelli al supermercato, lei gli chiede di prendere i cereali e prende un’altra direzione. E solo, dentro un supermercato irrealmente deserto, davanti a un muro composto di scaffali di prodotti, James appare totalmente disorientato. Così preparato nel suo lavoro di artificiere, abile nell’individuare l’obbiettivo, veloce nell’assumersi i rischi, pronto a obbedire ai comandi, eppure incapace a scegliere una scatola di cereali.

E’ una scena che sembra rappresentare anche lo stato della mente del protagonista. La realtà quotidiana lo induce a sperimentare un senso disturbante di alterità e vuoto esistenziale, dove il Sé rischia di essere annientato da sensazioni ed emozioni non simbolizzabili. Incapace di accedere al proprio mondo interno, ai sogni, alle fantasie, a poterli regolare, utilizzare e scambiare nelle relazioni interpersonali. Solo l’altra realtà, al di là del muro di cereali, quella parallela della guerra, è tollerabile. Gli consente di non pensare, di non farsi domande su chi è oltre all’artificiere, sono le bombe, da cui è dipendente, a fare da collante alla sua identità a pezzi, come quelli contenuti nella sua scatola degli effetti personali, sempre a rischio di rottura, di esplosione.

Infatti il sergente James comunica alla moglie che in Iraq hanno bisogno di artificieri. Si congeda dal figlio che guarda con stupore la sua scatola a sorpresa dicendogli: "Lo sai, cose che tu ami ora non saranno più speciali…come la tua scatola a sorpresa, sarà sola una scatola di latta con un pupazzo dentro…poi dimentichi le cose che ami…quando avrai la mia età rimarranno solo una o due cose…per me è una". E’ un attimo struggente, ma la scena cambia repentinamente, siamo ancora a fronte, il sergente James avanza deciso, indossando protetto dalla sua tuta che sembra quella di un astronauta, verso la sua scatola a sorpresa, la bomba nascosta nel deserto: i "trecentossessantacinque giorni dalla rotazione" hanno di nuovo inizio.

Mentre scorrevano i titoli di coda mi sono sorpresa a ripetermi: devo scrivere qualcosa su questo film, con il bisogno pressante di recuperare uno spazio di pensiero (cfr. Costantini, Golinelli, 2007), di interrompere la ripetizione, di trovare un ritmo meno angosciante.

Ho letto nei giorni successivi vari articoli apparsi sulle testate giornalistiche, interviste alla regista e commenti e recensioni sul web, tutti materiali interessanti ed esplicativi. Ho ripensato alla letteratura psichiatrica e psicoanalitica che ha fornito contributi anche recenti originali ed esaustivi sulla dipendenza, sul trauma, sulla guerra e sul terrorismo. Cosa dire ancora?

Mentre fissavo la pagina bianca sullo schermo del computer mi sono tornati in mente i versi di Dylan Thomas (1932):

(…) Out of confusion, as the way is

And the wonder that man knows,

Out of the chaos would come bliss.

That then, is loveliness, we said,

Children in wonder watching the stars,

Is the aim and the end.

Being but men, we walked into the trees.

In questo film gli uomini non camminano tra gli alberi, ma avanzano nel deserto o tra le macerie di un paese devastato, sfidando nemici che non si distinguono dagli amici, esponendosi alle detonazioni di bombe nascoste, indifferentemente tra la polvere o in corpi umani.Ma come gli uomini di Thomas si fanno strada senza stupore, in un caos che non prelude alcuna beatitudine. I giorni si susseguono in un tempo che tiene prigionieri, il protagonista e i suoi compagni di squadra incorrono in situazioniche si ripetono nella loro violenza e crudeltà, che possonofar paura ma non sorprendere. Non c’è affetto che sia concesso provare, pensiero che si faccia spazio nella mente, tutto si gioca a livello sensoriale, in azione ripetuta all’infinito, e la potenza della detonazione mette tutto sullo stesso piano: una bomba e un figlio hanno lo stesso effetto devastante. Qui la ripetizione s’impone contro il ricordo e l’elaborazione, la perdita si ritualizza in un continuo ritorno dell’identico e dell’indifferenziabile, ogni domanda viene messa a tacere con la coazione a ripetere.

Questo film ci consente di ripensare ad almeno altre due questioni fondamentali che mettono in gioco la psicoanalisi contemporanea e che Marucco ribadisce con forza nel suo lavoro "La ripetizione: tra ricordo e destino" (2007). Lavoro presentato al XVV Congresso dell’International Psychoanalytic Association che ha radunato a Berlino nel 2007 gli psicoanalisti di tutto il mondo per ripensare ciò che Freud scrisse all’epoca di quella tremenda carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale: "Per riflettere, novantatrè anni dopo, sulla psicoanalisi e sulla sofferenza umana in tempi in cui, seppure in modi molto diversi, orrori simili continuano a ripetersi" (217).

La prima di queste questioni riguarda il tema della ripetizione, nei suoi aspetti meta-psicologici, teorici e clinici.Su questo non posso dilungarmi, se non per sottolineare come sempre più spesso nella clinica ci confrontiamo con pazienti che appaiono prigionieri della propria sensorialità, che ripropongono il tema della ripetizione e del suo manifestarsi come un destino da cui non ci si può aspettare nulla con stupore.

La seconda attiene al contributo che la psicoanalisi ancora potrebbe offrire a livello socio-culturale non solo recuperando il ricordo, ma anche costruendo il nuovo, il diverso, aprendo porte, demolendo muri, delineando nuove vie di trasformazione pulsionale. La possibilità di registrare il trauma e di storicizzarlo culturalmente gioca un ruolo fondamentale per arrestare la ripetizione a trasformare il destino dei singoli uomini e di interi popoli, che opera come una sorta di "lettera morta", inibendo qualsiasi tentativo di scrivere una storia nuova.

Perché i luoghi del dolore possano essere attraversati e superati, e non diventare scatole mortali e mortifere.

 

Bibliografia

Costantini M.V., Golinelli P. (2006). Memorie e ri-costruzioni in psicoanalisi e nel cinema: Strangedays e Betrayal. In (a cura di) De Mari M., Marchiori E., Pavan L. La mente altrove. Cinema e sofferenza mentale. Angeli, Milano.

Marucco N.C. (2007). La ripetizione: tra ricordo e destino. Rivista di Psicoanalisi, 2, 417-436.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Armando, Roma, 1974.

Thomas D. M. (1934). Poesie inedite. Einaudi, Torino, 1980.