The iceman

Dati sul film: Regia di Ariel Vromen, Usa. 2012

Giudizio: 4/5 ****

Genere: thriller

Recensione: Presentato fuori concorso a Venezia dal regista israeliano-scozzese Ariel Vromen,il film si spira ad una storia “vera”, quella del killer Richard Kuklinski che dal 1948 al 1986 nel New Jersey, arricchitosi con il mercato della pornografia, per conto di vari mandanti, mafiosi e non, ha ammazzato a sangue freddo, con i metodi più cruenti, un numero imprecisato di uomini (sicuramente più di un duecento), ed è morto in carcere nel 2006 “senza mai provare rimorso”. Diventato oggetto di interviste, libri e persino di una biografia, ha agghiacciato il mondo per la crudeltà dei suoi crimini, per il suo “codice morale” rigido (non ammazzare donne e bambini) e per essere riuscito a mantenere per più di quarant’anni il ruolo di marito e padre affettuoso, creduto brillante uomo d’affari. Sul web si trova ogni particolare e si può dire che la fiction non supera la realtà e riesce a non precipitare nell’horror, ma si evolve in un thriller psicologico coinvolgente, soprattutto grazie all’interpretazione di Michael Shannon.

Perché andare a vederlo? Il personaggio dello psicopatico dissociato dalla duplice o multipla personalità fa parte della storia del cinema, da Pycho in poi, ed imperversa in telefilm e programmi televisivi, tanto che è difficile che queste vicende possano trasmettere più che qualche brivido di orrore, disgusto, distacco o noia. Vromen fa un film che invece vale la pena di vedere, con un ritmo veloce ed una sceneggiatura essenziale, ed un attore protagonista, Shannon, la cui interpretazione riesce a sorprendere ed inquietare profondamente. Un killer che odia i suoi simili, gli uomini adulti, verso cui volge uno sguardo opaco ed inespressivo, ma cerca di salvare donne e bambini, come a cogliere in loro la propria umanità perduta. Winona Rider, che ricorda Audrey Hepburn, è convincente nel ruolo della moglie che si ostina a non capire, e rappresenta bene quella che si può ipotizzare che “l’uomo di giaccio” proteggesse come sua parte fragile, così come le figlie. Ray Liotta, nei panni del boss mafioso, come al solito è a suo agio, mentre a Chris Evans, il bel Capitan America, i panni del complice dell’assassino non donano affatto.

La versione dello psicoanalista. La crosta di ghiaccio che protegge quest’uomo “duplice” si assottiglia nel volgersi della vicenda e cede, frantumando quella capacità di distacco di fronte alla morte nel momento in cui la vita della moglie e delle figlie è messa a repentaglio, persa la protezione delle famiglie mafiose, quindi il “contenitore” esterno. Il groviglio di pulsioni fino ad allora controllate ed incanalate esplode in modo informe. Un uomo “disumanizzato” dalla nascita, che ha conosciuto solo odio, violenza, botte, che ha assistito alla morte di un fratello per mano del padre, può sopravvivere solo con la dissociazione ed avere come solo scopo l’uccisione fisica del “rappresentante” del padre e la vendetta. I simboli e le metafore non sono concepiti. Ogni uomo è il padre da uccidere, e ogni bambino da proteggere è lui stesso. Shannon riesce ad andare lì tra i ghiacci, portar fuori qualcosa che ha a che fare con l’inconscio del killer e a mostracelo, qualcosa di più convincente delle spiegazioni, qualcosa di profondo come un’“interpretazione”.