Tutto parla di te

Dati sul film: regia Alina Marazzi, Italia, 2012, 83 min.

Trailer:

Giudizio: 4/5 ****

Genere: drammatico

Trama

Pauline, entomologa ormai anziana, silenziosa e dimessa, della quale una bravissima Charlotte Ramplig interpreta lo sguardo profondo della bambina di allora, dagli occhi tristi e dalle dolorose domande sul mondo segreto degli adulti, torna, dopo esserne stata a lungo lontana, nella sua Torino e nella sua casa avita, dove tutto si è fermato e i ricordi sono soffocati nella polvere. Sono gli stessi ricordi a farle intraprendere una ricerca presso un “centro di assistenza per la maternità” gestito da una sua vecchia amica. Pauline guarda e riguarda video-interviste di madri, legge e rilegge trascrizioni delle loro storie, osserva attenta gruppi di esercizi preparatori al parto e gruppi di riflessione fra neo-mamme. A colpirla particolarmente è Emma, una bellissima e intensa Elena Radonich, ballerina di danza contemporanea, con il suo bimbo nato da poco, sentito come un estraneo, come un ladro venuto a rubarle la vita ed il futuro. Dall’incontro di sguardi tra le due donne e dai profondi reciproci rispecchiamenti si dipana la trama della fiction, che rimane sfondo sfumato sul quale la regista incastona ‘pezzi’ di immagini, preziose, di altri generi: video-interviste, fotografie, filmati in Super 8, animazioni in stop-motion, sequenze di repertorio. L’impatto è quello di una storia a bassorilievo: un quadro materico, un’opera d’arte contemporanea che riesce ad assemblare ed integrare materiali diversi.

Andare o non andare a vedere il film?

Chi conosce storia ed opera di Alina Marazzi può inserire questo film, che le è valso il premio Camera d’Oro al Festival di Roma, nel percorso iniziato più di dieci anni fa con “Un’ora sola ti vorrei”, emozionante opera prima dedicata alla propria madre Liseli Hoepli, sofferente di un grave disturbo dell’umore, morta suicida lasciando la piccola Alina ed il fratellino. Esso appare come il prosieguo del ricordo e della ricerca della madre perduta: sullo schermo scorrono con grande potenza emozionale immagini e parole, come sul foglio di una lunga lettera rivolta alla madre, a se stessa figlia, a se stessa madre. Un messaggio rivolto al mondo affettivo dello spettatore, che “consente di far emergere quello che è dentro di sé, ma è ancora ignoto a sé, agli altri”, ha detto la stessa regista.

Si rimane colpiti dal coraggio della Marazzi nell’affrontare il tema dell’ambivalenza profonda insita nell’esperienza della maternità e nel cercare di sdoganare il tabù per quel faticoso e doloroso sentimento che una madre può provare, in bilico fra l’amore e il rifiuto del proprio bambino. Si apprezza la profondità dello sforzo nel trattare, con audacia stilistica, il tema estremamente delicato della depressione post-partum, ancora misconosciuto e troppo spesso causa di tragedie terribili, che vanno in pasto alla cronaca nera e alla televisione. La regista ne sceglie una per tutte, quella di Mary Patrizio, che nel 2005 annegò il figlio di cinque mesi. Il film sensibilizza anche sull’utilità di centri specializzati e di figure professionali preparate a raccogliere i segnali di disperazioni di madri sofferenti, ancora tanto carenti in Italia.

La versione dello psicoanalista

Questo film evidenzia l’importanza di un ascolto autentico, non giudicante e comprensivo dei sentimenti di rifiuto e odio, che ogni madre può provare nei confronti del proprio figlio, accanto a quelli di accoglimento e di amore, dati per scontati. Mostra la necessità che una madre non sia lasciata sola a rimettere insieme i pezzi di un’identità che, a vari livelli di gravità, si può frammentare con la nascita di un figlio e sottolinea l’importanza di avere accanto una figura con funzioni materne, nella quale sia possibile rispecchiarsi e come madre e come figlia, perché questi due aspetti possano allearsi ed integrarsi.

E’ la stessa Marazzi a prestare la sua voce alla donna-madre che parla con il proprio terapeuta: un dialogo che Pauline ascolta dal vecchie bobine con un registratore “Geloso”, ritrovato sugli scaffali di casa, per “aggiustare le parole rotte”, per congiungere dialoghi interrotti fra memoria e identità, per “ancorare gli occhi a qualcosa di vivo”. Non può che venire in mente il lavoro dello psicoanalista che, in situazioni come queste, cerca sia la bambina privata dello sguardo materno, quella che ricostruisce l’illusione della famiglia felice nella casa delle bambole, sia la donna che ricorda e si sperimenta in un’esperienza che ha dell’indicibile.

“Tutto parla di te” parla alla madre come al figlio, parla ad una e di una sofferenza che può riguardare tutti, parla a ciò che è perduto e che può essere ritrovato, quando, insieme ad un altro, possono ricongiungersi “pezzi” del passato e del presente, per consentire un futuro.

 15 aprile 2013