Two Mothers

Dati sul film: regia di  Anne Fontaine, Francia-Australia, 2013, 100’

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama. Il film, conosciuto in Francia con il titolo “Perfect Mothers” e presentato al Sundance Film Festival come “Two Mothers – Adore”, è tratto dal romanzo breve “Le nonne” di Doris Lessing, Premio Nobel per la letteratura nel 2007.
La storia, ambientata in paesaggi naturali mozzafiato, che rievocano il paradiso terrestre, racconta di Lil e Roz, sin da bambine amiche inseparabili, in un rapporto di totale simbiosi, dove emergono dinamiche di reciproco rispecchiamento e di fusione/confusione.
Diventate donne affascinanti e in carriera, mogli e madri, rimangono sempre avvolte in un legame sinciziale, che finirà presto per fagocitare anche i loro figli maschi coetanei, Tom e Jan, splendidi e imberbi adoni. I due adolescenti si stagliano sulla scena come un’estensione narcisistica delle loro madri che, contemplandoli ammaliate, si chiedono: ‘ma siamo davvero sicure, che li abbiamo fatti noi?’. I mariti/padri sono esclusi, figure evanescenti, prive di spessore.
In un crescendo ‘formalmente’ erotico, poco coinvolgente emotivamente, in una progressiva e silenziosa sfida al divieto, madri e figli si ritrovano, nello svolgersi della vicenda, imbrigliati in un gioco perverso che travalica i confini generazionali.
Se il tempo sembra poter marcare una distanza generazionale e sciogliere questo assurdo e illogico imbrigliamento, in realtà, l’immobilismo che si respira per tutta la durata del film, sembra lasciar spazio solo all’apparenza e all’artificio.

Andare o non andare a vedere il film?
Quest’opera ha diviso nettamente la critica in due fronti. Da una parte è stata apprezzata l’abilità della regista nell’affrontare un tema scottante, ai limiti della ‘raffigurabilità’, senza giudizio morale e senza mai cadere nel ridicolo; dall’altra parte, il film viene definito un ‘soft-porno’, dai dialoghi piatti o assenti, le situazioni esasperate o al limite dell’esasperato o del caricaturale.
Il film si serve di un lirismo visivo fatto di esaltazione estetica, mai estatica, come, invece, ci si potrebbe aspettare dal trailer.
La storia non lascia spazio alla tensione, al conflitto, non emergono pulsioni, né tantomeno contraddizioni. Si avanza sospesi in un clima irreale, dove gli unici segni del tempo che scorre sono svelati e resi riconoscibili soltanto dalle inquadrature strette sui volti delle due donne.
Il linguaggio scenico si muove sempre sul ‘pelo dell’acqua’! Ed è proprio sul ‘pelo dell’acqua’, nel mezzo dell’oceano, che è situata una chiatta di legno, dove i protagonisti vanno a rifugiarsi, sdraiandosi immobili, lontani anche dal loro giardino dell’Eden.

La versione di uno psicoanalista:
Immagini e tematiche forti vengono presentate in questo film con insolita leggerezza in una chiave, paradossalmente, naturale e inevitabile.
Si parla di incesto, ma forse no!
Si intravede l’omosessualità, ma forse no!
Si respira un’aria di perversione, ma forse no!
Nello stesso tempo, tutto appare il contrario di tutto, sembra ma non è…o forse sarebbe meglio dire: è ma non sembra!
Incesto, omosessualità, esibizionismo e voyeurismo sono idee fugacemente intercettate, immagini intraviste, parole soltanto bisbigliate. Limiti, divieti, senso morale non sono mai ‘inquadrati’ sullo schermo e possono trovare forma e comprensione solo nella mente dello spettatore.
I quattro protagonisti, ma soprattutto i due adolescenti, sembrano intrappolati in una realtà parallela e alienante, dove non vi è spazio per la crescita. Tutto è bloccato in una dimensione in cui il tempo psichico è negato e l’evoluzione impedita dell’assenza di pensiero. I brevi e fugaci contatti che i personaggi hanno con il mondo reale esterno, percepiti peraltro come intrusioni, appaiono come le uniche brecce aperte verso la possibilità di un’apertura della mente, di un’emozione autentica, dove, forse, potrà germogliare un pensiero creativo, iniziare un gioco ‘transizionale’ in grado di rompere l’incantesimo della perversione.

Novembre 2013