Un giorno devi andare

Dati sul film: regia Giorgio Diritti, Italia, Francia, 2013, 110 min

Trailer

Giudizio: 4/5 **** 

Genere: drammatico

Trama

Questo film di Giorgio Diritti ci presenta Augusta, donna di trenta anni, che si muove silenziosamente dentro la sua storia e quella degli Indios del Brasile in mezzo a cui vive.

Come in una seduta psicoanalitica lo spettatore segue Augusta “senza memoria e senza desiderio”.

Fuggita da una vicenda di lutti e abbandono, la giovane si ritrova a condividere la vita dei poveri, prima insieme ad una suora, le cui scelte suscitano in Augusta domande sul senso della vita e della fede, poi da sola, alla ricerca sempre più stringente di risposte che i lunghi silenzi del film e dell’animo della donna non sembrano colmare. Nel film si sgranano le immagine potenti e vitali della Foresta Amazzonica e della gente che vive in quelle zone che, anche nel dolore e nella devastazione, esprimono con forza la pulsionalità della vita, umana e della natura. Accanto e ritmate con queste, ci sono invece le immagini, alcune fredde (c’è anche la neve!) e altre scarne, della famiglia e dell’ambiente di origine di Augusta, in cui il controllo degli affetti e il grigiore degli ambienti ci parlano di una vita bloccata, quella stessa che ha ingenerato la domanda di senso, che spinge Augusta lontano, condivisa dal regista prima e rivolta allo spettatore poi attraverso il film.

Andare o non andare a vedere il film?

Il film presenta un aspetto documentaristico attraverso la messa in scena della realtà della Foresta Amazzonica e delle povertà estreme del Brasile. Ma è soprattutto una domanda muta, espressa nel film  con pochissime parole e molti silenzi, sul senso della vita di fronte alle vicende umane, grandi e piccole. Non c’è illusione ma neanche scetticismo nella risposta implicita nei fatti che seguiamo, ma piuttosto la proposta della realtà di impasto di vita e morte che si gioca nelle relazioni, tra esseri umani e con la natura. La morte di un bambino ci parla, esattamente come il gioco sfrenato e vitale che un altro bambino può suscitare. E si può scegliere di ripartire.

La versione dello psicoanalista.

Il regista sembra essere, come lo psicoanalista per il suo paziente, più che l’artefice, il testimone della vicenda interiore di Augusta. La storia o meglio il tratto di storia si narra da sola, appare attraverso le immagini che parlano nei silenzi. L’alternarsi delle scene della protagonista in Brasile con quelle dei suoi familiari in Italia sembrano reciprocamente spiegarsi e darsi luce, passato, presente e futuro intrecciati, lasciando quel senso di mistero nel non detto che bene evoca la luna dietro le nubi con cui il film inizia. Ampio rimane lo spazio dello spettatore da riempire con le sue domande e le risposte possibili.

7 aprile 2013