Un piccione su un ramo che riflette sull’esistenza

Regia di Roy Andersson, Svezia 2014, 100’
 

Genere:
commedia drammatica

Trama
Vincitore del Leone d’Oro per il miglior film della 71esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica A pigeon sat on a branch refleting on existence conclude la trilogia del regista svedese Roy Andersson “sull’essere un essere umano”, di cui fanno parte Songs from the second floor (2000) e You, the living (2007).
Alla premiazione Andersson ha dichiarato: “Sono molto commosso, il motivo per cui sono diventato regista è l’amore per il cinema italiano”, citando Ladri di biciclette di De Sica. Ha aggiunto: “Voi italiani avete buon gusto”.
Il film si compone di trentanove inquadrature fisse, commentate da cartelli, un solo, impercettibile, movimento di macchina, brevi scene a impianto teatrale, talvolta precedute da cartelli che le commentano, abitate da personaggi surreali.
Le figure più emblematiche, che ritornano, a dare continuità a questi frammenti apparentemente sconnessi di mondo, sono due venditori del “settore del divertimento” dall’aspetto trasandato, grigi e imperturbabili, i volti cerei e inespressivi, che propongono a improbabili compratori “denti da vampiro con canini extralunghi, il classico sacchetto che ride, il nuovo prodotto in cui credono molto, la maschera dello zio con un dente solo”.

Andare o non andare a vedere il film?
Le trentanove inquadrature sono altrettante finestre affacciate sulla condizione umana, quadri mirabilmente incorniciati, da cui emana una luce livida, che fulminano lo spettatore per la nitidezza dei contorni e la perfezione con cui sono delineati figure e sfondo. Ogni dettaglio ha una sua necessità, ogni movimento dei personaggi un senso, ogni battuta contiene messaggi stratificati, diretti e indiretti, che agganciano lo spettatore a livello conscio e inconscio.
Ogni scena è contemporaneamente di cruda e crudele realtà e, nello stesso tempo, è astrazione e metafora. Ogni inquadratura è impregnata di humor noir che strappa risate a denti stretti.
La prima scena, che giustifica il titolo, è quella di un uomo dall’aria stralunata che fissa un piccione impagliato nella bacheca di un polveroso museo di storia naturale, mentre la moglie lo aspetta perplessa. A seguire: un uomo muore di infarto nel tentativo di aprire una bottiglia di vino; Lotte la Zoppa di Göteborg canta, sulle note di Glory, Glory, Hallelujah, di grappini serviti in cambio di baci; Re Carlo XII entra a cavallo con i suoi soldati, in viaggio per combattere i Russi, in un bar della periferia di qualche cittadina sperduta e vuole portare nella sua tenda il giovane cameriere; soldati di un’altra epoca fanno entrare in un grande contenitore, per poi arrostire, un gruppo di indigeni; a lezione di flamenco l’insegnate importuna sessualmente un giovane allievo. Insieme ai due venditori, questi e altri sono i personaggi che interpretano il film.
Un elemento ricorrente è la frase pronunciata al telefono da uno o dall’altro dei protagonisti: “Mi fa piacere sentire che le cose vanno bene. Sì, dico, mi fa piacere sentire che le cose vanno bene”.
È lo spettatore l’interlocutore. Siamo noi a chiedere: “Come dici, scusa?”. E che sentiamo ripetere: “Sì, dico, mi fa piacere sentire che le cose vanno bene”. Intorno, la desolazione assoluta.
Così Andersson cita esplicitamente il cabaret espressionista tedesco, Brecht, Beckett, Valentin, Buñuel, i quadri di Hopper e Bruegel, la fotografia di Olaf e li rifonde in una forma cinematografica originale e rigorosa.

La versione di uno psicoanalista.
Durante la proiezione, mi sentivo come Alice attraverso lo specchio (Trough the looking-glass and what Alice found there, Lewis Carrol, 1872), dove tutto è familiare e, nello stesso tempo, capovolto e rivoltato all’indietro. Un’associazione, ho pensato poi, non così peregrina. L’opera di Carrol, genio del nonsense, è stata definita “una bibbia dell’assurdo”, “una saga dell’inconscio”, con una quantità di simboli molto, forse troppo allettanti per lo psicoanalista, come in questo film.
Il cui più grande pregio rimane quello di farci entrare nel gioco creativo (Winnicott, 1971), in cui la realtà (interna ed esterna) è una produzione partecipata tra artista e spettatore, come dovrebbe accadere nel “set-ting” analitico.
Una produzione che non cessa di sorprendere, come “la doppia visione apparenza/realtà caratteristica dell’ironia” (Sacerdoti, 1987), di cui il film è impregnato.

“In qualche modo è come se mi riempisse la testa di idee …
solo che non so di preciso quali”
(Lewis Carroll)

Febbraio 2015