Revenche-Ti ucciderò

 

Gotz Spielmann, Austria, 2010, 121 minuti

 

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commento di Rossella Valdrè

 

"..l’essere occupato con fantasie vendicative riguardanti quella persona serve, in effetti, a tenersi psicologicamente aggrappati ad essa".

 

   (H. Searles)

 

Incombe un’atmosfera da tragedia greca, in questo bellissimo Revanche – Ti uccidero’, dell’austriaco Gotz Spielmann, giustamente premiato al festival di Berlino.

Il Caso, potremmo dire il Fato, fa incrociare esistenze che non avrebbero dovuto incontrarsi. Colpa, Vendetta, Rimorso, Ossessione, le istanze umane fondamentali tessono la trama di una vicenda torva, cupa, ma che infine apre ad una sensibile ed intelligente riparazione.

 

Alex e Tamara vivono a Vienna (una Vienna solo menzionata, di cui non vediamo nulla se non squallide camere di bordello), una vita ai margini, pericolosa. Lei e’ una giovane prostituta ucraina, lui  ex galleotto, oggi  fattorino del padrone del bordello per cui lavora Tamara. In questo scenario di degrado e violenza, si apre la vicenda del film: il corpo inutilmente e ossessionatamente nudo di Tamara fa da stridente contrasto con le telefonate in ucraino dei primi venti minuti, quasi a raccontare una nostalgia per la quale non c’e’ piu’ spazio, non c’e’ piu’ voce. Pero’ Alex e Tamara si amano, sognano di scappare da quella vita (che pure per lei potrebbe prospettarsi redditizia), ma lo fanno maldestramente, con gli unici strumenti che, soprattutto Alex, conosce: derubare una banca.

Trascinando cosi’ Tamara che, intuitivamente, capisce trattarsi di un pasticcio, a bordo di un’auto e con addosso un puerile passamontagna, Alex va a derubare la filiale bancaria di un paesino nei dintorni, lasciando Tamara ad aspettarlo in macchina.

Qui interviene il Fato: e’ di passaggio Robert, un poliziotto che vive nella zona. Vede l’auto fuggire, spara alle gomme, ma un destino sfortunato fa si’ che invece colpisca Tamara, che muore poco dopo sotto lo sguardo attonito di Alex. La vita di Alex, tutta riposta in quel fragile progetto di fuga, si spezza di colpo: lo scopo della rapina va assolutamente in secondo piano e del denaro, per tutto il film, non si parlera’ piu’.

Quello che ad Alex resta e’ una solitudine quasi totale, mitigata dal fatto di rifugiarsi dal vecchio nonno del quale non si era mai occupato in passato, e il ricordo martellante di Tamara, l’odio sordo per il suo involontario assassino.

Un unico pensiero, un unico scopo: la vendetta.

 

"Il fine conscio della vendicativita’ e’ il castigo – scrive Socarides nel ’77 (in On Vengeance: the desire to ‘get even’, Jour. of Am. Psych. Ass.) – nonche’ il raggiungimento di un agognato stato di pace. Il suo fine inconscio e’ invece quello di sopraffare e tenere nascosto un grave danno occorso all’Io, un danno sperimentato nei primissimi anni di vita e rivissuto in eta’ adulta" (corsivo mio).

Che danno ha subito, nuovamente, Alex? La perdita. Aveva trovato un oggetto d’amore, li’ nell’unico luogo dove poteva avere accesso, un bordello malfamato, e qualcuno glielo ha improvvisamente portato via. Un qualcuno che lui ritiene felice, tranquillo, che "continua a vivere come prima", attore di un’ingiustizia immensa, per lui impensabile. Per quasi tutto il film, Alex si nutre si questo tenace convincimento: l’Altro e’ felice, e’ pago, non ha rimorsi. E’ solo quando comprende, in una toccante scena ai bordi del lago dove i due uomini si incontrano, quando capisce che Robert e’ ossessionato dalla Colpa, specularmente assediato dal pensiero di Tamara quanto lui, che l’intento vendicativo viene abbandonato.

 

Robert, infatti, perseguitato dal senso di colpa, viene a costituire una sorta di altra faccia, di parallelo inconscio di Alex; entrambi passano il tempo con la foto di Tamara tra le mani, l’uno coltivando la Vendetta, l’altro affligendosi nella Colpa. Colpa persecutoria e colpa depressiva, potremmo dire: l’uno non si perdona il danno commesso, l’altro si sente vittima innocente di un danno ricevuto. Ma che cosa li fa incontrare?dove si inserisce la manovra tragica del Caso? I due personaggi non hanno nulla in comune, apparentemente: Alex vive al di fuori della Legge, Robert la rappresenta, ne e’ un custode fedele e attento. Ma scopriamo via via che entrambi sono alla ricerca di qualcosa, entrambi sono segnati da una mancanza. Se per Alex si tratta di una deprivazione antica (che la bella figura del nonno affettuosamente testimonia), Robert e’ un uomo mancante nella virilita’, una di quelle figure di maschio infragilito di cui la contemporaneita’ pare specificatamente abitata. Non solo non riesce ad avere figli, ma non riesce in generale nella vita; e’ il tipo d’uomo che Thomas Bernhard definiva il soccombente.

Robert e la moglie abitano vicino alla casetta del nonno, dove Alex si rifugia inzialmente per fuggire la cattura, ma dove successivamente trova un vero luogo in cui vivere, una genuina dimensione identaria, solitaria e faticosa, nel duro lavoro della campagna, dapprima accanto al nonno, in seguito ne prendera’ il posto. Alex trova davvero cio’ che cercava con la povera Tamara, ma sembra averlo potuto trovare solo a prezzo della morte di lei. Si intrecciano nella storia altri elementi, che qui non menziono, trovando il tutto una  sintesi narrativa molto felice, a mio parere, nella scena dell’incontro trai due uomini, citato prima, ai bordi del lago. Non sanno l’uno chi sia realmente l’altro, almeno coscientemente, ma in quello scambio di battute si gioca la fine dell’ossessione di vendetta. Qui Alex comprende che Robert non e’ felice come lui credeva, che e’ anch’egli tormentato dal rimorso e che non gli importerebbe niente di essere ucciso: a quel punto, di cosa vendicarsi?

Allo stesso tempo, anche Alex si riapproria della sua parte di responsabilita’ ("ma perche’ portarsi la ragazza? che motivo c’era? " dice disperatamente Robert ), quella parte che aveva negatoriamente espulso da se’ e messo totalmente nell’altro. Due uomini entrambi responsabili, se vogliamo, entrambi colpevoli. Due parti dello stesso personaggio, due faccie di una medaglia scissionale che solo incontrandosi ed integrandosi, alla fine, permettono l’abbandono dell’intento vendicativo.

 

Un’apertura intelligente ed emotivamente ricca, come dicevo, per questa conclusione non appiattita cosi’ nell’happy-end, e non senza speranza, poiche’ la speranza e’ nell’incontro. L’incontro con l’Altro e’ l’evento trasformativo, con l’altro in quando altro da se’ e con l’altro in quanto contenitore degli aspetti ripudiati del se’. Di Alex col nonno, tra Alex e Robert e con la moglie, di Robert con Alex e, forse, con la sua aggressivita’ rimossa (avra’ davvero sparato solo alla ruote, come va ripetendo?). Resta il tragico prezzo pagato da quel corpo di donna; dico ‘corpo’ perche’ Tamara, pur intelligente, e’ corpo fn dall’inizio del film, e’ merce, nessuno la cerchera’ dopo la sua morte. Abitare il ricordo e l’immaginario dei due personaggi, le conferisce una sorta di riabilitazione etica.

 

Scrive ancora Socarides (ib), che "Piuttosto curiosamente, la vendicativita’, che e’ una delle piu’ persistenti e potenti emozioni dell’uomo, ha ricevuto scarsissima attenzione da parte degi scienziai. A questa condizione hanno invece prestano attenzione ipoeti, i drammaturghi e altri artisti. (….). Il fine della vendicativita’ – prosegue – e’ quello di distruggere l’odiata figura superegoica, concepita nell’inconscio come una forza deprivante e persecutoria.(…) Il perdono libera il soggetto dal legame col super-Io. E’ l’unico sollievo dal peso di dover escogitare tutti quei meccanismi intraspichici multipli che la situazione imporrebbe invece di seguire".

Il perdono di cui parla l’Autore a proposito di alcuni pazienti ‘vendicativi’ in analisi, non e’ termine che debba trarre in inganno, credo. Esso non rimanda a nessun tipo di buonismo o passivita’, ma e’ all’opposto frutto di un lavoro attivo all’interno del Se’, che trasforma il bisogno paranoide di "pareggiare i conti" nella "vera vittoria", data dal "superamento del danno infantile subito" (ib). Da una posizione in cui tutto il male e’ nell’altro (l’hai uccisa tu), ad un recupero della propria parte di responsabilita’ (l’ho uccisa un po’ anche io).

 

(Rossella Valdre’)

 

 

(pubblicato anche in www.psychiatryonline.it)