“Serenity – L’isola dell’inganno” regia di S. Knight. Recensione di R. Verlato

Autore: Roberto Verlato

Titolo: Serenity – L’isola dell’inganno

Dati sul film: regia di Steven Knight, USA, 2019, 106’

Genere: Drammatico, Thriller

 

 

 

 

 

La serenità è un’ingannevole isola che non c’e’? (1)

“Serenity – L’isola dell’inganno”  è il terzo film  del regista britannico Steven Knight,  dopo i precedenti  “Redemption-Identità nascoste”  ed il premiatissimo ed apprezzatissimo  “Locke”, che gli ha dato fama mondiale. In precedenza Knight aveva dato grande prova di sè come sceneggiatore di film di affermati registi come Frears (“Piccoli affari sporchi”, 2002) e Cronenberg (“La promessa dell’assassino”, 2007) oltre che di numerose piece teatrali.

Critica e pubblico americani hanno stroncato questo suo ultimo film, giudicato folle, sgangherato e pieno di stereotipi. E la prima impressione che lascia la sua visione è effettivamente quella di un film “scombinato”, quasi ingenuo nelle sue evidenti citazioni cinematografiche e letterarie e in alcune incongruenze logiche della vicenda che racconta.

Un pò di trama per riuscire a capire di cosa si sta parlando.

Baker Dill (interpretato da Matthew McConaughey), solitario ed irascibile proprietario di una barca da pesca, la Serenity,  vive su un’isola della Florida trasportando turisti in battute in alto mare e dando la caccia ad un tonno gigante (ribattezzato Justice) da cui è ossessionato.

Dal suo misterioso passato spunta un giorno la ex moglie Karen (Anne Hathaway) chiedendogli di salvare lei e il loro figlio Patrick dal nuovo e violento marito, un imprenditore che ha stretti rapporti con gruppi mafiosi di Miami. La donna propone a Baker di gettare l’uomo in acqua durante una gita in barca in cambio di 10 milioni di dollari.

Dill  inizialmente rifiuta ma poi, sempre più turbato dal pensiero del figlio sofferente, a cui si sente unito da un legame sempre più forte, quasi sensoriale, al limite del paranormale,   finisce con il lasciarsi coinvolgere nel progetto. En passant la madre ed il patrigno di Patrick  descrivono il ragazzo chiuso nella sua stanza, lontano dal mondo esterno  ed immerso, tramite il computer, in un suo personalissimo mondo virtuale, che ha a che fare (guarda caso) con il mare e con la pesca. Patrick ogni tanto compare nel film, quasi un’immagine in filigrana, come se fosse un oggetto immaginario  dei pensieri del padre.

Dopo molte esitazioni ed incertezze, al culmine di  un crescendo di violenza che non riesce più a controllare, Baker porta a termine il piano omicida, lasciando che durante una battuta di pesca  un pesce enorme (forse uno squalo o forse lo stesso Justice) trascini in mare il patrigno, già ferito e sanguinante, facile preda degli squali.

E qui si inserisce il “twist”, il colpo di scena  che  ribalta la prospettiva, che consiste nel fatto che tutta la vicenda narrata nel film si scopre essere in realtà un prodotto della fantasia di Patrick e del suo desiderio trattenuto (ma non fino in fondo) di liberarsi del patrigno e di ritrovare un padre vero, che lo pensa e lo ama. Quel padre che, nella realtà, (lo apprenderemo proprio nel finale), è morto diversi anni prima nella guerra in Iraq.

Il colpo di scena non è in fondo meno stereotipato di molte altre vicende e dettagli del film. Ed è proprio su questo che critica e pubblico hanno insistito per stroncarlo, degradandolo quasi a film di serie B.

Perché  allora  occuparsene, anche qui? Cosa c’è in esso di buono, di interessante, di “divertente”, nel senso etimologicamente più autentico, come ricorda Marco Balzano (“Le parole sono importanti”) di saper  “volgersi altrove”,  favorendo uno sguardo critico, esplorando  strade alternative?

La sensazione molto forte che mi è rimasta è che Knight abbia saputo costruire  una storia che vive e si nutre di stereotipi perché è la storia immaginata da un ragazzo adolescente, che usa gli stereotipi delle sue letture scolastiche (come l’ossessione del “Vecchio e il mare “ di Hemingway o del capitano Achab di Melville), citando i versi più noti di Shakespeare (“Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”) e “romanzando” (nel senso anche freudiano del romanzo familiare) le figure dei genitori (il patrigno, che nella realtà apprenderemo alla fine essere un muratore alcolizzato, viene trasformato in un ricchissimo imprenditore, amico di mafiosi di Miami; la madre in una “dark lady” da cinema noir americano) per sfuggire ad una realtà troppo opprimente ed insopportabile. Per farlo usa tutto ciò che ha a disposizione, soprattutto il suo inseparabile computer.  E lo fa, come dice, o meglio come lui fa dire al suo patrigno, “Per evitare di uccidermi”. E forse di uccidersi.

 Il racconto assume così, a tratti, la velocità e lo stile narrativo  di un videogioco.

Queste ed altre “ingenuità” narrative e stilistiche, oggetto di aspre critiche al film, sono in realtà anche indizi, rivolti allo spettatore, della vera natura di ciò che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

C’è poi il gioco divertito del regista (e sceneggiatore), tutt’altro che ingenuo ed inesperto, che mescola generi e citazioni, sia letterarie che cinematografiche. Oltre a Hemingway e Shakespeare certe atmosfere “bollenti” e sensuali di film noir cult come “Brivido caldo” mescolate  ad altre più inquietanti, in cui la realtà, apparentemente così prevedibile,  come in un deja-vu  presenta scollamenti che lasciano intravedere un’altra natura, diversa da ciò che appare, come in “Truman show”. E pian piano il dubbio si insinua, sia nel protagonista che nello spettatore, che ci sia qualcosa che sfugge, qualcosa di inafferrabile e misterioso, che allude a qualcosa che Dill non sa di sè stesso, del suo passato e lo porta ad interrogarsi anche su chi gli sta intorno, sui suoi amici, sul perchè delle loro azioni, quasi temendo di impazzire.

  Anche questa svolta può sembrare “di genere”. Quanti film e quante opere letterarie hanno affrontato questo tema del sentirsi estraneo a sè stesso, non autentico, non “reale”. Come se Dill avvertisse di appartenere ad un mondo “virtuale”, senza un chiaro legame con il proprio passato. La stessa sensazione, per citarne solo alcuni,  che avevano i replicanti di “Blade Runner”, o il protagonista dello splendido telefilm che  R.W.Fassbinder  girò negli anni ’70  dal titolo “Il mondo sul filo” o lo straniero protagonista  del racconto di Borges “Le rovine circolari”.  Possiamo pensarli, un pò magicamente, come segnali che i personaggi della storia costruita da Patrick stiano esprimendo un abbozzo di vita propria, un desiderio di “esistere” non solo come personaggi ma come persone e si rendano conto, dolorosamente ed angosciosamente, di non esserlo.

  O forse come il segnale che è la mente di Patrick, del “creatore” della storia, vero protagonista, anche se occulto, del film che si rende conto che la storia stessa non è più sufficiente a “distrarlo” dal mondo reale, consentendogli di vivere in un’altra realtà, dissociata ma più vivibile ed accettabile. Che il racconto con cui ha cercato di legare insieme le sue emozioni  dirompenti, la rabbia, la disperazione non “tiene” più e si sta smagliando e slabbrando, mostrando buchi e falle. E sono proprio i personaggi narrativi, riflessi e specchio del loro autore, Patrick, a vivere sulla loro pelle questa sensazione di “inconsistenza” e perdita di coesione.

 Ed è infatti a questo punto che Patrick “agisce”.

Noi non lo vediamo ma  una voce narrante, la voce di uno speaker televisivo, ci dice che un ragazzo ha ucciso il patrigno, muratore violento ed alcolista .

Il filo sottile con cui fino all’ultimo Patrick ha cercato di tessere una storia, che come una rete (una rete da pesca, verrebbe da dire) imbrigliasse la forza dirompente delle sue pulsioni aggressive-squalo affamate di giustizia, si è alla fine rotto, come la lenza strappata a bordo della Serenity  e con esso il tentativo di raggiungere un’impossibile serenità.

Note: [1] Avvertenza! Questo commento fa riferimenti alla trama nella sua interezza. Chi vuole evitare spoilers, ne è quindi gentilmente informato.

Ottobre 2019

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