Settimana 5

Luca Caldironi

E’ un po’ buio in sala, o meglio nella stanza ed un dottor Mari sempre più invecchiato si guarda allo specchio. Ci chiediamo, ma si sta veramente osservando, riesce a vedersi? Da come inizia la seduta si direbbe proprio di no ed il suo richiamo ad una certa … ‘tempistica’, (riferendosi alla fine dell’analisi), di certo non appartiene al modo di procedere della terapia. Appare sempre fuori tempo, dall’incipit ad i successivi tentativi di intervento. Ma perché infierire su di lui, cerchiamo anche un po’ di capire, d’altra parte non è quello che tentiamo di fare tutti i giorni nel nostro lavoro con i nostri pazienti e si spera non solo con loro? Giovanni non differisce dall’essere umano in generale   e ci offre un ritratto, forse fin troppo onesto, di come si possa essere, nel medesimo tempo, una persona sufficientemente solida ed anche estremamente ferita. Questo era ben emerso in diversi momenti e lui stesso l’aveva espresso nella sua ultima supervisione con Anna, ‘mi sento solo’! Il ricordo dei tempi all’istituto e poi … la frustrazione, l’isolamento lavorativo e quando, come ora, anche gli affetti familiari più intimi fanno acqua da tutte le parti, non gli rimangono che i pazienti. La sua famiglia adottiva! Ma sappiamo anche che quando si ricrea qualcosa di ‘familiare’ e questo qualcosa di familiare procede senza essere da noi riconosciuto, anche antiche e pericolose dinamiche interne lo accompagnano. E la ‘frittata’ è fatta! (questo lo vedremo poi). Giovanni (mi viene sempre di più da chiamarlo Giovanni, faccio fatica ora a vederne la componente professionale), con alcuni pazienti può navigare a vista, ma con altri e Sara è una di questi, perde il respiro, va in embolia, gli sudano le mani. Non è sufficiente il racconto che gli fa Sara della ragazzina che quasi rischia di morire in ospedale per offrirgli la possibilità di meglio cogliere quel nucleo di sofferenza profonda ed antica che vive la sua paziente. Lo coglie un po’, tenta di portare Sara attraverso collegamenti associativi alla sua adolescenza, ma poi qui si ferma. Non ce la fa ad andare oltre, ad avvicinare quel vuoto materno, non ce la fa a vedere quella bambina ancora prima che divenisse una ragazzina/adulta precoce ed anche lui come Humbert Humbert rimane sedotto e con-fuso. Il dottore fa fatica a vedere oltre quel … ‘ ho fatto tutto io … sono stata io a sedurlo … ‘ della sua paziente, è troppo arrabbiato nei confronti di quel ‘pervertito’ di Davide (suo alter ego del desiderio?, quel Davide con la pancetta … ) per tentare di inseguire più in profondità le tensioni che hanno fatto muovere Sara. Egli, aggrappandosi ad un seppur giusto richiamo alla responsabilità, rischia di perderne il senso più profondo. Così come non aveva colto l’opportunità offertagli da Sara quando commuovendosi, nella seduta precedente, gli aveva parlato proustianamente del ‘profumo del ciambellone’ che le preparava sua madre, anche ora fa un’altra ‘frittata’. Quella, come Sara gli dice, che … ‘abbiamo mangiato io e mio padre per un anno intero’… Ma anche lui per un anno intero ha vissuto il diniego di riconoscere l’infatuazione che andava crescendo, non certamente per mancanza di empatia, sappiamo quanto questa non manchi al dottore! Anche lui, il dottore, ha avuto per un anno intero la sua paziente di fronte e non si è mai accorto della … frittata che si andava a cucinare, anche lui, come il padre di Sara, non si è accorto di niente! Così ancora una volta la parte malata, ma ben funzionante, di Sara, ha la meglio e porta il suo dottore verso l’area eccitatoria della macchina del caffè. E’ la macchina regalata da Dario e prontamente Sara gli comunica che la storia con lui è finita e gli chiede se è contento di questo … La relazione tra Sara e Dario trascina Giovanni in una sorta di ‘delirio edipico’, già annunciato da quel ‘ io la amo’, detto in chiusura dell’incontro con Anna nell’ultima supervisione, ed anche ora non si smentisce e con i riflessi di un pugile ormai suonato le dice … ‘ si … sono contento ‘…  Riporta tutto ad un piano di realtà, continua a non abitare quella dimensione del profondo che gli consentirebbe di essere in sintonia con le parti più interne della vita psichica di Sara. Ed allora Sara, aggiungendo altri particolari all’episodio della ragazzina quasi morta in ospedale, lo accusa di farle solo del male. In qualche modo è vero, noi potremmo dire che lo accusa di non aiutarla a non farsi del male, l’analista diviene allora un altro personaggio della vita di Sara, complice nel suo auto-infliggersi dolore. L’episodio si conclude con l’indovinata inquadratura che vede Giovanni e Sara sul bordo della porta. Una coppia borderline! … amante-analitica e qui si aprono una voragine ed un vulcano. Non è forse l’amore sempre basato su una quota di transfert? Quando possiamo definire un amore ‘genuino’ ed è questo veramente possibile? Giovanni, colpito fisicamente dall’abbraccio di Sara, sembra fattosi di cera. Con le sue braccia, che in una sorta di play back stringono in differita il corpo di lei e lì si fermano, esprime bene lo strazio che sta vivendo. Le due forme conflittuali di una urgenza. Ma questi aspetti interlocutori non devono però offuscare la nostra capacità di pensare e di mantenere viva questa funzione, in particolar modo nella situazione analitica. Anche noi, quindi, non possiamo fare altrimenti che concludere nello stesso modo in cui si è espressa Anna nell’ultima supervisione, con quel suo … ‘ci devo pensare’ … che ci è parso, non solo un invito rivolto a se stessa, quanto anche un’ esortazione aperta a trecentosessanta gradi … un auspicio ed un invito al tempo stesso, in un momento in cui pericolosi scenari si prospettano all’orizzonte!

1 maggio 2013