Tomboy

Céline Sciamma, FR, 2011, 82 min.

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Commento di Gabriella Vandi

Tomboy è una storia delicata e dai tratti poetici. Il film prende le mosse da una vicenda estremamente semplice: il trasloco di Laure, una ragazzina di 10 anni che si è appena trasferita in un nuovo quartiere di Parigi, insieme alla sua famiglia. Siamo sul finire dell’estate e Laure non conosce nessuno dei suoi nuovi compagni di giochi, che presto saranno anche compagni di scuola. Il trasloco geografico offre l’occasione alla regista Sciamma, di porre l’accento su uno spaccato di vita legato a una fase evolutiva, la pre-adolescenza di cui si parla poco, decisamente meno, rispetto all’adolescenza. Durante questo periodo, che riguarda circa i 10-12 anni, tutti i ragazzini, e dunque anche Laure, si accingono a vivere importanti cambiamenti psicofisici: si potrebbe dire, usando l’espediente narrativo del trasloco, da cui si dipana tutta la vicenda di Laure, che il bambino di questa età vive un metaforico "trasloco identitario". Nel film la ragazzina, dall’aspetto ancora androgino e dal comportamento da maschiaccio (tomboy, in inglese) decide di fingersi un ragazzo, Mickäel, davanti ai suoi nuovi amici e soprattutto a Lisa, sua coetanea, con la quale instaura una relazione di attrazione/ammirazione, molto profonda.
Per capire la finzione di Laure e le sue reazioni di fronte ai futuri compagni, dobbiamo prima conoscere i tratti salienti di questa tappa di età, anche se, ovviamente, una divisione in fasi dello sviluppo è una pura astrazione; essa può pur esserci utile a semplificare l’osservazione delle caratteristiche di ogni periodo, ma, se presa troppo alla lettera, rischia di farci perdere l’estrema complessità del percorso di crescita, che non è mai lineare e che non può certo essere costituito da una semplice successione di fasi che possono essere anticipate o posticipate, a seconda dei casi, protrarsi o sfumare in quelle successive.
Questa età è differente dall’adolescenza vera e propria, poiché i cambiamenti fisici cominciano appena ad accennarsi. Tuttavia sono sufficienti per sollecitare un senso di perturbante, legato alla comparsa di un corpo genitale che si sta profilando e che inizialmente è sentito come "estraneo" rispetto alle relative sicurezze della latenza (6-10 anni, il tempo della scuola elementare). Il corpo, che comincia a trasformarsi in un corpo sessualmente e muscolarmente potente, è dunque un corpo estraneo: questa è la minaccia che caratterizza la preadolescenza e che si realizzerà pienamente con l’adolescenza. Il preadolescente è ancora un bambino, ma si rende conto che sta cambiando e spesso cerca di ignorare, finché può, questi cambiamenti che lo inquietano e lo possono perfino angosciare, se sono improvvisi. In alcune scene del film Laure scruta il suo corpo allo specchio, con apprensione e curiosità, alla ricerca di caratteristiche femminili non ancora emerse, ma imminenti: il corpo estraneo, appunto. Un corpo estraneo che ha bisogno di negare, per ritrovare la sicurezza necessaria ad affrontare l’incontro col nuovo gruppo. Ma per riuscirci deve credere che non cambierà, che il suo corpo è lo stesso, che lei è il "maschiaccio" (tomboy) che è sempre stata! Quando riferisce alla madre di essersi fatta un’amica, la madre risponde -"Bene! Stai sempre coi maschi"-. Veniamo dunque a sapere che anche prima del trasloco Laure si trovava più a suo agio tra i ragazzini.
Ma perché Laure si finge maschio?
Per Laure l’approccio e l’identificazione col maschile appaiono rassicuranti, sia perché le permettono di negare le inquietanti trasformazioni psicofisiche imminenti, sia perché le facilitano l’inserimento in un gruppo formato, per lo più, da maschi.
Assume così una doppia identità, fingendosi Mickaël, rispettato dal gruppo e ammirato da Lisa. Sono i maschi che hanno potere e decidono chi gioca a calcio e chi no.
Quando la sorellina diventa complice del segreto di Laure dice: "-Io ho un fratello più grande, è molto meglio perché può difenderti!"- lasciando trapelare il vantaggio dell’essere maschi.
Laure fa ricorso a una difesa, la "maschera" da maschio, che ha una funzione protettiva e le permette di inserirsi meglio nel gruppo, mimetizzando il suo corpo. Così si mette al riparo, finché necessario, da tutti i cambiamenti che hanno cominciato ad avvenire nella sua vita. Utilizza una specie di magia, "copre" il suo corpo, costringendolo ad assumere la forma che trova più rassicurante.
Questo fingersi maschio è favorito da altri fattori: in casa arriverà presto un maschietto, mentre c’è già una sorellina di 6 anni; sembra che il cambio d’identità possa essere anche un espediente per differenziarsi e individuarsi, in un momento difficile, dal momento che la sorellina è molto identificata nel ruolo della femminuccia: ha lunghi capelli, si veste leziosamente e indossa il tutù, facendo passi di danza.

Laure si trova in difficoltà, in bilico tra le sue trasformazioni psicofisiche interne, che modificano la sua rappresentazione di sé, ed è contemporaneamente alle prese con due importanti eventi di vita esterni: un trasloco e l’arrivo di un fratellino. Le sue fisiologiche basi narcisistiche sono messe a dura prova e rischiano di essere destabilizzate da tanti cambiamenti contemporanei!
Il trasloco è sempre un evento traumatico per un adulto; lo è ancora di più per un bambino che vive in misura maggiore l’esperienza di dipendenza dal gruppo di cui fa parte. L’identità gruppale, collettiva è molto importante in questa fase di età perché fornisce un sostegno alla fragile identità individuale, in formazione. Laure deve rinunciare al beneficio di questa "protesi" naturale e fisiologica perché il cambio di residenza la obbliga ad abbandonare i vecchi amici, attraverso i quali si riconosceva e la induce a costruire d’accapo i suoi punti di riferimento sociali, gli amici e la scuola.
Inoltre Laure si trova contemporaneamente impegnata anche in un’altra complessa trasformazione che riguarda il nucleo familiare: la nascita di un fratellino. Questo evento è sempre a modo suo un po’ traumatico per un bimbo, perché implica fare i conti con un "ALTRO", con un cambiamento, con un potenziale rivale d’amore che potrebbe significare, nella fantasia della protagonista, rinunciare all’attaccamento infantile verso un oggetto d’amore importantissimo, la madre.

Il disagio di Laure si manifesta in alcune tendenze regressive: la vediamo succhiarsi il pollice, in una sequenza molto tenera del film.
La famiglia di Laure è composta da genitori sensibili che capiscono la portata di questo cambiamento e la fatica della figlia; il padre, prendendola in braccio con una tenerezza quasi materna, come si farebbe con una bimba più piccola, le dice: "Sei stressata, lo so che non è facile cambiare sempre casa, anch’io mi succhiavo il pollice".
Sono genitori attenti, ma molto occupati da eventi importanti: l’arrivo del figlio, il trasloco (sappiamo nel film che è già il quarto) ed il lavoro vincolante del babbo.
Dunque Laure è impegnata in un trasloco geografico, ma soprattutto in un trasloco identitario, legato a tanti fattori contemporanei di cambiamento: cambio di casa, di amici, di scuola, di assetto familiare, col nuovo fratellino; è un periodo di profonda trasformazione e Laure cerca rifugio in momenti regressivi, si fa coccolare dal babbo, si succhia il pollice, alimentando una momentanea fantasia consolatoria di essere ancora piccola, come quando succhiava il latte dalla madre e c’era tra loro una rassicurante vicinanza fusionale.
Freud ha riconosciuto per primo il piacere autoerotico infantile, legato all’eccitamento che deriva dalla stimolazione della mucosa orale durante la suzione, individuando una primissima fase di sviluppo del bambino molto piccolo, la "fase orale"; il neonato che succhia il latte tra le braccia della madre prova piacere e un rasserenante senso di benessere.

Durante la preadolescenza, come anche in altri passaggi evolutivi, i ragazzi possono ricercare momenti di piacere regressivi, come forma di consolazione e conforto.
Laure con il dito in bocca, con la ricerca di coccole, con il suo rifugio verso un’immagine falsa che le funzioni da protesi identitaria, segnala le sue difficoltà, il suo bisogno di rassicurazioni e d’appoggio. Ha paura di perdere la tenerezza, i momenti di gioco con la mamma, le sue attenzioni; ma è anche impaurita dalla perdita del gruppo che si era costituito nella vecchia residenza, teme di sentirsi sola.

Tuttavia le strategie messe in atto da Laure non sono adeguate: fuggire dalla realtà, camuffare se stessa e il suo corpo, rischiano di portarla verso modalità patologiche, allontanandola dalla sua identità reale.
C’è un momento in cui bisogna affrontare la verità, anche se camuffare una realtà complessa e difficile è più facile che farvi fronte. Il personaggio materno, lasciato un po’ in ombra durante il film, assume maggiore "consistenza" verso la fine, incarnando una vitale e necessaria funzione paterna: la mamma riporta Laure all’urgenza di affrontare, con coraggio, la verità. Non lo fa con sadismo o insensibilità. Le spiega: "Non ci tengo a farti soffrire, ma devo farlo, se hai una soluzione, dimmelo!".
Non vuole umiliare la figlia, né punirla; cerca una soluzione, quella di cui è capace, perché capisce che la menzogna, se protratta, potrebbe portare a conseguenze devastanti.
Togliere la maschera sarà penoso e triste, ma la madre è al suo fianco.

Il finale è molto tenero perché Lisa, dopo la comprensibile delusione, ritorna col desiderio di incontrare l’amica nella sua vera identità e le chiede con semplicità: "Qual è il tuo vero nome?". "Mi chiamo Laure…." Il lampo di un sorriso e lo spettatore capisce che c’è spazio per un nuovo inizio!…

Marzo 2012