Un’altra giovinezza

Francis Ford Coppola, Romania-USA, 2007, 121 min.

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“Un’ altra giovinezza” esce a distanza di dieci anni dall’ ultimo film di F.F Coppola, “L’ uomo della pioggia” (1997), quando la forza creativa del regista sembrava così affievolitasi da impedirgli la realizzazione di “Megalopolis”, un colossal a cui stava lavorando da parecchi anni, e da spingerlo a cercare suggerimenti e confronti con esperti di altre discipline.

Sarà il suggerimento di Wendy Doninger, docente di Lingue e Storia della Religioni Indiane, a fornirgli la spinta decisiva a superare l’impasse artistico. E’ su sua indicazione che Coppola leggerà alcune opere di Mircea Eliade e, affascinato dal suo romanzo “Youth without youth”, deciderà di trarne il film omonimo da lui stesso interamente scritto, diretto e prodotto.

Per ammissione del regista stesso “Un’ altra giovinezza”- questa la traduzione italiana del titolo originale – è quindi anche un film autobiografico. “A sessantasei anni cominciavo a sentirmi arrivato a fine corsa, mi sentivo frustrato dalla mia incapacità di finire la sceneggiatura di Megalopolis e ho cominciato a pensare che l’ unico modo per ritrovare l’ ispirazione fosse ritornare giovane (…) Reinventare me stesso facendo finta di non avere mai avuto una carriera cinematografica. Uno dei vantaggi della giovinezza nell’ arte è l’ ignoranza, sapere così poco da non temere di sperimentare, non sapere che alcune cose su cui si fantastica sono effettivamente impossibili da realizzare. Certamente l’ “età dell’ oro” porta con sé l’ esperienza ma non bisogna dimenticare che, in campo artistico, l’ incapacità di provare paura è una condizione più desiderabile dell’ esperienza . E’ una condizione molto vicina all’ innovazione”.

“Un’ altra giovinezza” è comunque un film difficile, complesso, a tratti (per lunghi tratti) incomprensibile tanto richiedere di essere visto più volte per essere compreso e apprezzato nel contenuto e nello stile narrativo.

Trama

E’ la notte di Natale del 1937, Dominic Matei, anziano professore di linguistica, accortosi con dolore di non riuscire a portare a compimento la ricerca a cui ha consacrato tutta la sua esistenza, sente che morirà solo. Di fronte a questa prospettiva decide di porre termine alla sua vita.

E’ la vigilia di Pasqua del 1938, Dominic Matei si reca a Bucarest con il proposito di togliersi la vita e, qui, mentre attraversa la strada, viene colpito da un fulmine: un corpo carbonizzato riverso a terra, un ombrello arso dal fuoco e una passante che commenta “Le persone che muoiono a Pasqua vanno direttamente in Paradiso”. Morte e Resurrezione.

Tra lo stupore e l’ incredulità dei medici si scopre che l’ altissima potenza della scarica elettrica che ha colpito Matei ha, in realtà, messo in moto uno straordinario processo, una sorta di sorprendente rigenerazione cellulare i cui effetti si fanno notare a livello somatico e psichico: nell’ arco di alcune settimane il protagonista riacquista l’ aspetto di un uomo di quarant’ anni, osserva il riaffiorare di ricordi di gioventù, acquisisce straordinarie capacità mentali e assiste alla comparsa del proprio “Doppio”.

Tramite un flash-back, che ci pone in diretto contatto con la fase post-traumatica e i ricordi che riemergono, lo vediamo a ventisei anni fidanzato con Laura, assorbito dai suoi studi sulle origini del linguaggio, entusiata della prospettiva accademica e, infine, abbandonato da Laura stanca di vederlo vivere costantemente rinchiuso in un tempo altro dal quale si sente esclusa. “Laura, ti amerò per sempre, fino alla fine dei miei giorni” è il pensiero che, da quel momento, non abbandonerà più Matei.

Terminato il flash-back constatiamo il progressivo miglioramento del protagonista e all’ improvvisa comparsa del Doppio: Matei steso a letto, l’ immagine del suo volto ringiovanito riflessa dallo specchio e una voce “altra” che lo esorta a collaborare con Stanciulescu, il professore che sta studiando con estremo interesse il suo caso. Successivamente – in accordo con la tradizione classica – vedremo il Doppio materializzarsi in un corpo autonomo e identico a Matei. Ecco allora il Doppio esortare Matei a portare a termine il progetto di sempre e Matei, corroborato dalla comparsa di capacità mentali al di sopra delle umane possibilità, riprendere in mano la ricerca mai abbandonata: riaffiora una conoscenza arcaica e tutto il sapere sembra concentrarsi tra le sue mani.

La Seconda Guerra Mondiale è alle porte e la realtà esterna incombe: la Gestapo viene a conoscenza di questo straordinario caso e l’ ’ equipe medica che collabora con Hitler desidera studiare Dominic per portare avanti il progetto sul miglioramento della specie umana, Matei, per evitare il suo rapimento, decide di fuggire nella neutrale Svizzera dove, inaspettatamente, gli accadrà di incontrare Veronica.

Cambia improvvisamente la scena: una macchina con a bordo due ragazze si ferma per chiedere informazioni a Matei che passeggia per una strada di montagna, una delle due sembra Laura, il Doppio conferma questa percezione. Matei esorta le ragazze a fare attenzione, è in arrivo un temporale, loro proseguono spensierate, poi qualcuno annuncia la scomparsa delle due ragazze. Matei partecipa alle ricerche, viene ricostruita la dinamica dell’ incidente, l’ immagine di un ombrello arso da un fulmine precede il ritrovamento di Veronica rifugiatasi all’ interno di una grotta in stato di shock: Veronica piange e si lamenta in sanscrito.

Veronica/Laura, il fulmine, l’ ombrello, il sanscrito tutti segnali di un incontro non casuale che Dominic intuisce e il Doppio conferma. Lo straordinario caso di Veronica – che parla correttamente una lingua arcaica pur non avendola mai studiata – viene sottoposto allo studio dei massimi esperti di religioni indiane, Veronica risulta essere la reincarnazione di Rupini vissuta quattordici secoli prima in un villaggio dell’ India nord-occidentale. Tra Matei e Veronica/Laura/Rupini sboccia l’ amore, un legame antico, misterioso, profondo li unisce al punto che la giovane, ogni notte per due settimane di seguito, soggiace a lunghe “estasi extra-sensoriali” che la portano a ritroso nel tempo, Dominic registra la sua voce e, incredulo, procede nelle sue ricerche sulle origini del linguaggio e della conoscenza. Veronica è felice di aiutarlo ma nel giro di poco tempo comincia ad avvertire una strana stanchezza e ben presto assume le sembianze di una donna di cinquant’ anni. Matei intuisce di essere la causa del precoce invecchiamento di Veronica, le regressioni la stremano, le assorbono troppo energia e a breve potrebbero condurla a morte. Il Doppio lo esorta a proseguire, ancora qualche regressione e arriverà alla misteriosa epoca delle origini, Dominic si oppone, per amore costringe Veronica a lasciarlo, in cambio lei riacquisterà la sua giovinezza. Poi il Doppio drammaticamente scompare.

Con un salto spazio-temporale ritroviamo Dominic nel suo paese d’ origine: è una sera d’ inverno, nevica, lo vediamo entrare nel bar di sempre, quello in cui era stato per l’ ultima volta il giorno in cui avevo deciso di suicidarsi, porta con sè il peso dei suoi anni e ritrova i soliti amici. Al mattino viene trovato il suo cadavere e si intuirà che questo viaggio a ritroso nel tempo altro non è che un sogno, un ultimo sogno che ha consentito a Matei di amare, di anteporre una donna all’ ambizioso progetto di conoscenza. Il linguista, ora, può anche morire perché, avendo conosciuto l’ amore, non è più solo.

Ora, dopo aver ricostruito la trama nel tentativo di dare rilievo a particolari altrimenti sfuggenti, tento di delineare una possibile chiave di lettura del film e, più in generale, dell’ opera di Coppola a partire dal tema del “tempo”.

Il “tempo”, o meglio la sua rappresentazione, consente di collegare “Un’ altra giovinezza” ad altri tre precedenti lavori– “Peggy Sue si è sposata” (1986), Dracula di Bram Stoker (1992) e Jack (1996) – film assai diversi tra loro ma accomunati dall’ esistenza di una discrepanza tra la reale età anagrafica del protagonista e il suo aspetto fisico. Per questioni di brevità ricorderò soltanto che Peggy Sue è una donna di quarantatre anni che a seguito di un viaggio a ritroso nel tempo si ritrova nei panni di quella diciotenne che un tempo era stata: il riaffiorare di pensieri, affetti e comportamenti nel frattempo dimenticati si coniuga con la persistenza del ricordo delle esperienze venute dopo. Dracula, come Dominic Matei, è un revenant, un non morto che vive attraverso i secoli mantenendo l’ aspetto di un uomo adulto e succhiando alle sue vittime l’ energia necessaria per mantenersi giovane e soddisfare la sua sete di conoscenza. Jack, infine, è un bambino di dieci anni imprigionato, a causa di una malattia genetica che lo fa invecchiare quattro volte più in fretta del normale, all’ interno di un corpo da quarantenne.

In “Un’ altra giovinezza”, tuttavia, ciò che interessa al regista non è più la rappresentazione del tempo bensì la rappresentazione della coscienza perchè è solo all’ interno della coscienza – di cui il linguaggio è massima espressione – che si sviluppa il concetto di tempo: non a caso il protagonista è un linguista.

In un’ intervista rilasciata in occasione dell’ uscita nelle sale Coppola ha affermato “Mentre con il cinema sappiamo come rappresentare il tempo, dare espressione alla coscienza richiede uno sforzo costante (…) Ho cominciato a interessarmi alla coscienza perché è all’ interno di essa che vive l’ idea del tempo (…) e credo di aver capito, grazie a questo film, che l’ aspetto più importante della coscienza umana è il linguaggio. E’ grazie al linguaggio che esiste la complessità della mente, del corpo, delle emozioni, dei ricordi. Per questo è così importante che il personaggio principale del film sia un linguista. E’ prendendo possesso del linguaggio che gli uomini sono riusciti a capire il tempo (…) E’ con il linguaggio che la coscienza comincia a schiudersi,”

Tempo, coscienza e linguaggio i temi centrali di questo film tratto, come sappiamo, dall’ omonimo romanzo di quel grande storico delle religioni, nonchè esperto di sciamanesimo e conoscitore di ben otto lingue, che fu Mircea Eliade.

Mi sembra tuttavia interessante sottolineare come proprio nel momento in cui il regista – in linea con la filosofia che ha ispirato il film e, verosimilmente, reso possibile l’ uscita dal suo empasse creativo – dichiara di voler rappresentare la coscienza (e la suprema conoscenza che da essa deriva) metta in scena, tramite il Doppio e le regressioni di Veronica, l’ inconscio.

E’ l’ inconscio l’ elemento che Coppola, al di là del suo interesse per la coscienza, tende a rappresentare quando afferma di voler far vedere ciò di cui non abbiamo prova ma che, comunque, esiste. Ed è a questo livello che va letto, a mio parere, il dialogo tra Matei e il suo Doppio nella parte centrale del film. “Non riesco a credere nella realtà oggettiva della persona con cui sto conversando”, afferma Matei, “E’ così, questo tuttavia non significa che io non possa esistere e in modo autonomo…. Nelle controversie metafisiche le prove empiriche non hanno importanza”, risponde il Doppio che, a prova della sua “reale” esistenza, fa comparire due rose sul grembo di Matei. Rosa come simbolo, rosa come “derivato” di un’ istanza della psiche di cui non possiamo avere conoscenza se non attraverso i suoi derivati

Ora, collegando il tema del Doppio (cioè l’ inconscio) con l’ elemento che rende possibile individuare un filo di collegamento tra “Un’ altra giovinezza” e gli altri tre film precedenti, vale a dire la discrepanza tra l’ età reale e quella dimostrata dal protagonista possibile giovinezza” , viene spontaneo domandarsi se Coppola non sia in realtà interessato a rappresentare l’ atemporalità dell’ inconscio e la conservazione di tutte le tracce mnestiche che ne deriva. In tal modo si comprende come ciascuno di noi possa essere allo stesso tempo un uomo di quaranta anni e un bambino di dieci, cinque, tre, due anni (Jack), una quarantenne e un’ adolescente (Peggy Sue), un quarantenne e un settantenne (Dominic Matei) e una ventenne che conserva la memoria delle proprie origini (Veronica) e, infine, come ciascuno di questi modi di pensare e di relazionarsi possa essere utilizzato da ognuno di noi a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Un film complesso ma anche un film riuscito, un film che nel suo tentativo di provare a rappresentare il “non visibile” riproduce l’ andamento di una seduta psicoanalitica poiché procede per associazioni di immagini ed idee, per sbalzi spazio-temporali e crea una continua commistione tra sogno, immaginazione e realtà.

Aprile 2012

Bibliografia

Il regista si racconta in “Di Tempo e Sogno” (a cura di Mario Capello), Feltrinelli ,Le nuvole (2008)

“I sogno sono realistici quanto la vita” (ibidem)